Geronimo, l’ultimo guerriero Apache

di Gabriele Scarparo

Sono nato nel giugno del 1829 nell’Arizona, nel canyon Nodoyohn. Fui allevato in quel territorio che si estende intorno alle sorgenti del fiume Gila. Questo spazio era la nostra patria; fra queste montagne erano nascosti i nostri wigwam; le vallate sparse racchiudevano i nostri campi; le praterie sconfinate, che si estendevano all’infinito in ogni direzione, erano i nostri pascoli; le caverne rocciose erano le nostre sepolture.

Così parlava dei suoi primi anni di vita Geronimo, uno degli ultimi Indiani d’America a battersi contro il Messico e gli Stati Uniti per i diritti degli amerindiani. La sua vita, le sue imprese, sono giunte fino ai noi grazie alle cronache del tempo e alla fondamentale (auto)biografia del 1906, Geronimo, la mia storia, redatta e pubblicata grazie allo sforzo di Stephen Barrett, allora sovrintendente scolastico in Arizona. 

Barrett incontrò l’anziano guerriero Apache nella riserva di Fort Sill, pochi anni prima della sua morte. Egli acconsentì a raccontargli la sua vita, piena di avventure, battaglie ed avvenimenti epocali. Da quelle conversazioni nacque un’opera fondamentale e ricca di spunti per chiunque voglia ancora oggi riflettere sulla storia dei nativi americani e sull’avanzata dell’uomo bianco in quelle terre.

Alla sua nascita, il 16 giugno, gli fu dato il nome di Gokhlayeh, pronunciato anche Goyaałé, «colui che sbadiglia». Geronimo era infatti un soprannome datogli dai messicani, che ebbero a che fare con lui per la prima volta il 30 settembre del 1859, il giorno di san Girolamo, Geronimo in lingua spagnola. Si narra infatti che quel dì i messicani urlassero e invocassero in loro difesa il santo martire cristiano, «Geronimo! Geronimo!», contro la furia dell’allora trentenne guerriero Apache.

Quella fu la prima volta che Gokhlayeh scese sul sentiero di guerra contro di loro. Fino a quel momento i rapporti con i messicani erano stati abbastanza cordiali, segnati soprattutto da scambi commerciali. L’infanzia descritta nella sua biografia fu addirittura serena, vissuta nelle tradizioni, negli usi e nei costumi della tribù degli Apache Bedonkohe.

Giocavo intorno alla casa di mio padre con i fratelli e le sorelle. Qualche volta giocavamo a nascondino tra le rocce e i pini, qualche altra gironzolavamo all’ombra dei pioppi oppure cercavamo il shudock (una specie di ciliegia selvatica) mentre i nostri genitori lavoravano nei campi. Talvolta giocavamo a fare la guerra. Ci addestravamo a strisciare di soppiatto verso qualche oggetto che rappresentava per noi il nemico, e con le nostre imitazioni infantili eseguivamo azioni militari. Talvolta ci nascondevamo alla vista di nostra madre per vedere se riusciva a trovarci, e mentre eravamo acquattati ci addormentavamo e rimanevamo per molte ore nel nostro nascondiglio. […] Finché io fui minore in età non avevamo mai visto né un missionario né un prete. Non avevamo mai visto un uomo bianco. Così vivevano tranquilli gli Apache Bedonkohe.

All’età di 17 anni entrò nel consiglio di guerra della tribù e poco dopo sposò la bella Alope.

Era una ragazza snella e delicata, e ci amavamo da molto tempo. Così, appena il consiglio mi concesse questi privilegi, andai a trovare suo padre per parlargli del nostro matrimonio. Forse il nostro amore non aveva interesse per lui; forse desiderava tenere per sé Alope, perché era una figlia ubbidiente: a ogni modo, chiese per lei molti pony. Io non replicai, ma dopo qualche giorno ricomparvi davanti al suo wigwam con una mandria di cavallini e mi presi Alope. La cerimonia nuziale richiesta dalla nostra tribù era tutta qui. Non lontano dal tepee di mia madre avevo costruito per noi una nuova casa. […] Seguimmo le tradizioni dei nostri padri e fummo felici. Ci nacquero tre figli che giocarono, oziarono, e lavorarono come avevo fatto io.

