«Italiani brava gente». La costruzione di un falso e pericoloso mito

« Italiani brava gente ». La construction d’un mythe faux et dangereux

di Gabriele Scarparo

Nell’immediato secondo dopoguerra i governi di Atene, Belgrado e Mosca, paesi invasi e occupati durante il conflitto dalle armate tedesche e italiane, lamentarono di esser stati vittime di rappresaglie contro i civili, incendi di villaggi, saccheggi, rastrellamenti ed esecuzioni sommarie.

Nelle loro relazioni i protagonisti di questi crimini furono indicati non solo nei tedeschi ma anche negli italiani che prima e durante la guerra occuparono tra alterne fortune la Grecia, i Balcani e la Russia.

In realtà le prime accuse all’Italia di essersi macchiata con il sangue di civili innocenti arrivarono dall’Africa. Infatti, qualche anno prima dell’inizio della Seconda Guerra mondiale, più precisamente il 30 giugno del 1936, in pieno periodo fascista, il negus d’Etiopia Haile Selassie si rivolse così all’assemblea della Società delle Nazioni:

Io, Haile Selassie I, Imperatore d’Etiopia, sono qui oggi per richiedere la giustizia che è dovuta al mio popolo, e l’assistenza promessa ad esso otto mesi fa, quando cinquanta Nazioni affermarono che un’aggressione fu commessa in violazione dei trattati internazionali. Non c’é precedente per cui un Capo di Stato parli in prima persona a questa assemblea. Ma non c’é neanche precedente per cui un popolo sia vittima di così tanta ingiustizia ed attualmente minacciato di essere abbandonato al suo aggressore. Inoltre, non abbiamo mai avuto esempio di un Governo che proceda a sterminare sistematicamente una Nazione con mezzi barbari, in violazione delle più solenni promesse fatte dalle Nazioni della terra che non sarebbe mai stata usata l’arma terribile dei gas venefici contro esseri umani innocenti. È per difendere un popolo che lotta per la sua antica indipendenza che il Capo dell’Impero Etiope é giunto a Ginevra per compiere il suo dovere supremo dopo aver combattuto in prima persona in testa alle sue armate. Prego Dio Onnipotente affinché risparmi alle Nazioni le terribili sofferenze che sono state appena inflitte al mio popolo, e di cui i capi che qui mi accompagnano sono stati inorriditi testimoni.

La Domenica del Corriere,
17 maggio 1936

Le accuse di Haile Selassie erano indirizzate all’Italia e al suo governo. Neanche due mesi prima infatti Mussolini aveva consegnato al re Vittorio Emanuele III il tanto agognato impero. Il posto al sole, così recitava lo slogan fascista, era diventato realtà nel momento in cui il maresciallo Badoglio aveva telegrafato: «Oggi 5 maggio alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba».

Eppure, come denunciato dal detronizzato negus, l’avventura etiope si accompagnò ad orrendi crimini, non meno efferati di quelli solitamente accostati ai nazisti: di fronte ad un popolo che mai aveva visto carri armati e aerei in azione e che rispondeva a questi anche con il solo lancio delle pietre, furono usate centinaia di tonnellate di bombe all’iprite nonché proiettili di artiglieria caricati ad arsine. Un’ondata di terrore si abbatté contro una popolazione completamente impreparata. Le gocce di iprite penetravano sia le vesti che la pelle, bruciando i tessuti umani e lasciando le sue vittime agonizzanti.

Le parole di Haile Selassie però non valsero a nulla, tanto che, pochi giorni dopo, la Società delle Nazioni abolì persino le sanzioni economiche che l’Italia si era vista infliggere qualche mese prima. Dopo la conquista, la politica del terrore a tinte italiane si concentrò, come già successo in Libia con Rodolfo Graziani, sull’eliminazione di coloro che potevano esercitare influenza sul popolo: i capi tradizionali, i «ribelli», la classe intellettuale e l’élite religiosa.

Il regime fascista fu anche attento a non far trapelare nulla di tutto ciò in patria, concentrandosi invece su una vasta azione propagandistica tesa a costruire l’immagine dell’italiano impareggiabile costruttore di strade, di ospedali e di scuole; dell’italiano gran lavoratore, generoso al punto da porre la sua esperienza al servizio degli «indigeni».

