Merkblatt 69/1: Kesselring dichiara guerra ai civili

Merkblatt 69/1 : Kesselring déclare la guerre aux civils

di Gabriele Scarparo

Durante la Seconda Guerra mondiale la tradizionale distinzione tra militari e civili perse ogni significato. Ciò è tanto più vero se si pensa ai bombardamenti e alle distruzioni di interi centri abitati che, svuotando di significato la vecchia nozione di fronte, resero le popolazioni dei veri e propri obiettivi bellici. La tattica di guerra prese le sembianze di una vera e propria strategia terroristica: bisognava seminare morte e panico nel campo avversario per disorganizzarlo, terrorizzarlo, per spingerlo alla resa.

Questa cinica visione del conflitto non era nient’altro che il frutto delle esasperazioni ideologiche radicatesi in Europa durante il primo dopoguerra. La mobilitazione delle masse e le derive del nazionalismo portarono alla demonizzazione dell’avversario cosicché chi combatteva era dominato dall’odio verso il nemico, considerato come qualcosa di altro, appartenente a un’altra etnia o ancora peggio a una razza inferiore. 

Quasi tutti gli stati coinvolti pagarono l’entrata in guerra con il sangue di migliaia d’innocenti e quasi tutti gli eserciti in campo attuarono orribili violenze nei loro confronti. La popolazione italiana non costituì un’eccezione e subì, ugualmente alle altre, lutti e tormenti inimmaginabili.

L’entrata in guerra del paese al fianco della Germania nazista portò in pochi anni alla disfatta e all’occupazione dell’intera penisola da parte degli eserciti contrapposti. I civili si ritrovarono, loro malgrado, ad essere i protagonisti di una guerra che aveva ormai raggiunto le porte delle loro case e che per ben due anni riversò su di loro vessazioni di ogni tipo.

Per mano nazifascista perirono migliaia di civili inermi, colpevoli solamente di essersi trovati sulla linea del fronte. Durante i venti mesi di occupazione tedesca, dal settembre 1943 all’aprile 1945, moltissime furono le stragi: Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Civitella, Vinca, Bardine di San Terenzo, Padule di Fucecchio, le Fosse Ardeatine e molte altre ancora. Violenze atroci che nella maggior parte dei casi non trovarono colpevoli. Al termine della guerra, infatti, un’eventuale ondata di processi ai criminali tedeschi avrebbe portato a delle ritorsioni diplomatiche e avrebbe sollevato la questione dei criminali di guerra italiani.

Sugli eccidi dei criminali di guerra tedeschi cominciò così a cadere un silenzio e un’oblio portato avanti dalle stesse istituzioni italiane che all’inizio degli anni Sessanta finirono per insabbiare le inchieste, nascondendole negli scantinati della memoria e in quelli della Procura Generale Militare, lì dove è stato celato per decenni l’Armadio della Vergogna.

Tra gli storici che a partire dagli anni Novanta hanno contribuito allo sviluppo degli studi sulla guerra ai civili in Italia c’è lo studioso tedesco Lutz Klinkhammer, autore dei fondamentali L’occupazione tedesca in Italia (1943-1945) e Stragi naziste in Italia (1943-44). Le sue ricerche hanno evidenziato la discrezionalità dei comandi militari tedeschi nelle singole operazioni di rappresaglia contro le popolazioni italiane, nei confronti delle quali fu esercitato un vero e proprio diritto di vita e di morte.

Gli studi di Klinkhammer hanno messo in discussione la mitizzazione della Wehrmacht, le cui azioni sono state a lungo considerate come rispettose dei codici militari tradizionali, in contrapposizione alle SS. Egli mostra come l’idealizzazione dell’esercito tedesco sia stata costruita attraverso un ridimensionamento del carattere criminale della guerra e uno scarico di colpe: tutti gli autori delle stragi sostennero, infatti, di aver ricevuto un ordine e di essere stati costretti ad eseguirlo, pena la morte. Per far valere un tale meccanismo di discolpa si inventò addirittura una nuova parola, Befehlsnostand (impossibilità di disubbidire).

Seguendo tale tesi l’autore analizza i più cruenti eccidi nazisti in Italia dimostrando come i comandi subordinati (tenenti, capitani, maggiori e colonnelli) avessero una notevole autonomia personale su come eseguire gli ordini emanati dall’alto, incluse le decisioni di attuare o evitare possibili eccidi. Il quadro che ne viene fuori è drammatico: gran parte delle stragi compiute a ridosso della Linea Gotica rispondevano ad una strategia militare terroristica.

Secondo Klinkhammer fu il feldmaresciallo Kesselring, attraverso la Direttiva di combattimento per la lotta alle bande nell’Est, nota anche come Merkblatt 69/1, a favorire il radicamento di misure repressive nei confronti dei partigiani e delle popolazioni civili, ritenute spesso complici delle formazioni ribelli.

