Stragi naziste: la memoria divisa di Civitella

Massacres nazis : la mémoire divisée de Civitella

di Gabriele Scarparo

Domenica 18 giugno del 1944 quattro giovani soldati della Wehrmacht si recarono nel Circolo ricreativo del piccolo paese di Civitella in Val di Chiana, in provincia di Arezzo, per dissetarsi e rifocillarsi. Le loro intenzioni non erano bellicose e l’afosa giornata di fine primavera si trascinò placida fino a quando nel locale fece irruzione un gruppo di partigiani della “Banda Renzino“, attiva sulle colline limitrofe.

Il capo della «Renzino», Edoardo Succhielli, venuto a conoscenza della presenza tedesca, si recò in paese con l’obiettivo di disarmare e catturare i militari. Stando alla ricostruzione degli abitanti del luogo e degli stessi partigiani, la situazione però precipitò nel volgere di pochi secondi: dopo aver intimato il mani in alto, sembra che uno dei tedeschi tentò di reagire cercando di prendere la propria arma. Partì un colpo, poi un altro e altri ancora ne seguirono: tre soldati rimasero a terra, due morti e un altro morente; il quarto rimase invece incolume. I partigiani lo risparmiarono e dopo aver preso le armi fuggirono oltre le mura del paese. Il sopravvissuto, caricatosi in spalla il camerata ferito, fece ritorno al proprio comando.

Già durante la notte gran parte degli abitanti di Civitella, fiutato il pericolo di una possibile ritorsione tedesca, fuggirono dal paese rifugiandosi in campagna o in borghi limitrofi. Il 20 giugno i tedeschi tornarono, frugarono nelle case e misero al muro alcune persone puntadogli contro le mitragliatrici. Non spararono però, e poco dopo se ne ripartirono. 

Passarono i giorni e lentamente la popolazione, sentendosi sicura che il pericolo fosse ormai cessato, fece ritorno a Civitella. In realtà il sangue doveva ancora scorrere.

All’alba del 29 giugno, infatti, il giorno dei santi Pietro e Paolo, patroni del paese, la Divisione Hermann Göring fece irruzione nel centro abitato. Alcuni giovani civitellini, pensando si trattasse di un rastrellamento, fuggirono per non farsi catturare. Ma non si trattava di un rastrellamento. Il rumore dei primi spari era il preludio a qualcosa di più terribile. 

Nonostante fosse ancora presto, molte persone si stavano recando in chiesa per assistere alla prima funzione religiosa del giorno. Sorpresi per le strade furono i primi a cadere in quella triste mattinata. Come Giovanni Falsetti che, mentre era in cammino con la moglie, venne improvvisamente affiancato da due soldati e freddato con un colpo di fucile sparato da dietro. I tedeschi fecero poi irruzione nelle case, dove tanta gente stava ancora dormendo. Qui furono brutalmente assassinati molti uomini, con le donne e i bambini ad assistere alla scena. È il caso, tra gli altri, della famiglia Paggi, con Gastone, padre di tre figli e marito di Elda, svegliato dal trambusto dei forti colpi battuti alla porta. Precipitandosi giù per le scale venne colpito da un primo colpo di moschetto e finito poi con una scarica di mitraglia di fronte agli occhi della moglie e dei piccoli.

La tragedia continuò quando tutti gli uomini non uccisi immediatamente, compresi anziani e ragazzi, furono condotti nella piazza principale, davanti la chiesa di Santa Maria Assunta. Le donne e i bambini furono invece costrette ad abbandonare il paese, ormai avvolto dalle fiamme appiccate dai nazisti. Il destino delle persone radunate era segnato.

Intorno alla piazza vennero predisposte delle mitragliatrici e dietro di esse i soldati tedeschi che, secondo le testimonianze dei pochissimi sopravvissuti, erano tra i venti e i trenta. Le esecuzioni vennero effettuate con scrupolosa e agghiacciante sistematicità. Cinque uomini per volta furono condotti sul retro della scuola e uccisi singolarmente con un colpo di pistola alla nuca. La macabra mattanza ebbe termine due ore dopo. In totale il 29 giugno morirono 95 persone a Civitella, 60 a San Pancrazio e 48 a Cornia.

