13-14 giugno 1944. La strage nazifascista di Niccioleta

13-14 juin 1944. Le massacre nazi-fasciste de Niccioleta

di Gabriele Scarparo

Nella tarda primavera del 1944 ebbe luogo in Toscana uno dei numerosi massacri di civili legati tragicamente a quelle terre. Tra il 13 e il 14 giugno a Niccioleta, un villaggio di minatori vicino Massa Marittima, morirono 83 persone per mano di un battaglione italo-tedesco.

Qualche giorno prima, il 9 giugno, era giunta al villaggio una piccola banda di partigiani. Questi, dopo aver requisito le armi ai carabinieri, occuparono la vicina miniera di pirite. Restarono a Niccioleta solo poche ore e secondo le testimonianze degli abitanti si limitarono a perquisire le abitazioni delle famiglie fasciste, poco più di una decina. Fu bruciata qualche camicia nera insieme ad altri simboli della RSI ma non si registrarono violenze fisiche.

Quando i partigiani se ne andarono, la gente del posto costituì una piccola milizia armata per la vigilanza degli impianti minerari. Gli anglo-americani erano ormai vicini e tra la popolazione locale serpeggiava una leggera euforia. Venne persino issata una bandiera (bianca o rossa, le testimonianze divergono) sulla costruzione che ospitava il dopolavoro e fu istituito una sorta di direttorio per l’amministrazione del paese.

I fascisti locali, invece, vennero costretti a restare dentro le loro abitazioni. Tre di essi erano però riusciti a fuggire già poco dopo l’ingresso dei partigiani nel villaggio. Sarebbero stati loro, secondo un’opinione comune e diffusa, ad avvisare i tedeschi della presenza partigiana nella zona. Sarebbero stati loro a condurli a Niccioleta pochi giorni dopo.

All’alba del 13 giugno il paese fu infatti circondato dagli uomini del III Polizei-Freiwilligen-Bataillon «Italien». La particolarità di questo battaglione, e della strage ad esso legata, è che era composto da molti italiani, come ci informa lo storico Paolo Pezzino nel libro Storie di guerra civile. L’eccidio di Niccioleta:

Il III Polizei-Freiwilligen-Bataillon «Italien» era stato costituito  fra la fine di dicembre del 1943 e l’inizio del 1944 a Mestre, e in seguito dislocato a Vercelli, uno dei luoghi dove venivano convogliati quei militari italiani, catturati l’8 settembre, che avevano preferito all’internamento in Germania accogliere l’invito a arruolarsi nelle file dell’esercito repubblicano, o direttamente in quello tedesco. Il battaglione era composto da ufficiali in prevalenza tedeschi (ma vi era anche qualche ufficiale italiano, sembra uno per compagnia), da sottufficiali sia tedeschi sia italiani, da soldati di truppa italiani (presi prigionieri per lo più in Albania). Al momento di abbandonare Vercelli, nell’aprile del 1944, il battaglione risultava composto di 4 compagnie, ognuna di tre plotoni e con 80-100 uomini.

Il battaglione fu inviato in Italia centrale alle dipendenze del Comandante SS Karl-Heinz Bürger, il quale aveva ordinato a tutti i suoi sottoposti di utilizzare la massima durezza contro i «ribelli».

Al minimo segno di attività e di atteggiamenti di ribellione contro i tedeschi, sia pure sotto forma di gesti (saluto bolscevico e simili) o di grida ingiuriose, mi aspetto da tutte le unità tedesche e italiane delle SS e della polizia l’intervento più duro e spietato. Nel caso, sosterrò ogni comandante che nell’esecuzione di questi ordini oltrepassi, nella scelta e nella durezza dei mezzi, la moderazione che ci è solita. Ogni intervento energico, ogni misura di punizione e di dissuasione, è appropriato per soffocare sul nascere trasgressioni di maggior entità.

Le disposizioni di Bürger ricalcano tragicamente quelle del feldmaresciallo Kesselring che nel novembre del ’43 sancì l’entrata in vigore in Italia della Merkblatt 69/1, una direttiva che favorì il radicamento di misure repressive nei confronti dei partigiani («i ribelli») e di chi fosse sospettato di aiutarli. L’uccisione di civili, anche di donne, ragazze e bambini, era in queste direttive espressamente contemplata.

Al loro arrivo a Niccioleta, quel 13 di giugno, i poliziotti perquisirono le abitazioni, accompagnati da alcuni fascisti del luogo; questo fatto ha rafforzato la tesi dei parenti delle vittime secondo la quale fossero stati proprio i fascisti a chiamare e condurre il battaglione al villaggio.