Sono stati proprio questi elementi a dare origine al falso il mito degli «italiani brava gente». La realtà storica è purtroppo ben diversa. Difficilmente si può considerare l’italiano più onesto, sincero e bonario rispetto a qualsiasi altro popolo. Al contrario, la crudeltà riversata dal Regio Esercito contro civili inermi in Africa prima e in Grecia, Jugoslavia e Russia poi, mostra quanto sottili fossero le differenze col suo alleato tedesco.

La costruzione del mito del «bravo» italiano, contrapposto al tedesco «barbaro», trovò proprio in Russia, ancor più che in Africa, un luogo ideale di elaborazione e si nutrì di luoghi comuni accettati acriticamente sulla base delle memorie dei sopravvissuti a quella disastrosa operazione bellica.

La Campagna di Russia e la guerra contro l’Unione Sovietica del 1941-1943 hanno lasciato infatti una profonda cicatrice nella memoria collettiva italiana. La decennale narrazione degli eventi che videro coinvolti i militari inquadrati nel Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) e nell’Armata Italiana in Russia (ARMIR), si è soffermata quasi sempre solamente sugli aspetti vittimistici e mitici dell’infausta impresa voluta da Mussolini.

Il Duce, per tentare di conquistare lustro e prestigio agli occhi del suo alleato tedesco, spinse insistentemente perché questi fosse affiancato, fin dall’inizio dell’invasione, da un contingente italiano che arrivò a toccare nell’autunno del 1942 le 230mila unità.

L’Operazione Barbarossa, che nei piani di Hitler avrebbe dovuto portare alla distruzione dell’URSS e alla vittoria decisiva del Terzo Reich, terminò disastrosamente tanto per i soldati tedeschi che per quelli italiani. Un terzo degli uomini inviati al fronte da Mussolini non tornò più a casa. Eppure la memorialistica del tempo cominciò a costruire intorno a questa fallita impresa un’epopea fondata sui concetti di «vittimismo» ed «eroismo» e sul mito appunto degli «Italiani brava gente».

Si affermò infatti una memoria che, da una parte, descrisse gli italiani come vittime di una guerra non sentita e non voluta, dall’altra, ne elogiò le azioni in favore delle popolazioni locali. Ad essere condannato fu solamente il comportamento degli alleati tedeschi durante le drammatiche fasi della ritirata.

Questa fraudolenta immagine del buono italiano fu coltivata a lungo anche e soprattutto dopo la conclusione della guerra. Tale fu il successo che riscosse nella società che finì per diventare un luogo comune accettato da tutti o quasi.

Locandina del film
«Italiani brava gente»

Nel 1965 addirittura, proprio un film sull’esperienza della Campagna di Russia venne intitolato niente meno che Italiani brava gente. La pellicola, una coproduzione italo-sovietica diretta da Giuseppe De Santis, uno dei padri del Neorealismo, narra l’esperienza di un reggimento italiano sul fronte russo, vista attraverso gli occhi di gente comune come agricoltori, idraulici, muratori e minatori. Chiamati alle armi questi finiscono per essere travolti dall’evolversi degli eventi culminati con la disperata fuga verso casa.

Nel film, girato proprio nei luoghi in cui si svolsero i combattimenti, gli italiani vengono rappresentati come il contraltare al fanatismo e alla sadica ferocia tedesca. Alcuni di essi si rifiutano addirittura di obbedire all’ordine di un maresciallo nazista di fucilare una giovane partigiana; le salvano la vita. Un altro partigiano si rivolge ai soldati italiani per chiedere l’aiuto di un ufficiale medico: il russo spiega che la scelta di rivolgersi a loro deriva dal fatto che «italiano, brava gente».

La verità è più complessa di quella descritta dal film di De Santis. Dietro l’origine e l’ampio utilizzo politico-propagandistico di questa espressione si celano infatti molti scheletri.

Per comprendere appieno il perché della diffusione del mito del «bravo italiano» , va tenuto conto soprattutto delle dinamiche storiche successive alla fine della Seconda Guerra mondiale.

Nell’immediato dopoguerra, infatti, i governi repubblicani presero le distanze dal recente passato italiano. Lo fecero però non solo rinnegando e condannando il fascismo, ma anche rielaborando e rimuovendo intere pagine di storia riguardanti i crimini perpetrati dagli italiani durante il conflitto.