La vita di Gokhlayeh e la sua successiva celebrità sono legati però ad un triste avvenimento che ne condizionerà tutta l’esistenza. Nell’estate del 1858, mentre lui e la maggior parte degli uomini della tribù erano andati a commerciare al confine con il Messico, il loro accampamento nei pressi di Casa Grande (Kaskiyeh) fu attaccato da soldati messicani che compirono una strage.

Una sera sul tardi, mentre ritornavo dalla città, ci vennero incontro alcune donne e bambini: ci raccontarono che truppe messicane di un’altra città avevano attaccato il campo uccidendo tutti i guerrieri di guardia, catturando tutti i nostri cavalli, impadronendosi di tutte le armi, distruggendo le scorte di viveri, massacrando molte donne e molti bambini. Subito ci separammo, nascondendoci come meglio potemmo fino al calar della notte, poi ci radunammo in un luogo d’incontro prestabilito: un bosco sulla riva del fiume. A uno a uno, silenziosi, entrammo nel campo: ponemmo sentinelle e quando terminammo di contare i morti, seppi che la mia vecchia madre, la mia giovane moglie e i miei tre bambini erano stati trucidati insieme con gli altri. Nel campo non c’erano luci; mi allontanai allora senza che nessuno mi vedesse e andai vicino al fiume. Non saprei dire quanto vi restai, ma quando vidi che i guerrieri stavano sedendosi a consiglio andai a prendere posto.

Gli Apache Bedonkohe del capo Mangas-Coloradas, gli Apache Chiricahua guidati da Cochise e gli Apache Nedni del capo Whoa, dopo i rispettivi consigli di guerra, decisero di vendicare l’accaduto. Nell’estate del 1859, quasi un anno dopo il massacro, le tre tribù si radunarono lungo il confine messicano con i visi dipinti e le fasce da guerra legate intorno alla fronte. 

Dopo diversi giorni di marcia i guerrieri giunsero in prossimità della città di Arispe, dove il giorno dopo ci fu una grande battaglia. Era il 30 settembre 1859.

Come avevamo previsto, verso le dieci del mattino uscirono le forze messicane al completo. C’erano due compagnie di cavalleria e due di fanteria. Riconobbi nella cavalleria i soldati che avevano ucciso la mia gente a Kaskiyeh. Lo dissi ai capi tribù, che mi diedero il permesso di dirigere la battaglia. Non ero un capo e non lo ero mai stato ma, poiché ero stato offeso più crudelmente degli altri, ricevetti questo onore. Mi proposi di dimostrarmi degno della fiducia che mi era conferita. Disposi gli indiani in cerchio vicino al fiume, e i messicani allinearono la fanteria su due righe, con la cavalleria di riserva. Noi eravamo tra gli alberi; gli altri avanzarono fino a circa quattrocento metri, poi si fermarono e aprirono il fuoco. Subito guidai una carica contro di loro, guardando contemporaneamente qualche valoroso attaccare la loro retroguardia. Durante tutta la battaglia pensai a mia moglie, a mia madre, ai miei bambini trucidati, pensai alla tomba di mio padre e al mio giuramento di vendetta, e combattei con furore. Molti caddero per mano mia, e costantemente guidai l’avanzata. Molti valorosi furono uccisi. La lotta durò circa due ore.

Gli Apache vinsero la sanguinosa battaglia e Gokhlayeh vendicò così la sua famiglia.

Grondante ancora del sangue dei nemici, brandendo ancora la mia arma vittoriosa, e ancora acceso dalla gioia della battaglia, della vittoria e della vendetta, fui circondato dai combattenti apache e acclamato capo di guerra di tutti gli Apache. Diedi allora l’ordine di scotennare gli uccisi. Non potevo richiamare in vita i miei cari, non potevo far rivivere gli Apache uccisi, ma potevo rallegrarmi della vendetta. Gli Apache avevano vendicato il massacro di «Kas-ki-yeh».