Tutti gli uomini furono rastrellati e concentrati davanti al dopolavoro. Sei tra essi furono fucilati già quella mattina perché trovati in possesso di armi o di oggetti compromettenti come un fazzoletto rosso o un lasciapassare partigiano. Verso le 10 del mattino vennero liberati il parroco, il dottore e gli uomini più anziani, mentre i sei corpi vennero trasportati su un carretto e seppelliti nel campo sportivo, come testimoniò un abitante del luogo.

Insomma li presero e li portarono su perché questi morti l’avevano portati su al campo sportivo, lontani perché ’un si potesse vedere, gli fecero fa’ una fossa, gli fecero mette’ giù questi sei compagni e poi li rimandarono a casa però gli dissero: «guai a voi se parlate, se dite quello che è successo e quello che avete fatto». Allora il babbo mio venne verso le 10, l’11, ci dissero di riapri’ le finestre e tutto, però avevamo sentito i colpi, ci impaurimmo, non avevamo visto niente, credevamo che fossero spari […] la mi’ sorella fece una bocca aperta, diceva: «hanno ammazzato tutti!».

In serata, i 130 uomini rastrellati iniziarono una marcia forzata verso Castelnuovo Val di Cecina, da dove il battaglione era partito la mattina presto e distante una ventina di chilometri. Qui il 14 giugno, dopo un’estenuante attesa, i prigionieri vennero divisi in tre gruppi: un primo, composto da 77 uomini, venne portato lungo una scarpata, alla periferia del paese, e fu massacrato con raffiche di mitragliatrici; il secondo, composto da 21 giovani in età di leva, venne trasferito a Firenze e poi deportato in Germania; il terzo gruppo, composto per lo più da una cinquantina di uomini anziani, fu liberato e fece ritorno al villaggio.

Nei mesi successivi, l’inchiesta sulla strage condotta dal Comitato di Liberazione Nazionale di Massa Marittima portò all’arresto di alcuni fascisti locali accusati di aver chiamato i tedeschi. Sono molte a riguardo le testimonianze dei superstiti della strage. Nelle sue ricerche, lo storico Paolo Pezzino nota un evidente risentimento nei confronti del piccolo nucleo di famiglie fasciste.

Dopo quanto era avvenuto, la responsabilità veniva indirizzata unanimemente ed esclusivamente verso le fasciste e i fascisti di Niccioleta: in considerazione del comportamento solidale con i tedeschi di alcune e alcuni di loro, fu inevitabile raggiungere la convinzione del diretto coinvolgimento di tutti quanti nella vicenda, come motori e responsabili principali di quanto era avvenuto. Nelle testimonianze rilasciate subito dopo la strage vengono riportate voci, sussurri, sospetti: in un villaggio in cui tutti si conoscevano, si frequentavano e, pare, osservavano con diffidenza gli altri, una partita a carte mascherava un complotto dei fascisti.

Nel maggio del ’47 furono emanati dei mandati di cattura anche nei confronti di alcuni italiani che avevano militato nel III Polizei-Freiwilligen-Bataillon «Italien». Nessuno riuscì però a dimostrare la loro presenza nel plotone di esecuzione, né a Niccioleta né a Castelnuovo. Quanto al fatto di aver militato in un reparto di polizia tedesca, i soldati si giustificarono dicendo che era stato promesso loro aiuto per le famiglie. Così scrisse, in una lettera dal carcere, l’interprete del battaglione:

L’Italia ci fu descritta come prima e che male c’era allora se si aderiva alla strada fatta già per parecchi anni senza che fosse qualcuno a rimproverarcela? Di qua per noi c’era la fame, umiliazioni e il trattamento da traditori e di là invece la vita più dura ma già provata e di tanto più accettabile. La scelta non poteva essere tanto difficile […] Ma nessuno di noi tutti immaginava il vero stato della situazione in Italia dove combatterono italiani contro italiani.

La volontà e l’interesse nel processare i pochi imputati andò scemando col passare dei mesi e degli anni. Ci fu un rimpallo di competenze che ritardò l’inizio del processo fino al novembre del 1949, più di 5 anni dopo l’eccidio. Il 19 dello stesso mese arrivò infine la sentenza: furono condannati tre imputati (due civili e un militare) per collaborazionismo e omicidio aggravato plurimo; 20 anni di carcere a testa.

Per quanto riguarda i tedeschi, nonostante fossero stati trovati i nomi degli ufficiali responsabili dell’eccidio, questi non furono mai processati. Come per le altre stragi di civili in Italia, col passare degli anni si preferì non turbare il debole equilibrio politico raggiunto in tempo di Guerra fredda. Chiedere la consegna dei criminali tedeschi alla nuova Germania federale (che avrebbe dovuto costituire un baluardo fondamentale contro l’Unione Sovietica) avrebbe aperto un vaso di Pandora. In nome della realpolitik, anche in questo caso, si preferì voltare le spalle dall’altra parte.


