19 luglio 1943: cadevano le bombe a San Lorenzo

19 juillet 1943 : les bombes tombent à San Lorenzo

di Gabriele Scarparo

Cadevano le bombe

Come neve

Il 19 luglio

A San Lorenzo

Sconquassato il Verano

Dopo il bombardamento

Tornano a galla i morti

E sono più di cento

Roma non fu la prima città ad essere colpita dai bombardamenti alleati e neppure quella che subì le maggiori distruzioni. Quel 19 luglio del 1943, data del primo bombardamento anglo-americano, rimase però impresso nella memoria di tutti i romani e destò grande clamore nell’opinione pubblica italiana. La capitale del Regno era allora come oggi un centro di storia e cultura unico, con un patrimonio monumentale dal valore inestimabile.

Roma era e rimane anche la culla della cristianità, con le sue antiche chiese e il Vaticano che sembravano poter scongiurare la sorte che già da tre anni affliggeva le più importanti città italiane. Gli Alleati, infatti, almeno inizialmente furono indotti per questi motivi a usare prudenza e a posticipare continuamente le operazioni sopra la Città eterna, tenendo conto anche della preoccupazione americana di possibili reazioni interne da parte dei propri cittadini cattolici. 

Il problema etico del bombardamento di Roma era così sentito che furono inaugurate, sui giornali inglesi e americani, delle rubriche che accoglievano il dibattito dei lettori sull’opportunità o meno di bombardare la città. Alle voci che invocavano il rispetto del patrimonio archeologico e religioso si alternavano quelle di coloro che, provati dai bombardamenti a tappeto inaugurati dall’aeronautica tedesca, auguravano agli italiani la stessa sorte. 

Roma più che un’importanza strategica dal punto di vista tattico-militare, rappresentava soprattutto un obiettivo dalla forte valenza psicologica e morale: gli Alleati, infatti, erano ben consapevoli delle ripercussioni sull’opinione pubblica e sull’adesione al regime che potevano scaturire da un attacco alla capitale d’Italia.

Gli indugi vennero meno col passare dei mesi e con l’avvio delle operazioni di guerra sul fronte italiano. Il 10 luglio gli Alleati erano infatti sbarcati in Sicilia e  i bombardamenti sulla penisola italiana furono intensificati. Nelle intenzioni di Churchill e Roosevelt era ormai giunto il momento anche per la capitale dell’Italia fascista di pagare dazio.

Il 19 luglio tocca a Roma, risucchiata anch’essa come stazione altamente simbolica della via crucis della guerra. È la perdita dell’illusione e dell’innocenza. Gli americani, pur essendo stati di freno a Eden, quando reclamava il loro intervento contro una capitale dell’Asse che non poteva farsi scudo con la croce del Vaticano continuando a essere il fulcro politico, militare e amministrativo dell’Italia, avevano bruscamente deciso di tagliare il nodo gordiano sullo status della Città eterna: un gesto dimostrativo più che un reale obiettivo strategico. La salvezza di Roma per troppo tempo era stata tollerata dagli Alleati, invocata da Pio XII e sfruttata dal Duce che non aveva fatto l’unica cosa che avrebbe sicuramente potuto rispiarmarle l’onta dei bombardamenti: smilitarizzarla. (Marco Patricelli, L’Italia sotto le bombe)

Nonostante le lunghe e delicate trattative con la Santa Sede, il comando alleato prese dunque la decisione di sferrare l’attacco che risultò fatale al fascismo. Il primo bombardamento, annunciato da numerosi voli con lanci di volantini che avvertivano la popolazione dell’imminente attacco, fu portato a compimento da quattro gruppi di B-17, le fortezze volanti statunitensi, e da cinque gruppi di B-24. Complessivamente parteciparono all’Operazione Crosspoint più di 500 aerei che in sei ondate successive bombardarono la città per circa tre ore a partire dalle undici di mattina. Alla fine del bombardamento erano state scaricate su Roma più di mille tonnellate di bombe.

