12 agosto 1944: l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema

12 août 1944 : le massacre de Sant’Anna di Stazzema

di Gabriele Scarparo

A Sant’Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, la mattina del 12 agosto 1944 si consumò il secondo più grave eccidio di civili in Italia ad opera dell’occupante tedesco. In poche ore tre reparti della XVI SS Panzergrenadier Division circondarono le località limitrofe, risalendo fino allo spiazzo principale del paese dove sorgeva la chiesa, lasciandosi alle spalle una scia di morte, sangue e fiamme; un quarto reparto rimase nelle retrovie, impedendo di fatto ogni via di fuga. 

La scure nazista si abbattè improvvisa e implacabile, tanto sugli uomini quanto sulle donne e i bambini: in pochi riuscirono a salvarsi da quell’inferno. Provenienti da tre direzioni diverse gli uomini delle SS, tra cui anche degli italiani, agirono con crudeltà e assurda ferocia.

I civili (i “banditi” per i tedeschi) quando non furono fucilati sul posto, vennero rastrellati, rinchiusi nelle stalle presenti sul cammino, mitragliati e dati alle fiamme quand’anche ancora in vita. Strazianti sono le testimonianze di chi visse quell’orrore. All’epoca erano bambini mentre ora sono anziani che per un’intera vita si sono portati dietro un fardello pesantissimo, come Mario Marsili, ascoltato durante il processo celebrato a La Spezia tra il 1996 e il 2005.

Io ero in braccio a mia madre perché ero piccolo, eravamo naturalmente usciti dal letto perché era presto la mattina, e ci portarono appunto in quella stalla. Ci portarono dentro, io ero insieme sempre in braccio a mia madre e i miei zii non lo so, non li vidi, vidi solamente mia madre, mia nonna e mio nonno e in questa stalla ci misero dentro a calci di fucili. Naturalmente in questa stalla io vidi che c’era della paglia nell’interno di questa stalla, ci rintuzzarono dentro e cominciarono questi tedeschi con un lanciafiamme, la mitragliatrice nell’interno di questa stalla. […] mia madre […] forse istintivamente trovò dietro la porta di questa stalla due massi sporgenti esterni e sembrava una specie di nicchia. Mia madre forse intendendo […] salvarmi mi ha messo a cavalcioni in questi due sassi. (Paolo Pezzino, Sant’Anna di Stazzema. Storia di una strage)

Quel giorno a Sant’Anna di Stazzema furono trucidate 560 persone (questa almeno è la cifra accettata dall’opinione pubblica, nonostante persistano notevoli dubbi considerato che un concreto lavoro di spoglio e incrocio delle fonti ancora non è stato fatto); la più piccola delle vittime aveva appena venti giorni.

Molti civili trovarono la morte di fronte la chiesa del paese, in quello che è oggi l’episodio simbolo dell’eccidio. Secondo le testimonianze emerse solo in tempi recenti, come quella dell’ex SS Adolf Beckerth, alle persone radunate nel piazzale fu intimato di indicare la posizione dei partigiani che oggi sappiamo non fossero più nella zona già da svariati giorni. Allo scadere dell’ultimatum tutti i presenti, per lo più anziani, donne e bambini furono mitragliati e poi dati alle fiamme in una macabra pira alimentata dai mobili prelevati dalla vicina chiesa.

La sera stessa dell’eccidio, l’Ufficio Informazioni della XIV Armata tedesca redasse il bollettino con l’elenco delle operazioni condotte durante il mattino a Sant’Anna di Stazzema. La grigia burocrazia di guerra tedesca sintetizzò più di tre ore di massacro in poche righe nelle quali fu dichiarato che nel paese ridotto in cenere erano stati trovati e distrutti sette depositi di munizioni, uno dei quali nella chiesa, ed eliminati 270 «banditi».

Circa un mese dopo, quando gli Alleati giunsero a Sant’Anna, trovarono ancora centinaia di resti di cadaveri carbonizzati. Partì una prima indagine che portò alla compilazione di un dettagliato rapporto in cui furono raccolte le importanti testimonianze dei sopravvissuti italiani e dei disertori tedeschi. Si giunse anche a identificare con certezza il reparto autore della strage ovvero il II battaglione del 35° reggimento della XVI SS Panzergrenadier Division, in cui era molto alta la presenza di giovani tra i diciotto e i vent’anni.