Questi sono i fatti che rendono conto di una delle più orribili e sanguinose stragi di civili consumatesi sul suolo italiano. Tre mesi dopo le Fosse Ardeatine e tre mesi prima di Monte Sole, l’eccidio di Civitella si segnalò fin da allora come uno degli episodi più controversi della nostra storia e della Resistenza italiana. Come ha messo in luce lo storico Giovanni Contini «quello di Civitella, nato all’interno di un clima generale di violenze contro la popolazione civile, si distingue dagli altri massacri per la sua particolare efferatezza e per il numero dei morti. Ma, soprattutto, per il tipo di memoria che ha lasciato».

Una memoria divisa, così la definisce Contini. Un tipo di memoria che ancora oggi, a quasi settant’anni di distanza, vede in conflitto la comunità civitellina con i partigiani della «Renzino» e con il mito della Resistenza. Sebbene anche in altri casi di rappresaglia i partigiani siano stati spesso accusati di aver provocato la strage, quasi sempre questo tipo di memoria conflittuale è scomparsa o si è affievolita con il passare degli anni.

A Civitella le cose sono andate diversamente. Gli abitanti, conservando la memoria della strage e lavorando sull’interpretazione delle cause, non solo hanno rifiutato l’assimilazione dei morti uccisi quel giorno ai caduti della guerra partigiana, ma hanno progressivamente potenziato quell’ostilità contro i partigiani che altrove iniziò a svanire fin dai primi anni del dopoguerra. A Civitella sembra che il tempo abbia progressivamente allontanato la memoria dei tedeschi massacratori, proprio mentre spingeva al centro della scena i partigiani, individuati non più come comprimari ma quasi come i responsabili principali della strage. Nel racconto degli abitanti la tragedia inizia con l’uccisione nell’unico locale pubblico di Civitella di tre soldati tedeschi da parte dei partigiani, per proseguire con gli abitanti che fuggono e per alcuni giorni restano nascosti in campagna finché, rassicurati, tornano in paese. Il culmine della narrazione è raggiunto con l’arrivo dei tedeschi, in un giorno di festa, quando tutti sono in chiesa o stanno per andarci. I soldati massacrano tutti gli uomini mentre i partigiani non intervengono in loro difesa: sono stati la causa prima del disastro, ma durante la strage sono spariti.

La necessità di determinare un meccanismo di causa-effetto portò ben presto la comunità di Civitella a legare i fatti del 29 giugno con quelli del 18, inquadrando la strage come un’azione di rappresaglia. Fu sicuramente una ritorsione, ma probabilmente fu anche qualcos’altro. Gli studi di Contini in questo senso sono rivelatori. Attraverso le analisi delle carte d’inchiesta inglese, le tesi di alcuni storici e le testimonianze contrapposte dei civitellini e dei partigiani, egli giunge alla conclusione che la catena causale degli eventi sia più complessa di quella che sembra.

Prendendo spunto dalle direttive di Kesselring nell’ottica della lotta contro le bande“, la Divisione Hermann Göring (composta quasi esclusivamente da giovanissimi fanatici del nazismo provenienti dalla Hitler-Jugend) potrebbe aver preso l’uccisione dei tre soldati tedeschi come un pretesto per dar sfogo alle proprie fustrazioni e al proprio rancore attraverso qualcosa di molto simile a un metodico rituale di morte.

Oltre che dagli ordini del Comando Supremo, dalla presenza di «ribelli» nei dintorni e dal tipo di divisioni presenti nell’area, la strage risponderebbe anche a scelte di tattica militare, ovvero alla necessità tedesca di assestare la propria linea difensiva nei pressi di Civitella, San Pancrazio e Cornia e a quella di rendere sicura la via per la ritirata delle divisioni corazzate. Tutte queste spiegazioni non devono comunque essere viste come alternative e contrapposte, bensì complementari ed essenziali per l’analisi degli eccidi del 29 giugno.

La percezione del ricordo della strage nei civitellini si è però attestata esclusivamente sul risentimento nei confronti dei partigiani, colpevoli di aver provocato i tedeschi e per questo assunti a ruolo di capro espiatorio.