13-14 juin 1944. Le massacre nazi-fasciste de Niccioleta

À la fin du printemps 1944, a eu lieu en Toscane l’un des nombreux massacres de civils tragiquement liés à ces terres. Entre les 13 et 14 juin à Niccioleta, un village de mineurs près de Massa Marittima, 83 personnes sont mortes aux mains d’un bataillon italo-allemand.

Quelques jours plus tôt, le 9 juin, une petite bande de partisans était arrivée dans le village. Ceux-ci, après avoir pris les armes des Carabiniers, ont occupé la mine de pyrite voisine. Ils ne sont restés à Niccioleta que quelques heures et selon les témoignages des habitants, ils n’ont fouillé que les maisons des familles fascistes, un peu plus de dix. Certaines chemises noires ont été brûlées avec d’autres symboles de la RSI mais aucune violence physique n’a été enregistrée.

Lorsque les partisans sont partis, les habitants ont formé une petite milice armée pour garder les installations minières. Les Anglo-Américains étaient désormais proches et la population locale était légèrement euphorique. Un drapeau a même été hissé (blanc ou rouge, les témoignages diffèrent) sur l’un des bâtiments et une sorte de direction pour l’administration du pays a été créée.

Les fascistes locaux, au contraire, ont été contraints de rester chez eux. Cependant, trois d’entre eux avaient déjà réussi à s’échapper peu après l’entrée des partisans dans le village. Selon une opinion commune et répandue, ce sont eux qui ont averti les Allemands de la présence de partisans dans la région. Ce sont eux qui les ont conduits à Niccioleta quelques jours plus tard.

A l’aube du 13 juin, le village est encerclé par des hommes du III Polizei-Freiwilligen-Bataillon «Italien». La particularité de ce bataillon, et du massacre qui lui est lié, est qu’il était composé de nombreux Italiens, comme nous l’apprend l’historien Paolo Pezzino dans le livre Storie di guerra civile. L’eccidio di Niccioleta :

Le III Polizei-Freiwilligen-Bataillon «Italien» fut créé entre la fin décembre 1943 et le début 1944 à Mestre, puis transféré à Vercelli, l’un des lieux où furent acheminés les soldats italiens, capturés le 8 septembre, qui avaient préféré accepter l’invitation à s’engager dans les rangs de l’armée républicaine, ou directement dans l’armée allemande, plutôt que être internés en Allemagne. Le bataillon était composé principalement d’officiers allemands (mais il y avait aussi quelques officiers italiens, il semble qu’il y en avait un par compagnie), de sous-officiers allemands et italiens, et de soldats de troupe italiens (pour la plupart faits prisonniers en Albanie). Au moment de l’abandon de Vercelli, en avril 1944, le bataillon était composé de 4 compagnies, chacune de trois pelotons et de 80 à 100 hommes.

Le bataillon avait été envoyé en Italie centrale sous le commandement du commandant SS Karl-Heinz Bürger, qui avait ordonné à tous ses subordonnés d’utiliser la plus grande sévérité contre les “rebelles”.

Au moindre signe d’activité et d’attitude de rébellion contre les Allemands, que ce soit sous forme de gestes (salutations bolcheviques et autres) ou de cris insultants, j’attends l’intervention la plus dure et la plus impitoyable de toutes les unités SS et policières allemandes et italiennes. En cas de besoin, je soutiendrai tout commandant qui, dans l’exécution de ces ordres, va au-delà de la modération habituelle dans le choix et la dureté des moyens. Toute intervention énergique, toute mesure de punition et de dissuasion, est appropriée pour tuer dans l’œuf des transgressions plus importantes.

Les dispositions de Bürger suivent tragiquement celles du maréchal Kesselring qui, en novembre 1943, sanctionne l’entrée en vigueur en Italie du Merkblatt 69/1, une directive qui encourage les mesures répressives contre les partisans (“les rebelles”) et les personnes soupçonnées de les aider. Le meurtre de civils, y compris de femmes, de jeunes filles et d’enfants, était expressément prévu dans ces directives.

A leur arrivée à Niccioleta, ce 13 juin, la police a fouillé les maisons, accompagnée de quelques fascistes locaux ; ce fait a renforcé la théorie des parents des victimes selon laquelle ce sont les fascistes qui ont appelé et conduit le bataillon au village.