Un anno dopo, l’incartamento fu inviato alle autorità italiane che aprirono un fascicolo in cui confluirono i risultati dell’inchiesta statunitense. L’eccidio di Sant’Anna finì tra i capi d’accusa contro il generale Max Simon, il comandante della XVI Divisione SS, responsabile tra gli altri del massacro di Marzabotto. Il Tribunale Militare britannico di Padova, nel giugno del 1947, condannò a morte l’ex ufficiale nazista. Tuttavia, come accadde per molti altri criminali nazisti, la pena venne commutata prima in ergastolo e poi definitivamente cancellata, cosicchè anche Simon fu libero di tornare a casa. Durante il processo sembrò emergere anche la responsabilità del maggiore delle SS Walter Reder, ma le prove a suo carico erano deboli e fu assolto per non aver commesso il fatto (fu invece condannato per la strage di Monte Sole).

A quel punto anche per Sant’Anna di Stazzema si aprirono per poi richiudersi immediatamente le porte dell’Armadio della Vergogna. Sullo sfondo dell’impellente scenario storico disegnato dalla Guerra fredda, le popolazioni vittime delle stragi tedesche si trovarono a dover pagare il prezzo per il reintegro della Germania e del suo esercito nella Nato: l’impunità dei criminali nazisti. Scomparvero così anche i fascicoli della strage di Sant’Anna, ritrovati solamente a metà degli anni Novanta.

Nel 1996, grazie anche alle richieste sel Comune di Stazzema e del Comitato per le Onoranze ai Martiri di Sant’Anna, la Procura militare di La Spezia riaprì le indagini sull’eccidio che si conclusero nove anni più tardi. Dieci tra ex ufficiali e sottufficiali nazisti vennero condannati all’ergastolo per aver preso parte al massacro. La pena anche in questo caso non fu scontata dagli imputati perché due anni più tardi, in Germania, il Tribunale di Stoccarda negò l’avvio di un processo e archiviò l’inchiesta per insufficienza di prove.

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12 août 1944 : le massacre de Sant’Anna di Stazzema

Le matin du 12 août 1944, à Sant’Anna di Stazzema, dans la province de Lucques, a eu lieu le deuxième plus grave massacre de civils en Italie par l’occupant allemand. En quelques heures, trois unités de la XVIe Division Panzergrenadier SS ont encerclé les villes voisines, jusqu’à la place principale du village où se dressait l’église, laissant derrière eux une traînée de mort, de sang et de flammes ; une quatrième unité est restée à l’arrière, empêchant toute issue de secours.

La hache nazie s’est abattue soudainement et implacablement, tant sur les hommes que sur les femmes et les enfants : peu ont pu se sauver de cet enfer. Venant de trois directions différentes, les hommes de la SS, y compris certains Italiens, ont agi avec une cruauté et une férocité absurdes.

Les civils (les “bandits” pour les Allemands) quand n’ont pas été abattus sur place, ils ont été rassemblés, enfermés dans les écuries sur la route, mitraillés et incendiés alors qu’ils étaient encore en vie. Les témoignages de ceux qui ont vécu cette horreur sont déchirants. A l’époque ils étaient des enfants alors qu’aujourd’hui ce sont des personnes âgées qui ont porté toute une vie un lourd fardeau, comme Mario Marsili, entendu lors du procès célébré à La Spezia entre 1996 et 2005.

J’étais dans les bras de ma mère parce que j’étais petit, nous étions naturellement sorties du lit parce qu’il était tôt le matin, et ils nous ont emmenées dans cette écurie. Ils nous ont emmenés à l’intérieur, j’étais toujours dans les bras de ma mère et de mes oncles et tantes je ne sais pas, je ne les voyais pas, je ne voyais que ma mère, ma grand-mère et mon grand-père et dans cette écurie ils nous ont donné des coups de fusil. Bien sûr, dans cette écurie, j’ai vu qu’il y avait de la paille à l’intérieur, ils nous ont jetés dedans et ont commencé ces Allemands avec un lance-flammes, la mitrailleuse à l’intérieur de cette écurie. […] ma mère […] a peut-être trouvé instinctivement derrière la porte de cette grange deux rochers qui dépassaient de l’extérieur et cela ressemblait à une sorte de niche. Ma mère, qui avait peut-être l’intention […] de me sauver, m’a mis à cheval sur ces deux rochers. (Paolo Pezzino, Sant’Anna di Stazzema. Storia di una strage)

Ce jour-là, à Sant’Anna di Stazzema, 560 personnes ont été massacrées (c’est au moins le chiffre accepté par l’opinion publique, bien que des doutes considérables persistent étant donné qu’un travail concret de dépouillement et de croisement des sources n’a pas encore été fait) ; la plus petite des victimes n’avait que vingt jours.