Alle accuse della Russia e degli altri paesi invasi dall’esercito italiano, la risposta del governo di Roma fu sempre la stessa: screditare a priori ogni addebito; produrre documentazione in difesa dei militari; alimentare il falso mito del «bravo italiano»; rispedire infine ogni accusa al mittente. Quanti paesi, infatti, potevano dire di non aver commesso crimini durante la guerra?

Si scelse la strada della rimozione: rimozione dei propri crimini come di quelli altrui. Pur di non consegnare gli autori dei crimini italiani agli stati richiedenti, si favorì però anche la non condanna di quelli che insanguinarono il suolo italiano durante lo stesso conflitto. Questo significò non fare i conti con il proprio passato.

Così come per le stragi naziste in Italia (o i crimini dei sovietici in Germania o quelli degli Alleati nel basso Lazio, ecc.) così anche per le violenze italiane nei territori stranieri occupati durante il conflitto, si chiusero le porte della memoria.

È in questo contesto di rimozione e occultamento che nacque la vulgata degli «italiani brava gente». Ed è a causa di questi meccanismi che ancora oggi, troppo spesso, si ridimensiona il ruolo che l’Italia e il suo esercito ricoprirono in quegli anni. Eppure tra il 1939, anno dell’occupazione dell’Albania, e il 1943, anno dell’armistizio, gli italiani condussero la stessa politica di aggressione della Germania nazista, salvo poi ripulire le proprie coscienze nazionali attraverso silenzi e rielaborazioni storiche.

Come abbiamo visto, si trattò di una scelta psicologica e allo stesso tempo politica: la necessità di superare il peso emotivo di un passato ingombrante incontrò la volontà della classe dirigente, repubblicana e antifascista, di scagionare il paese dalle responsabilità dell’Asse, per riunirlo infine sotto l’ideale della Resistenza

Per evidenti ragioni politiche e per preservare l’onore dell’esercito italiano fu così perpetrato il mito degli «italiani brava gente».

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« Italiani brava gente ». La construction d’un mythe faux et dangereux

Immédiatement après la Seconde Guerre mondiale, les gouvernements d’Athènes, de Belgrade et de Moscou, pays envahis et occupés pendant le conflit par les armées allemandes et italiennes, se sont plaints d’être victimes de représailles contre les civils, d’incendies de villages, de pillages, de raids et d’exécutions sommaires.

Dans leurs rapports, les protagonistes de ces crimes ont été mentionnés non seulement dans les Allemands mais aussi dans les Italiens qui, avant et pendant la guerre, ont occupé la Grèce, les Balkans et la Russie avec des fortunes diverses.

En effet, les premières accusations contre l’Italie pour s’être souillée du sang de civils innocents sont venues d’Afrique. En fait, quelques années avant le début de la Seconde Guerre mondiale, plus précisément le 30 juin 1936, en pleine période fasciste, le négus d’Ethiopie Haile Selassie s’est adressé à l’assemblée de la Société des Nations :

Moi, Haile Selassie Ier, Empereur d’Ethiopie, je suis aujourd’hui ici pour réclamer la justice, qui est due à mon peuple, et l’assistance qui lui a été promise il y a huit mois, lorsque 50 nations affirmèrent qu’une agression avait été commise en violation des traités internationaux. Il n’y a pas de précédent pour un chef d’Etat de parler lui-même devant cette assemblée. Mais, il est aussi sans exemple pour un peuple d’être victime d’une telle injustice et d’être à présent menacé d’abandon à son agresseur. Par ailleurs, il n’y a jamais eu auparavant un exemple de gouvernement procédant à l’extermination systématique d’un peuple par des moyens barbares, en violation des promesses les plus solennelles faites aux nations du monde, de ne point recourir à une guerre de conquête, et de ne point user du terrible poison des gaz nocifs contre des êtres humains innocents. C’est pour défendre un peuple qui lutte pour son indépendance millénaire que le chef de l’Empire d’Ethiopie est venu à Genève pour remplir ce devoir suprême, après avoir lui-même combattu à la tête de ses armés. Je prie Dieu Tout Puissant d’épargner aux nations les terribles supplices que mon peuple vient de subir, et dont les chefs qui m’accompagnent ici ont été les témoins horrifiés.