La Merkblatt 69/1 fu emanata per il fronte dell’Europa dell’Est contro il nemico sovietico, in un contesto politico-militare completamente diverso da quello italiano, dove però entrò in vigore il 28 novembre del 1943. L’uccisione di civili, anche di donne, ragazze e bambini, era in queste «direttive» espressamente contemplata.

Al numero 84 della direttiva si diceva che di norma i partigiani catturati dopo un breve interrogatorio dovevano essere fucilati sul posto: «Ogni comandante di un reparto è responsabile del fatto che banditi e civili catturati nel corso di azioni di combattimento (anche donne), vengano fucilati o, meglio, impiccati». E al numero 85 si aggiungeva inoltre: «Chiunque sostenga le bande, offrendo rifugio  o alimenti, tenendo segreto il luogo dove si nascondono o in qualsiasi altro modo, merita la morte». Anche il contenuto del numero 110 era indicativo: «La truppa deve continuamente essere istruita sulla prudenza necessaria nei confronti di tutti i Russi. In particolare si deve richiamare l’attenzione sul fatto che i banditi spesso utilizzano donne, ragazze e bambini come spie; chi viene scoperto nel far questo deve essere eliminato immediatamente».

Leggendo queste righe, l’impressione che ne deriva è quella di una vera e propria “politica delle stragi” attuata solo in parte come rappresaglia alle azioni partigiane.

Sembra ormai chiaro che le stragi di popolazioni che accompagnaro l’esercito tedesco, furono fomentate oltre che da disposizioni da parte degli alti comandi anche da un profondo disprezzo per i partigiani colpevoli di condurre una guerra «irregolare» e per questo paragonati a dei «banditi». 

Il partigiano è descritto dai comandi militari tedeschi come un bandito che combatte una guerra subdola, con l’inganno, la slealtà, il disonore: assale alle spalle, si nasconde fra i civili, non accetta le regole della guerra fra stati. È un combattente irregolare non riconosciuto dalle leggi internazionali e come tale non ha il diritto al trattamento stabilito dalle convenzioni sui prigionieri di guerra, va contrastato con una guerra totale, senza limiti. È evidente qui l’analogia con la guerra coloniale e i metodi di repressione adottati contro i ribelli.

L’odio, alimentato anche dal complesso del «tradimento» subito l’8 settembre 1943 e da un’esplicita considerazione di superiorità etnica nei confronti degli italiani, sancì l’avvio di un’esecrabile stagione di violenza che trova la sua base normativa proprio nella Merkblatt 69/1 e nelle direttive ad essa collegata. Queste furono in tutto e per tutto un’emanazione della politica criminale del regime nazista, che in Italia come altrove, individuò nelle popolazioni civili il vero obiettivo della guerra: considerate indiscriminatamente come fiancheggiatori delle «bande partigiane», per questo motivo andavano colpite ogni qual volta se ne sentiva il bisogno.


Merkblatt 69/1 : Kesselring déclare la guerre aux civils

Pendant la Seconde Guerre mondiale, la distinction traditionnelle entre militaire et civil perdit tout son sens. Cela est d’autant plus vrai si l’on pense aux bombardements et à la destruction de centres habités qui, vidant de leur sens l’ancienne notion de front, firent des populations des objectifs de guerre. La tactique de guerre prit la forme d’une véritable stratégie terroriste : il fallait semer la mort et la panique dans le camp adverse pour le désorganiser, le terroriser, le pousser à la reddition.

Cette vision cynique du conflit n’est que le fruit des exaspérations idéologiques qui prirent racine en Europe après la Première Guerre mondiale. La mobilisation des masses et les dérives du nationalisme conduisirent à la diabolisation de l’adversaire, de sorte que ceux qui combattaient étaient dominés par la haine de l’ennemi, considérés comme autre chose, appartenant à une autre ethnie ou pire encore à une race inférieure.

Presque tous les États impliqués payèrent leur entrée en guerre avec le sang de milliers d’innocents et presque toutes les armées sur le terrain perpétrèrent des violences horribles à leur égard. La population italienne ne fit pas exception et subit des souffrances et des tourments inimaginables, tout comme les autres. L’entrée en guerre du pays aux côtés de l’Allemagne nazie conduisit à la défaite et à l’occupation de toute la péninsule par les armées adverses. Les civils se retrouvèrent, malgré eux, les protagonistes d’une guerre qui avait maintenant atteint les portes de leurs maisons et qui, pendant deux ans, déversa sur eux toutes sortes de harcèlements.

Des milliers de civils sans défense périrent aux mains des nazi-fascistes, coupables seulement d’être en première ligne. Pendant les vingt mois d’occupation allemande, de septembre 1943 à avril 1945, les massacres furent nombreux : Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Civitella, Vinca, Bardine di San Terenzo, Padule di Fucecchio, Fosse Ardeatine et bien d’autres. Une violence atroce qui, dans la plupart des cas, n’a pas trouvé de coupable. À la fin de la guerre, en effet, une éventuelle vague de procès de criminels allemands aurait entraîné des représailles diplomatiques et aurait soulevé la question des criminels de guerre italiens.