Nei piani degli Alleati il bombardamento doveva limitarsi agli obiettivi strategici e militari e furono per questo prese delle misure cautelative volte a risparmiare le aree di interesse archeologico e religioso. Le cautele però non tennero conto della popolazione civile in quanto le aree prese di mira erano limitrofe ai popolosi quartieri del Tiburtino, Prenestino, Tuscolano e San Lorenzo. La contiguità con gli obiettivi prefissati e la relativa lontananza dal centro storico, segnarono così il destino della gente che abitava queste zone.

Le bombe alleate in quella singola incursione seppellirono più di 1500 persone (diverse fonti parlano del doppio).

La Città Universitaria e gli aeroporti di Ciampino e del Littorio furono gravemente danneggiati. Il simbolo di quel giorno così nefasto nella storia di Roma (il 19 luglio, la stessa data in cui, secondo la tradizione, nel 64 d.C. Nerone aveva dato fuoco alla città) fu la basilica di San Lorenzo fuori le Mura, ridotta in macerie. In quelle ore così terribili anche papa Pio XII partecipò alla tragedia romana, uscendo eccezionalmente in auto dal Vaticano e facendo visita ai quartieri colpiti. A San Lorenzo, circondato da una folla commossa e provata si inginocchiò sulle rovine e recitò il De profundis.

Pio XII, a testa scoperta, è sceso a stento dall’automobile, ed è rimasto un istante a guardare sgomento le macerie della vetusta basilica. Nulla più rimane di quello che faceva del tempio uno dei più belli, perché anche dei più antichi di Roma. Il portico non esiste più; delle sei colonne marmoree due sole sono ancora in piedi, ma una di queste ha un’inclinazione superiore a quella del campanile di Pisa. Le pitture appaiono devastate, come se una mano con un guanto di ferro le avesse raschiate. Al di sopra di quello che fu il porticato si vedono alcuni resti dell’antica volta a legno, le cui capriate sono sprofondate in un mucchio di macerie formato dalle tegole infrante. Il Papa ha visto tutto ciò e il suo cuore ha lacrimato mentre dalle labbra convulse si sprigionava una preghiera. E questa sua preghiera era non solo per le vittime odierne, ma anche per i poveri defunti che avevano dormito finora il loro sonno tranquillo sotto il segno della Croce. (La Stampa, 20 luglio 1943)

Anche Vittorio Emanuele III visitò le zone colpite. Il Re trovò macerie, caos e nessuno tra le autorità che avesse avviato le operazioni di soccorso. La reazione del popolo nei suoi confronti fu però molto più fredda rispetto a quella riservata al Santo Padre. La sua figura era ormai quasi del tutto compromessa. Pochi giorni dopo, nella notte tra il 24 ed il 25 luglio, il Gran Consiglio del Fascismo approvò l’Ordine del giorno Grandi, che impose a Mussolini il ripristino «di tutte le funzioni statali» e invitò il Duce a restituire il comando delle Forze armate proprio al Re. Questi il giorno dopo lo fece arrestare e il governo passò nella mani del generale Badoglio. La strategia del bombardamento psicologico portata avanti dagli Alleati aveva avuto così i suoi frutti, ma a quale prezzo.


Cadevano le bombe

Come neve

Il 19 luglio

A San Lorenzo

Sconquassato il Verano

Dopo il bombardamento

Tornano a galla i morti

E sono più di cento


Cadevano le bombe

A San Lorenzo

E un uomo stava

A guardare la sua mano

Viste dal Vaticano

Sembravano scintille

L’uomo raccoglie la sua mano

E i morti sono mille


E un giorno, credi

Questa guerra finirà

Ritornerà la pace

E il burro abbonderà

E andremo a pranzo la domenica

Fuori porta, a Cinecittà

Oggi pietà l’è morta

Ma un bel giorno rinascerà

E poi qualcuno farà qualcosa

Magari si sposerà


E il Papa la mattina

Da San Pietro

Uscì tutto da solo tra la gente

E in mezzo a San Lorenzo

Spalancò le ali

Sembrava proprio un angelo

Con gli occhiali


E un giorno, credi

Questa guerra finirà

Ritornerà la pace

E il burro abbonderà

E andremo a pranzo la domenica

Fuori porta, a Cinecittà

Oggi pietà l’è morta

Ma un bel giorno rinascerà

E poi qualcuno farà qualcosa

Magari si sposerà

(San Lorenzo, Francesco De Gregori)