Geronimo (ultimo a destra) insieme ad altri guerrieri Apache, 1886

Da quel momento Gokhlayeh divenne per tutti Geronimo. Nonostante si risposò più volte ed ebbe molti altri figli, il massacro di Casa Grande lo accompagnò tutta la vita e in tutti gli scontri a cui partecipò. Dopo la battaglia di Arispe, infatti, il capo Apache continuò a condurre incursioni in Messico. Numerose furono le battaglie legate al suo nome e che, sebbene con alterne fortune, alimentarono la leggenda di Geronimo. Il suo odio verso i messicani non diminuì mai, neanche quando, ormai anziano, narrò le sue gesta a Stephen Barrett.

Durante le mie molte guerre contro i messicani ricevetti otto ferite. Eccole: un colpo d’arma da fuoco alla gamba sinistra sopra il ginocchio, e la pallottola è ancora lì; un’altra palla attraverso l’avambraccio sinistro; un ferita di sciabola alla gamba destra sotto il ginocchio; una ferita inferta con il calcio del moschetto sulla testa; una pallottola appena sotto l’estremità esterna dell’occhio sinistro; colpi d’arma da fuoco sul fianco sinistro e nella schiena. Ho ucciso molti messicani: non so quanti, perché sovente non li ho contati. Qualcuno di loro non era nemmeno degno di essere contato. Da allora è passato tanto, tanto tempo, ma ancora adesso detesto i messicani. Con me furono sempre infidi e malvagi. Ora sono vecchio e non scenderò mai più sul sentiero di guerra ma, se fossi giovane e se ancora scendessi sul sentiero di guerra, questo mi condurrebbe nel Vecchio Messico.

Ma non ci furono solo le battaglie contro il Messico. La seconda parte della vita di Geronimo fu scandita dagli scontri con l’esercito degli Stati Uniti d’America, che proprio intorno alla metà dell’Ottocento annesse i territori dove erano stanziate le tribù Apache.

Pressappoco all’epoca del massacro di «Kaskiyeh» (1858) venimmo a sapere che qualche uomo bianco stava facendo misurazioni del terreno a sud della nostra zona. Insieme con un certo numero di altri guerrieri andai a visitarlo. Non riuscimmo a capirli molto bene perché non avevamo un interprete; concludemmo però un patto con loro dandoci strette di mano e promettendo di essere fratelli. Allora ponemmo il campo vicino a quello dei bianchi, che vennero a commerciare con noi. Demmo loro pelli di cervo, coperte, pony, in cambio di camicie e di viveri. Offrimmo loro anche la nostra cacciagione, per la quale ci diedero denaro. Non conoscevamo il valore di questo denaro, ma lo conservammo e in seguito gli indiani Navaho ci dissero che era molto prezioso. Tutti i giorni i bianchi misuravano la terra con strumenti strani e facevano segni che non potevamo capire. Erano uomini buoni; ci dispiacque quando continuarono la loro strada verso occidente. Non erano soldati. Questi furono i primi bianchi che vidi. Circa dieci anni dopo arrivarono altri uomini bianchi. Questi erano tutti guerrieri. Si accamparono sul fiume Gila a sud di Hot Springs. Da principio si dimostrarono amici e non provammo antipatia per loro; non erano però buoni come quelli che erano venuti prima. Dopo circa un anno sorsero difficoltà tra loro e gli indiani; io scesi sul sentiero di guerra come guerriero e non come capo. Non ero io che avevo subito dei torti, ma li aveva patiti qualcuno del mio popolo, quindi combattei con la mia tribù. Infatti la colpa era dei soldati e non degli indiani.

Da quel momento la vita di Geronimo è cadenzata da continui scontri con «l’uomo bianco».