De nombreux civils ont trouvé la mort devant l’église du village, dans ce qui est aujourd’hui l’épisode symbolique du massacre. Selon les témoignages qui n’ont émergé que récemment, comme celui de l’ancien SS Adolf Beckerth, les personnes rassemblées sur la place ont reçu l’ordre d’indiquer la position des partisans dont on sait aujourd’hui qu’ils n’étaient plus dans la région depuis plusieurs jours. A la fin de l’ultimatum, toutes les personnes présentes, pour la plupart des personnes âgées, des femmes et des enfants, ont été mitraillées puis incendiées dans un bûcher macabre alimenté par le mobilier pris dans l’église voisine.

Le soir même du massacre, le bureau d’information de la XIVème armée allemande a établi le bulletin avec la liste des opérations effectuées au cours de la matinée à Sant’Anna di Stazzema. La bureaucratie grise de la guerre allemande a résumé en quelques lignes plus de trois heures de massacre: il a été déclaré que sept dépôts de munitions ont été trouvés et détruits, dont un dans l’église, et que 270 “bandits” ont été éliminés.

Environ un mois plus tard, lorsque les Alliés sont arrivés à Sant’Anna, ils ont encore trouvé des centaines de restes de cadavres carbonisés. Une première enquête a été menée et a abouti à la rédaction d’un rapport détaillé dans lequel ont été recueillis les témoignages importants de survivants italiens et de déserteurs allemands. Il a également été possible d’identifier avec certitude le service responsable du massacre, c’est-à-dire le IIe bataillon du 35e régiment de la XVIe Division Panzergrenadier SS, dans lequel la présence de jeunes soldats âgés de dix-huit à vingt ans était très importante.

Un an plus tard, le rapport a été envoyé aux autorités italiennes qui ont ouvert un dossier contenant les résultats de l’enquête américaine. Le massacre de Sant’Anna a fini par être l’une des accusations portées contre le général Max Simon, le commandant de la XVIe division SS, responsable, entre autres, du massacre de Marzabotto. Le tribunal militaire britannique de Padoue, en juin 1947, a condamné à mort l’ancien officier nazi. Cependant, comme cela s’est produit pour de nombreux autres criminels nazis, la peine a d’abord été commuée en prison à vie, puis définitivement annulée, de sorte que Simon a lui aussi été libre de rentrer chez lui. Au cours du procès, il semble que la responsabilité du major SS Walter Reder soit également apparue, mais les preuves contre lui étaient faibles et c’est pourquoi il fut acquitté pour ne pas avoir commis ce fait (il fut au contraire condamné pour le massacre de Monte Sole).

À ce moment-là, les portes de l’Armoire de la Honte s’ouvrirent également pour Sant’Anna di Stazzema, puis se refermèrent immédiatement. Dans le cadre du scénario historique passionnant conçu par la Guerre froide, les victimes des massacres allemands se sont retrouvées à payer le prix de la réintégration de l’Allemagne et de son armée dans l’OTAN : l’impunité des criminels nazis. Ainsi, les dossiers du massacre de Sant’Anna ont également disparu; ils ont été retrouvés seulement au milieu des années 1990.

En 1996, grâce également aux demandes de la municipalité de Stazzema et du Comité pour les honneurs aux martyrs de Saint’Anna, le procureur militaire de La Spezia a rouvert l’enquête sur le massacre qui s’est terminé neuf ans plus tard. Dix anciens officiers et sous-officiers nazis ont été condamnés à la prison à vie pour avoir pris part au massacre. La peine n’a pas non plus été purgée par les accusés dans cette affaire, car deux ans plus tard, en Allemagne, le tribunal de Stuttgart a refusé d’ouvrir un procès et a clos l’enquête par manque de preuves.

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