Tous les hommes ont été rassemblés et concentrés. Six d’entre eux ont été abattus ce matin-là parce qu’ils ont été trouvés en possession d’armes ou d’objets compromettants tels qu’un mouchoir rouge ou un laissez-passer de partisan. Vers 10 heures, le curé, le médecin et les hommes âgés ont été libérés, tandis que les six corps ont été transportés sur une charrette et enterrés sur le terrain de sport, comme l’a témoigné un habitant de la région.

Ils les ont pris et les ont amenés sur le terrain de sport, loin pour qu’ils ne soient pas vus, les ont fait faire une fosse, ont posé ces six compagnons et les ont ensuite renvoyés chez eux, mais ils leur ont dit : « Malheur à vous si vous parlez, si vous dites ce qui s’est passé et ce que vous avez fait ». Puis mon père est arrivé vers 10, 11 heures, il nous a dit d’ouvrir les fenêtres et tout, mais nous avions entendu les coups de feu, nous avions peur, nous n’avions rien vu, nous pensions que c’était des coups de feu […] ma sœur a dit : « ils ont tué tout le monde ! ».

Dans la soirée, les 130 hommes ratissés ont entamé une marche forcée vers Castelnuovo Val di Cecina, à une vingtaine de kilomètres et d’où le bataillon était parti tôt le matin. Ici, le 14 juin, après une attente épuisante, les prisonniers sont répartis en trois groupes : le premier, composé de 77 hommes, est emmené le long d’un escarpement, à la périphérie du village, et est massacré par des rafales de mitrailleuses ; le deuxième, composé de 21 jeunes hommes, est transféré à Florence puis déporté en Allemagne ; le troisième groupe, composé en majorité d’une cinquantaine de vieillards, est libéré et renvoyé au village.

Dans les mois suivants, l’enquête sur le massacre menée par le Comité de libération nationale de Massa Marittima a conduit à l’arrestation de quelques fascistes locaux accusés d’avoir appelé les Allemands. Il existe de nombreux témoignages de survivants du massacre. Dans ses recherches, l’historien Paolo Pezzino constate un ressentiment évident envers le petit noyau des familles fascistes.

Après ce qui s’est passé, la responsabilité a été unanimement et exclusivement dirigée vers les fascistes de Niccioleta : compte tenu de la solidarité avec les Allemands de certains et de quelques-unes d’entre eux, il était inévitable d’arriver à la conviction de l’implication directe de tous dans l’affaire, en tant que force motrice et principal responsable de ce qui s’était passé. Dans les témoignages donnés immédiatement après le massacre, des voix, des chuchotements, des soupçons sont rapportés : dans un village où tout le monde se connaissait, se fréquentait et, semble-t-il, observait les autres avec méfiance, un jeu de cartes a déguisé une intrigue des fascistes.

En mai 1947, des mandats d’arrêt sont également lancés contre certains Italiens qui ont servi dans le III Polizei-Freiwilligen-Bataillon «Italien». Cependant, personne n’a pu prouver sa présence dans le peloton d’exécution, ni à Niccioleta ni à Castelnuovo. Quant à avoir servi dans un service de police allemand, les soldats se sont justifiés en disant qu’on leur avait promis de l’aide pour leurs familles. Il a donc écrit dans une lettre de la prison, l’interprète du bataillon :

L’Italie nous a été décrite comme auparavant et quel mal y avait-il alors à s’en tenir à la voie empruntée pendant de nombreuses années sans que personne ne nous le reproche ? D’un côté, nous avions faim, nous étions humiliés et traités avec trahison, et de l’autre côté, la vie était plus dure mais déjà éprouvée et d’autant plus acceptable. Le choix n’aurait pas pu être aussi difficile […] Mais aucun d’entre nous n’imaginait le véritable état de la situation en Italie où les Italiens se sont battus contre les Italiens.

La volonté et l’intérêt de poursuivre les accusés ont diminué au fil des mois et des années. Un remaniement des compétences a retardé le début du procès jusqu’en novembre 1949, plus de 5 ans après le massacre. Le 19 du même mois, la sentence est finalement arrivée : trois accusés (deux civils et un militaire) ont été condamnés pour collaboration et meurtre aggravé multiple ; 20 ans de prison chacun.

Quant aux Allemands, bien que les noms des officiers responsables du massacre aient été retrouvés, ils n’ont jamais été jugés. Comme pour les autres massacres de civils en Italie, il a été préféré de ne pas rompre le faible équilibre politique atteint pendant la Guerre froide. Demander la remise des criminels allemands à la nouvelle Allemagne fédérale (qui aurait dû constituer un rempart fondamental contre l’Union Soviétique) aurait ouvert une boîte de Pandore. Au nom de la realpolitik, dans ce cas également, il a été préféré tourner le dos à l’autre côté.

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