Sur les massacres des criminels de guerre allemands commença à tomber le silence et l’oubli des mêmes institutions italiennes qui, au début des années soixante, finirent par enterrer les enquêtes, les cachant dans les sous-sols de la mémoire et dans ceux du bureau du procureur général militaire, où l’Armoire de la Honte avait été cachée pendant des décennies.

Parmi les historiens qui ont contribué au développement des études sur la guerre contre les civils en Italie depuis les années 1990, on trouve le chercheur allemand Lutz Klinkhammer, auteur des ouvrages fondamentaux L’occupazione tedesca in Italia (1943-1945) et Stragi naziste in Italia (1943-44). Ses recherches ont mis en évidence la discrétion des commandants militaires allemands dans les opérations de représailles individuelles contre les populations italiennes, contre lesquelles un véritable droit à la vie et à la mort a été exercé.

Les études de Klinkhammer ont remis en question l’atténuation de la Wehrmacht, dont les actions ont longtemps été considérées comme respectueuses des codes militaires traditionnels. Il montre comment l’idéalisation de l’armée allemande s’est construite par une réduction du caractère criminel de la guerre et un rejet des responsabilités : tous les auteurs des massacres ont affirmé avoir reçu un ordre et avoir été contraints de l’exécuter, sous peine de mort. Pour faire appliquer un tel mécanisme d’exonération, un nouveau mot a même été inventé, Befehlsnostand (incapacité de désobéir).

Suivant cette thèse, l’auteur retrace les massacres nazis les plus sanglants en Italie, en démontrant comment les commandements subordonnés (lieutenants, capitaines, majors et colonels) disposaient d’une autonomie personnelle considérable sur la façon d’exécuter les ordres donnés d’en haut, y compris les décisions de mettre en œuvre ou d’éviter d’éventuels massacres. Le tableau qui en ressort est dramatique : la plupart des massacres perpétrés près de la Ligne Gothique répondaient à une stratégie militaire terroriste.

Selon Klinkhammer, c’est le maréchal Kesselring, par le biais de La directive de combat pour la lutte contre les gangs à l’Est, également connue sous le nom de Merkblatt 69/1, qui a encouragé l’enracinement de mesures répressives contre les partisans et les populations civiles, souvent considérés comme complices des formations rebelles.

La Merkblatt 69/1 fut délivrée pour le front d’Europe de l’Est contre l’ennemi soviétique, dans un contexte politico-militaire complètement différent de celui de l’Italie, où la directive entra en vigueur le 28 novembre 1943. Le meurtre de civils, y compris de femmes, de filles et d’enfants, était expressément envisagé dans ces “directives”.

Le numéro 84 de la directive précise qu’en règle générale, les partisans capturés après un bref interrogatoire doivent être fusillés sur place : « Tout commandant d’un service est responsable du fait que les bandits et les civils capturés au cours d’actions de combat (y compris les femmes) sont fusillés ou, mieux encore, pendus » . Et au numéro 85 a été ajouté : « Quiconque soutient les gangs, en leur offrant un abri ou de la nourriture, en gardant l’endroit où ils se cachent ou de toute autre manière, mérite la mort ». Le contenu du numéro 110 était également indicatif : « La troupe doit être continuellement instruite de la prudence nécessaire envers tous les Russes. Il faut en particulier attirer l’attention sur le fait que les bandits utilisent souvent des femmes, des jeunes filles et des enfants comme espions ; ceux qui sont pris en flagrant délit doivent être éliminés immédiatement ».

À la lecture de ces lignes, l’impression qui en résulte est celle d’une véritable “politique du massacre” mise en œuvre seulement en partie en représailles d’actions partisanes. Il semble maintenant clair que les massacres de populations qui accompagnaient l’armée allemande, étaient fomentés non seulement par des dispositions des hauts commandements mais aussi par un profond mépris pour les partisans coupables de mener une guerre « irrégulière » et pour cette raison comparés à des « bandits ».

Le partisan est décrit par les commandements militaires allemands comme un bandit qui mène une guerre sournoise, avec tromperie, déloyauté, déshonneur : il attaque par derrière, se cache parmi les civils, n’accepte pas les règles de la guerre entre Etats. Il est un combattant irrégulier non reconnu par les lois internationales et en tant que tel n’a pas droit au traitement établi par les conventions sur les prisonniers de guerre, doit être opposé à une guerre totale, sans limites. L’analogie avec la guerre coloniale et les méthodes de répression adoptées contre les rebelles est évidente ici.

La haine, alimentée également par le complexe de « trahison » subi le 8 septembre 1943 et par une considération explicite de supériorité ethnique envers les Italiens, sanctionna le début d’une abominable saison de violence qui trouva son fondement normatif dans la Merkblatt 69/1 et dans les directives qui s’y rapportent. Celles-ci étaient en tout point une émanation de la politique criminelle du régime nazi, qui, en Italie comme ailleurs, identifiait dans les populations civiles le véritable objectif de la guerre : considérées sans discernement comme flanquant les « bandes de partisans », elles devaient donc être frappées chaque fois que le besoin s’en faisait sentir.

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