La Domenica del Corriere,
17 mai 1936

Les accusations de Haile Selassie étaient dirigées contre l’Italie et son gouvernement. Même pas deux mois plus tôt, Mussolini avait livré l’empire tant convoité au roi Victor Emmanuel III. La place au soleil, comme le dit le slogan fasciste, était devenue réalité, lorsque le maréchal Badoglio avait télégraphié : Aujourd’hui, 5 mai à 16 heures, à la tête des troupes victorieuses, je suis entré à Addis-Abeba“.

Et pourtant, comme le dénonçait le négus détrôné, l’aventure éthiopienne s’était accompagnée de crimes horribles, non moins odieux que ceux habituellement abordés par les nazis : devant un peuple qui n’avait jamais vu de chars et d’avions en action et qui y répondait même en jetant des pierres, des centaines de tonnes de bombes à la moutarde furent utilisées, ainsi que des balles d’artillerie chargées en Arsine. Une vague de terreur a frappé une population totalement non préparée. Les gouttes de moutarde ont pénétré à la fois les vêtements et la peau, brûlant les tissus humains et laissant ses victimes à l’agonie.

Les paroles de Haile Selassie cependant n’ont pas été entendus, à tel point que quelques jours plus tard, la Société des Nations a même aboli les sanctions économiques imposées à l’Italie quelques mois plus tôt. Après la conquête, la politique de terreur à l’italienne s’est concentrée, comme cela s’était déjà produit en Libye avec Rodolfo Graziani, sur l’élimination de ceux qui pouvaient exercer une influence sur le peuple : les chefs traditionnels, les “rebelles”, la classe intellectuelle et l’élite religieuse.

Le régime fasciste a également veillé à ne rien laisser sortir de tout cela chez lui, se concentrant plutôt sur une vaste action de propagande visant à construire l’image de l’incomparable constructeur italien de routes, d’hôpitaux et d’écoles ; de l’Italien travailleur, assez généreux pour mettre son expérience au service des “indigènes”.

Ce sont précisément ces éléments qui ont donné naissance au faux mythe du “bon peuple italien”. La réalité historique est malheureusement très différente. Il est difficile de considérer l’Italien comme plus honnête, sincère et bon enfant que n’importe quel autre peuple. Au contraire, la cruauté déversée par le Regio Esercito contre des civils sans défense en Afrique d’abord, puis en Grèce, en Yougoslavie et en Russie, montre combien les différences avec son allié allemand étaient subtiles.

La construction du mythe du “bravo” italien, par opposition au “barbare” allemand, a trouvé en Russie, plus encore qu’en Afrique, un lieu d’élaboration idéal et s’est nourrie de clichés acceptés sans critique sur la base des souvenirs des survivants de cette désastreuse opération de guerre.

La Campagne de Russie et la guerre contre l’Union soviétique en 1941-1943 ont laissé une profonde cicatrice dans la mémoire collective de l’Italie. La narration des événements qui ont impliqué les soldats du Corps Expéditionnaire Italien en Russie (CSIR) et de l’Armée Italienne en Russie (ARMIR), pendant dix ans, s’est presque toujours concentrée uniquement sur les aspects victimaux et mythiques de l’entreprise malveillante voulue par Mussolini.

Pour tenter de gagner en prestige aux yeux de son allié allemand, le Duce insiste sur le fait que, dès le début de l’invasion, il est flanqué d’un contingent italien qui atteint 230 000 unités à l’automne 1942.

L’Opération Barbarossa, qui, selon les plans d’Hitler, aurait dû conduire à la destruction de l’URSS et à la victoire décisive du Troisième Reich, s’est terminée de façon désastreuse pour les soldats allemands et italiens. Un tiers des hommes envoyés au front par Mussolini ne sont jamais rentrés chez eux. Pourtant, les mémoires de l’époque ont commencé à construire une épopée basée sur les concepts de “victimisme” et d'”héroïsme” et sur le mythe des “bons Italiens”.