Geronimo in una foto del 1887

Poco tempo dopo, alcuni ufficiali delle truppe statunitensi. invitarono i nostri capi a tenere un convegno a Apache Pass (Fort Bowie). Appena prima di mezzogiorno gli indiani furono fatti entrare in una tenda dicendo che si sarebbe portato loro qualcosa da mangiare. Quando si trovarono dentro furono aggrediti dai soldati. Il nostro capo Mangas-Coloradas e molti altri guerrieri fecero uno strappo nella tenda e scapparono; invece la maggior parte dei guerrieri furono uccisi o fatti prigionieri. Fra gli Apache Bedonkohe uccisi quella volta furono Sanza, Kladetahe, Niyokahe e Gopi. Dopo questo tradimento gli indiani ritornarono sulle montagne, abbandonando completamente il forte. […] Dopo questi guai tutti gli indiani furono d’accordo a non essere mai più amici degli uomini bianchi. Non vi fu nessun impegno generale, ma ebbe inizio una lunga lotta. A volte noi attaccavamo i bianchi, altre erano loro che ci attaccavano. Prima venivano uccisi degli indiani, poi alcuni soldati. Penso che le morti fossero più o meno uguali da una parte e dall’altra. In queste scaramucce non furono molti gli uomini uccisi: però il tradimento compiuto dai soldati aveva irritato gli indiani e fatto rivivere ricordi di altri torti, cosicché noi perdemmo per sempre la fiducia nelle truppe degli Stati Uniti.

Il torto più grave che gli indiani subirono ebbe luogo però nel 1863 poco dopo la firma di un trattato di pace tra gli Apache e gli Stati Uniti. A Mangas-Coloradas e ai suoi uomini furono offerte coperte, provviste, carne e ogni sorta di viveri se la tribù si fosse spostata nelle vicinanze del villaggio bianco di Apache Tejo nel Nuovo Messico. Mangas-Coloradas decise di accettare l’offerta e una parte della tribù partì subito alla volta di Apache Tejo; il resto della gente, compreso Geronimo, l’avrebbe raggiunta una volta solo dopo che gli americani avessero rispettato la loro parola.

Mangas-Coloradas e pressappoco la metà della nostra gente partirono per il Nuovo Messico, felici di aver trovato finalmente dei bianchi ben disposti verso di loro, con cui vivere in pace e nell’abbondanza. Non ci giunse mai nessuna notizia da loro. Ma da altre fonti fummo informati che erano stati catturati a tradimento e massacrati.

La guerra contro gli Stati Uniti durò fino al 1871, anno in cui si giunse ad un accordo di pace, con gli Apache che ottennero una Riserva indiana sui territori natii dei Chiricahuas. Ma ancora una volta le promesse furono disattese. Solo cinque anni più tardi, nel 1876, la Riserva fu chiusa dalle autorità americane e gli Apache deportati nella Riserva di San Carlos, in un territorio arido dell’Arizona. 

Da qui Geronimo fuggì più volte per riprendere i suoi raid contro i coloni bianchi. Nel maggio 1885 fuggì un’ultima volta, insieme a 109 tra donne e bambini e soli 35 guerrieri. Più di 5000 soldati americani gli diedero la caccia. Solamente molti mesi più tardi riuscirono a catturarlo. Era esattamente il 4 settembre 1885, quando Geronimo, stanco delle numerose battaglie che aveva alle spalle, decise di sotterrare l’ascia di guerra e di arrendersi al generale Nelson Miles, dopo l’ultima battaglia ingaggiata presso Skeleton Canyon, al confine tra l’Arizona e il Nuovo Messico. Questa è ricordata nella storia come l’ultima grande sollevazione dei nativi americani contro gli Stati Uniti.

Geronimo e quel che restava degli Apache furono deportati in Florida, dove a causa del clima umido e così diverso da quello delle loro terre natie, in moltissimi morirono di tubercolosi. I sopravvissuti, qualche anno dopo, furono trasferiti in Oklahoma, a Fort Sill.

Qui il vecchio capo Apache divenne una sorta attrazione turistica vivente. I cittadini degli Stati Uniti della costa orientale adoravano le storie e i protagonisti del “Selvaggio West”, soprattutto quelle riguardanti i temibili indiani. In numerose occasioni fotoreporter e artisti gli offrirono dei soldi per uno scatto fotografico o un autografo.

Geronimo morì, prigioniero di guerra à Fort Sill, il 17 febbraio 1909. Aveva 79 anni. 

Sul letto di morte confessò al nipote: «Non avrei mai dovuto arrendermi: avrei dovuto combattere fino a quando non fossi rimasto l’ultimo uomo vivo».

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