A Civitella, ancora oggi, perdura questa particolare memoria che è talmente radicata nel luogo da esser fatta propria, nei suoi caratteri antipartigiani, non solo dai sopravvissuti della strage del 1944, ma anche dai loro figli e dai figli dei loro figli.

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Massacres nazis : la mémoire divisée de Civitella

Dimanche 18 juin 1944, quatre jeunes soldats de la Wehrmacht se sont rendus au club de loisirs du petit village de Civitella in Val di Chiana, dans la province d’Arezzo, pour se désaltérer et se rafraîchir. Leurs intentions n’étaient pas belliqueuses et la journée étouffante de la fin du printemps se passait tranquillement jusqu’à ce qu’un groupe de partisans de la “Banda Renzino“, actifs sur les collines environnantes, a fait irruption dans le club.

Le chef de la “Renzino” Edoardo Succhielli, une fois pris conscience de la présence allemande, s’est rendu au village dans le but de désarmer et de capturer les militaires. Mais selon la reconstitution des habitants et des partisans eux-mêmes, la situation s’est précipitée en quelques secondes : après avoir intimidé les mains en l’air, il semble qu’un des Allemands ait tenté de réagir en essayant de prendre son arme. Un coup de feu a été tiré, puis un autre et d’autres ont suivi : trois soldats sont restés à terre, deux sont morts et un autre est décédé ; le quatrième est resté indemne. Les partisans l’ont épargné et après avoir pris les armes, ils se sont enfuis au-delà des murs du village. Le survivant, portant le camarade blessé sur son dos, est retourné à son commandement.

Déjà pendant la nuit, la plupart des habitants de Civitella, sentant le danger d’une possible riposte allemande, ont fui le village en se réfugiant dans la campagne ou dans les villages voisins. Le 20 juin, les Allemands sont revenus, ont fouillé les maisons et ont mis quelques personnes sur le mur en pointant des mitrailleuses sur eux. Mais ils n’ont pas tiré et sont repartis peu après.

Les jours passent et lentement la population, sûre que le danger est passé, retourne à Civitella. En réalité, le sang n’avait pas encore coulé.

Le 29 juin à l’aube, le jour des Saints Pierre et Paul, les patrons du village, la division Hermann Göring a fait une descente dans la ville. Certains jeunes Civitellini, pensant qu’il s’agissait d’un raid, ont fui pour ne pas être capturés. Mais ce n’était pas un raid. Le son des premiers tirs d’armes à feu était un prélude à quelque chose de plus terrible.

Bien qu’il était encore tôt, de nombreuses personnes se rendent à l’église pour assister au premier service religieux de l’époque. Surpris dans les rues, ils ont été les premiers à tomber ce triste matin. Comme Giovanni Falsetti qui, alors qu’il était en route avec sa femme, a soudain été flanqué de deux soldats et abattu par derrière. Les Allemands ont alors fait une descente dans les maisons, où beaucoup de gens dormaient encore. Ici, de nombreux hommes ont été brutalement assassinés, sous les yeux des femmes et des enfants. C’est le cas, entre autres, de la famille Paggi, avec Gastone, père de trois enfants et mari d’Elda, réveillé par le tumulte des coups de porte. En tombant dans les escaliers, il a été touché par un premier coup de mousquet et s’est ensuite retrouvé avec une décharge de mitrailleuse sous les yeux de sa femme et de ses enfants.

La tragédie a continué lorsque tous les hommes qui n’ont pas été tués immédiatement, y compris des vieillards et des garçons, ont été emmenés sur la place principale devant l’église de Santa Maria Assunta. Les femmes et les enfants ont été contraints de quitter le village, envahi par les flammes des nazis. Le sort des personnes rassemblées était scellé.

Autour de la place, des mitrailleuses étaient installées et derrière elles, les soldats allemands qui, selon le témoignage des très rares survivants, avaient entre vingt et trente ans. Les exécutions ont été effectuées avec une systématique scrupuleuse et effrayante. Cinq hommes à la fois ont été emmenés à l’arrière de l’école et tués individuellement d’un coup de feu dans la nuque. L’horrible massacre s’est terminé deux heures plus tard. Au total, le 29 juin 95 personnes sont mortes à Civitella, 60 à San Pancrazio et 48 à Cornia.