En fait, on a affirmé un souvenir qui, d’une part, décrivait les Italiens comme les victimes d’une guerre inouïe et non désirée et, d’autre part, louait leurs actions en faveur des populations locales. Seul le comportement des alliés allemands durant les phases dramatiques de la retraite a été condamné.

Cette image frauduleuse du bien italien a été cultivée pendant longtemps, même et surtout après la fin de la guerre. Son succès dans la société a été tel qu’il a fini par devenir un lieu commun accepté par tous ou presque.

Affiche du film
«Italiani brava gente»

En 1965 même, un film sur l’expérience de la campagne de Russie s’intitulait pas moins que “Italiani brava gente“. Le film, une coproduction italo-soviétique réalisée par Giuseppe De Santis, l’un des pères du néoréalisme, raconte l’expérience d’un régiment italien sur le front russe, vue à travers les yeux de gens ordinaires comme les fermiers, les plombiers, les maçons et les mineurs, qui finissent par être dépassés par l’évolution des événements, avec pour point culminant un retour désespéré chez eux.

Dans le film, tourné sur les lieux mêmes des combats, les Italiens sont représentés comme un contrepoids au fanatisme et à la férocité sadique allemande. Certains refusent même d’obéir à l’ordre d’un maréchal nazi d’abattre une jeune partisane, lui sauvant ainsi la vie. Un autre partisan se tourne vers les soldats italiens pour demander l’aide d’un médecin pour une opération : le Russe explique que le choix de se tourner vers eux vient du fait que « les Italiens, des gens bien ».

La vérité est plus complexe que celle décrite dans le film de De Santis. Derrière l’origine et l’utilisation politico-propagandiste de cette expression, il y a en fait de nombreux squelettes.

Afin de comprendre pleinement la raison de la diffusion du mythe du « bravo italiano », il est nécessaire de prendre en compte avant tout la dynamique historique après la fin de la Seconde Guerre mondiale.

Dans l’immédiat après-guerre, en effet, les gouvernements républicains ont pris leurs distances par rapport au passé récent de l’Italie. Mais ils l’ont fait non seulement en niant et en condamnant le fascisme, mais aussi en retravaillant et en supprimant des pages entières de l’histoire concernant les crimes commis par les Italiens pendant le conflit.

Aux accusations de la Russie et des autres pays envahis par l’armée italienne, la réponse du gouvernement de Rome a toujours été la même : discréditer toute accusation a priori ; produire des documents pour la défense des militaires ; alimenter le faux mythe du « bon Italien » ; enfin renvoyer toute accusation à l’expéditeur. Combien de pays, en fait, pouvaient dire qu’ils n’avaient pas commis de crimes pendant la guerre ?

On a choisi la voie de l’éloignement : l’éloignement de ses propres crimes ainsi que de ceux des autres. Cependant, afin de ne pas livrer les auteurs des crimes italiens aux États demandeurs, il a été décidé de ne pas condamner ceux qui ont ensanglanté le sol italien au cours du même conflit. Cela signifie qu’il ne faut pas s’occuper de son propre passé.

Tout comme pour les massacres nazis en Italie (ou les crimes des Soviétiques en Allemagne ou ceux des Alliés dans le bas-Lazio, etc.), de même pour la violence italienne dans les territoires étrangers occupés pendant le conflit, les portes de la mémoire ont été fermées.

C’est dans ce contexte d’éloignement et de dissimulation que la vulgate des “bons Italiens” est née. Et c’est à cause de ces mécanismes que, encore aujourd’hui, trop souvent, le rôle que l’Italie et son armée jouaient à l’époque est réduit. Pourtant, entre 1939, l’année de l’occupation de l’Albanie, et 1943, l’année de l’armistice, les Italiens ont mené la même politique d’agression que l’Allemagne nazie, mais ont ensuite nettoyé leur conscience nationale par des silences et des réélaborations historiques.

Comme nous l’avons vu, il s’agissait d’un choix psychologique et en même temps politique : la nécessité de surmonter le fardeau émotionnel d’un passé lourd a rencontré la volonté de la classe dominante, républicaine et antifasciste, d’exonérer le pays des responsabilités de l’Axe, pour le réunir enfin sous l’idéal de la Résistance.

Pour des raisons politiques évidentes et pour préserver l’honneur de l’armée italienne, le mythe des “italiani brava gente” a donc été perpétré.

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