19 juillet 1943 : les bombes tombent à San Lorenzo

Cadevano le bombe

Come neve

Il 19 luglio

A San Lorenzo

Sconquassato il Verano

Dopo il bombardamento

Tornano a galla i morti

E sono più di cento

Rome n’a pas été la première ville à être touchée par les bombardements alliés, ni la ville qui a subi les plus grandes destructions. Mais ce 19 juillet 1943 reste gravé dans la mémoire de tous les Romains et a provoqué un grand émoi dans l’opinion publique italienne. La capitale du Royaume était alors, comme elle l’est aujourd’hui, un centre unique d’histoire et de culture, avec un patrimoine monumental d’une valeur inestimable.

Rome était et reste aussi le berceau du christianisme, avec ses églises anciennes et le Vatican qui semblait pouvoir éviter le sort qui avait déjà affligé les plus importantes villes italiennes pendant trois ans. Les Alliés, en fait, ont été incités, du moins au début, pour ces raisons à faire preuve de prudence et à reporter continuellement les opérations au-dessus de la Ville éternelle, en tenant compte également de la préoccupation des Américains quant aux éventuelles réactions internes de leurs propres citoyens catholiques.

Le problème éthique du bombardement de Rome était si aigu que les journaux anglais et américains avaient publié des colonnes dans lesquelles les lecteurs débattaient de l’opportunité de bombarder ou non la ville. Les voix qui invoquaient le respect du patrimoine archéologique et religieux s’alternaient avec celles qui, après les bombardements intensifs inaugurés par l’armée de l’air allemande, souhaitaient le même sort aux Italiens.

Rome, plus qu’une importance stratégique du point de vue tactique-militaire, représentait surtout une cible à forte valeur psychologique et morale : les Alliés, en effet, étaient bien conscients des répercussions sur l’opinion publique et l’adhésion au régime qui pouvaient résulter d’une attaque contre la capitale de l’Italie.

Les retards prirent fin au fil des mois et avec le début des opérations de guerre sur le front italien. Le 10 juillet, les Alliés avaient en effet débarqué en Sicile et les bombardements sur la péninsule italienne s’étaient intensifiés. Dans les intentions de Churchill et Roosevelt, le temps était venu pour la capitale de l’Italie fasciste de s’assumer les conséquences des ses choix politiques.

Le 19 juillet, c’est au tour de Rome, également aspirée comme une station hautement symbolique de la Via Crucis de la guerre. C’est la perte de l’illusion et de l’innocence. Les Américains, même s’ils avaient retenaient Eden, lorsqu’il exigeait leur intervention contre une capitale de l’Axe qui ne pouvait se protéger avec la croix du Vatican tout en continuant à être le centre politique, militaire et administratif de l’Italie, avaient brusquement décidé de couper le nœud gordien sur le statut de la Ville éternelle : un geste démonstratif plutôt qu’un véritable objectif stratégique. Le sécurité de Rome avait été trop longtemps toléré par les Alliés, invoqué par Pie XII et exploité par le Duce qui n’avait pas fait la seule chose qui aurait certainement pu réparer la honte des bombardements : la démilitariser. (Marco Patricelli, l’Italie sous les bombes)

Malgré les longues et délicates négociations avec le Saint-Siège, le commandement allié prises donc la décision de lancer l’attaque qui résulta fatale au fascisme. Le premier bombardement, annoncé par de nombreux vols avec des tracts avertissant la population de l’imminence de l’attaque, fut effectué par quatre groupes de B-17, les forteresses volantes américaines, et cinq groupes de B-24. Au total, plus de 500 avions ont participé à l’opération Crosspoint qui, en six vagues successives, a bombardé la ville pendant environ trois heures à partir de onze heures du matin. À la fin du bombardement, plus de mille tonnes de bombes avaient été déchargées sur Rome.

Dans les plans des Alliés, le bombardement devait être limité à des objectifs stratégiques et militaires et c’est pourquoi des mesures de précaution ont été prises pour épargner les zones d’intérêt archéologique et religieux. Toutefois, les précautions prises ne tenaient pas compte de la population civile car les zones visées étaient adjacentes aux districts densément peuplés de Tiburtino, Prenestino, Tuscolano et San Lorenzo. La contiguïté avec les objectifs fixés et la distance relative par rapport au centre historique, ont ainsi marqué le destin des personnes qui vivaient dans ces zones.