Ce sont les faits qui expliquent l’un des massacres de civils les plus horribles et les plus sanglants sur le sol italien. Trois mois après la Fosse Ardeatine et trois mois avant Monte Sole, le massacre de Civitella a été l’un des épisodes les plus controversés de notre histoire et de la Résistance italienne. Comme l’a souligné l’historien Giovanni Contini, « celui de Civitella, né dans un climat général de violence contre la population civile, se distingue des autres massacres par sa cruauté particulière et par le nombre de morts. Mais surtout pour le type de mémoire qu’il a laissé ».

Une mémoire divisée, comme l’appelle Contini. Un type de mémoire qui, aujourd’hui encore, presque soixante-dix ans plus tard, voit la communauté de Civitellina en conflit avec les partisans du “Renzino” et avec le mythe de la Résistance. Bien que dans d’autres cas de représailles également, les partisans aient souvent été accusés d’avoir provoqué le massacre, ce type de mémoire conflictuelle a presque toujours disparu ou s’est estompée au fil des ans.

Les choses étaient différentes à Civitella. Les habitants, préservant la mémoire du massacre et travaillant sur l’interprétation des causes, non seulement ont refusé l’assimilation des morts tués ce jour-là aux morts de la guerre partisane, mais ils ont progressivement renforcé cette hostilité contre les partisans qui, ailleurs, commençait à s’estomper depuis les premières années de l’après-guerre. A Civitella, il semble que le temps ait progressivement repoussé le souvenir des massacres allemands, tout comme il a poussé les partisans au centre de la scène, identifiés non plus comme les partisans mais presque comme les principaux responsables du massacre. Dans l’histoire des habitants, la tragédie commence avec le meurtre de trois soldats allemands par les partisans dans le seul lieu public de Civitella, pour continuer avec les habitants qui fuient et qui restent cachés pendant quelques jours dans la campagne jusqu’à ce que, rassurés, ils retournent au village. Le point culminant du récit est atteint avec l’arrivée des Allemands, un jour de fête, lorsque tout le monde est à l’église ou sur le point d’y aller. Les soldats massacrent tous les hommes tandis que les partisans n’interviennent pas pour leur défense : ils étaient la cause avant la catastrophe, mais pendant le massacre ils ont disparu.

La nécessité de déterminer un mécanisme de cause à effet a rapidement conduit la communauté de Civitella à relier les événements du 29 juin à ceux du 18 juin, en présentant le massacre comme une action de représailles. C’était certainement des représailles, mais c’était probablement aussi autre chose. Les études de Contini en ce sens sont révélatrices. A travers l’analyse des documents d’enquête anglais, les thèses de certains historiens et les témoignages contradictoires des civitellini et des partisans, il arrive à la conclusion que la chaîne causale des événements est plus complexe qu’il n’y paraît.

S’inspirant des directives de Kesselring sur la lutte contre les gangs, la division Hermann Göring (composée presque exclusivement de très jeunes fanatiques nazis de la Jeunesse hitlérienne) a peut-être pris le meurtre des trois soldats allemands comme prétexte pour donner libre cours à leurs propres frustrations et rancunes par quelque chose qui ressemble beaucoup à un rituel de mort méthodique.

Outre les ordres du commandement suprême, la présence de “rebelles” dans les environs et le type de divisions présentes dans la région, le massacre répondrait également à des choix de tactiques militaires, à savoir la nécessité pour les Allemands d’installer leur ligne défensive près de Civitella, San Pancrazio et Cornia et la nécessité de sécuriser la voie pour le retrait des divisions blindées. Toutes ces explications ne doivent cependant pas être considérées comme des alternatives et des contraires, mais plutôt comme complémentaires et essentielles pour l’analyse des massacres du 29 juin.

La perception de la mémoire du massacre dans les Civitellini était cependant exclusivement attestée par le ressentiment envers les partisans, coupables d’avoir provoqué les Allemands et pour cette raison assumaient le rôle de bouc émissaire.

À Civitella, aujourd’hui encore, ce souvenir particulier persiste et est si profondément enraciné dans le lieu qu’il a été repris, dans ses caractères antipartisans, non seulement par les survivants du massacre de 1944, mais aussi par leurs enfants et les enfants de leurs enfants.

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