Les bombes alliées de ce seul raid ont enterré plus de 1500 personnes (différentes sources parlent du double).

La ville universitaire et les aéroports de Ciampino et du Littorio ont été gravement endommagés. Le symbole de ce jour si sinistre dans l’histoire de Rome (19 juillet, la même date à laquelle, selon la tradition, en 64 après J.-C. Néron avait mis le feu à la ville) était la basilique de San Lorenzo fuori le Mura, réduite en ruines. En ces heures terribles, le pape Pie XII avait également participé à la tragédie romaine, quittant exceptionnellement le Vatican en voiture et se rendant dans les zones touchées. À San Lorenzo, entouré d’une foule émue et répétitive, il s’est agenouillé sur les ruines et a récité le De profundis.

Pie XII, la tête découverte, sort à peine de la voiture et reste un instant à regarder avec consternation les décombres de la vieille basilique. Il ne reste rien de ce qui faisait du temple l’un des plus beaux, car il était aussi l’un des plus anciens de Rome. Le portique n’existe plus ; sur les six colonnes de marbre, seules deux sont encore debout, mais l’une d’entre elles a une plus grande inclinaison que le clocher de Pise. Les peintures semblent dévastées, comme si une main avec un gant de fer les avait éraflées. Au-dessus de ce qui était autrefois le portique, on peut voir quelques vestiges de l’ancienne voûte en bois, dont les fermes se sont enfoncées dans un tas de décombres formé par des tuiles cassées. Le pape a vu tout cela et son cœur a crié pendant qu’une prière jaillissait de ses lèvres convulsives. Et sa prière n’était pas seulement pour les victimes d’aujourd’hui, mais aussi pour les pauvres morts qui avaient jusqu’alors dormi de leur sommeil paisible sous le signe de la Croix. (La Stampa, 20 juillet 1943)

Vittorio Emanuele III avait également visité les zones touchées, trouvant des décombres et du chaos, et personne parmi les autorités n’avait commencé les opérations de sauvetage. Cependant, la réaction du peuple à son égard avait été beaucoup plus froide que celle réservée au Saint-Père. Sa figure était maintenant presque complètement compromise. Quelques jours plus tard, dans la nuit du 24 au 25 juillet, le Grand Conseil du Fascisme approuve l’Ordre du jour Grandi, qui impose à Mussolini le rétablissement “de toutes les fonctions de l’État” et invite le Duce à rendre le commandement des Forces armées au Roi lui-même. Le lendemain, il le fait arrêter et le gouvernement passe entre les mains du général Badoglio. La stratégie de bombardement psychologique menée par les Alliés avait donc porté ses fruits, mais à quel prix.


Cadevano le bombe

Come neve

Il 19 luglio

A San Lorenzo

Sconquassato il Verano

Dopo il bombardamento

Tornano a galla i morti

E sono più di cento


Cadevano le bombe

A San Lorenzo

E un uomo stava

A guardare la sua mano

Viste dal Vaticano

Sembravano scintille

L’uomo raccoglie la sua mano

E i morti sono mille


E un giorno, credi

Questa guerra finirà

Ritornerà la pace

E il burro abbonderà

E andremo a pranzo la domenica

Fuori porta, a Cinecittà

Oggi pietà l’è morta

Ma un bel giorno rinascerà

E poi qualcuno farà qualcosa

Magari si sposerà


E il Papa la mattina

Da San Pietro

Uscì tutto da solo tra la gente

E in mezzo a San Lorenzo

Spalancò le ali

Sembrava proprio un angelo

Con gli occhiali


E un giorno, credi

Questa guerra finirà

Ritornerà la pace

E il burro abbonderà

E andremo a pranzo la domenica

Fuori porta, a Cinecittà

Oggi pietà l’è morta

Ma un bel giorno rinascerà

E poi qualcuno farà qualcosa

Magari si sposerà

(San Lorenzo, Francesco De Gregori)

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