Hernan Cortés e la caduta di Tenochtitlán

Nel febbraio 1519, Hernan Cortés, navigatore, esploratore e Conquistador spagnolo, salpò da Cuba (Isla Juana, così l’aveva battezzata Cristoforo Colombo nel 1492), verso l’attuale Messico. La sua ambizione, la ricerca di gloria personale e la tentazione di immense ricchezze, oltre che i burrascosi rapporti col governatore locale, Diego Velásquez, lo spinsero verso la costa dello Yucatán al comando di 11 navi, 550 uomini e 16 cavalli.

Sbarcati inizialmente sull’isola di Cozumel, gli spagnoli incontrarono e recuperarono Jerónimo de Aguilar, un frate francescano originario dell’Andalusia che era naufragato lì diversi anni prima.

Sull’isola si registrarono i primi scontri tra Cortés e le popolazioni indigene mesoamericane. Con Aguilar nel duplice ruolo di guida e interprete, i conquistadores imposero agli abitanti autoctoni l’abbandono della loro antica religione maya, in favore del cristianesimo. Fu solo dopo aver incendiato idoli e templi che gli spagnoli ripresero il viaggio verso lo Yucatán.

Hernan Cortés, ritratto anonimo
del XVIII secolo

Giunti alla foce del fiume Tabasco, nei pressi di Potonchán, a metà marzo, Cortés e i suoi uomini si ritrovarono di fronte gli agguerriti indigeni Maya guidati da Taabscoob. La battaglia di Centla che ne seguì fu dura, ma le armi da fuoco e i cavalli, entrambi sconosciuti alle popolazioni locali, finirono per decidere l’andamento degli scontri.

Si narra che il giorno seguente la battaglia, Taabscoob e i suoi guerrieri giunsero all’accampamento spagnolo offrendo pace e sottomissione. Con loro portarono oggetti d’oro, pietre preziose, animali, pelli pregiate e una ventina di ragazze come offerta per i vincitori. 

Fra queste donne, ce n’era una di eccezionale bellezza, Malintzin, o La Malinche come la chiamavano gli spagnoli, poi ribattezzata, una volta abbracciata la fede cristiana, doña Marina. Intelligente e scaltra, Malinche si rivelò preziosissima per il prosieguo dell’avventura di Cortés. Quest’ultimo rimase colpito soprattutto dalla sua straordinaria predisposizione per le lingue, al punto che ne fece la propria interprete personale, oltre che la sua amante. Malinche, infatti, conosceva già il maya e il nāhuatl, l’idioma originario della popolazione azteca, ai quali affiancò ben presto una sorprendete padronanza dello spagnolo.

La Malinche,
di Alfredo Ramos Martinez (1940)

La donna svolse un ruolo diplomatico fondamentale per facilitare gli incontri tra Cortés e i capi delle società mesoamericane, tra cui l’imperatore (tlatoani) azteco Montezuma II. Proprio gli Aztechi, i Mexica in lingua nāhuatl, alla vigilia dell’arrivo dei conquistadores, dominavano il Messico centrale e possedevano una maestosa capitale: Tenochtitlán, oggi Città del Messico. Il loro potere era però messo a dura prova da divisioni interne e dai contrasti con le diverse popolazioni che abitavano il vasto territorio messicano. Contrasti che Cortés seppe sfruttare con grande abilità, tanto da riuscire ad ottenere l’appoggio militare di numerosi indios, tra cui, per primi, i Totonaca di Cempoala.

Cortés entrò in contatto con la nazione Totonaca dopo la battaglia di Centla, quando la flotta spagnola risalì la costa messicana in direzione nord-ovest. Nei pressi di Quiahuiztlan, i conquistadores fondarono la città di Veracruz, base di partenza per la seconda fase dell’avventura di Cortés. Qui, infatti, gli spagnoli ottennero le prime informazioni sui Mexica e sulla loro splendente capitale. Montezuma stesso inviò emissari e doni a Veracruz, con l’intenzione di prendere contatto con quegli strani uomini giunti da est. L’oro e le pietre preziose donate a Cortés avrebbero dovuto, nell’intenzione di Montezuma, convincere gli spagnoli a restare fuori dai confini del vasto impero azteco, ma non fecero altro che aumentare la cupidigia degli spagnoli.

Fu infatti in questo momento che l’avventura di Cortés divenne propriamente una missione di conquista. Egli, allettato dalle immense ricchezze che credeva di poter trovare nell’entroterra messicano, e accortosi delle rivalità tra gli aztechi e le altre nazioni indios, cominciò ad elaborare l’invasione di Tenochtitlán. 

L’impero azteco prima dell’arrivo di Cortés (carteraztec.weebly.com)

Nell’agosto del 1519 Cortés lasciò quindi Veracruz e mosse verso l’entroterra, al comando di un esercito composto da poche centinaia di soldati spagnoli, ma alimentato da circa 13mila guerrieri totonaca. Per troncare ogni rapporto col governatore di Cuba Diego Velásquez, intenzionato a richiamarlo sull’isola caraibica, e per evitare che qualcuno potesse disertare, Cortés fece persino incendiare o affondare le sue 11 navi. C’era solamente una via: quella che portava a Tenochtitlán.

Per giungervi però i conquistadores dovettero attraversare prima i territori dei Tlaxcala, una confederazione di quattro città-stato (Tepeticpac, Ocotelolco, Tizatlan e Quiahuiztlán) che seppure in costante guerra (la Guerra dei Fiori) contro l’impero azteco, non permise agli spagnoli di passare. Il 2 e il 3 settembre ci furono delle sanguinose battaglie che videro gli spagnoli in grande difficoltà; alla fine però quest’ultimi ebbero la meglio. I Tlaxcala si arresero agli europei e accettarono l’alleanza, in funzione anti-azteca, proposta loro da Cortés.

Montezuma II
di Antonio Rodriguez (1636)

Verso ottobre, con nuovi indios al loro seguito, i conquistadores ripresero la marcia giungendo fino a Cholula, che con 30mila abitanti era una delle più grandi e importanti città-stato mesoamericane e uno dei principali centri religiosi.

Cholula era anche una potente alleata dell’impero azteco, nonché nemica della confederazione Tlaxcala, a causa probabilmente di un tradimento subito da quest’ultimi durante la guerra contro Montezuma.

I nobili locali accolsero comunque in città gli spagnoli, mentre i nativi alleati di Cortés si accamparono poco fuori. Le fonti europee del tempo, tra le quali le lettere inviate da Cortés stesso all’imperatore Carlo V, e i resoconti dei soldati spagnoli al suo seguito, narrano di come la calda accoglienza degli indios si fosse trasformata presto in crescente ostilità. Sebbene non tutte le testimonianze siano concordi, la storia/leggenda spagnola recita che le autorità di Cholula si preparassero ad un’imboscata per annientare gli europei. Si dice addirittura che fossero pronti a sacrificare Cortés e i suo uomini nel tempio dedicato a Quetzalcoatl, il dio serpente piumato, fra le divinità più importanti delle civiltà mesoamericane. Malinche però scoprì la “trama” e avvisò Cortés che, insieme ai suoi alleati Tlaxcala e Totonaca, diede avvio al massacro di Cholula. Alcuni studiosi sostengono che Malinche stessa comandò parte dell’attacco.

Il massacro durò alcuni giorni durante i quali in migliaia furono massacrati. L’ecatombe sarebbe confermata, anche se ridimensionata, dal ritrovamento negli anni Settanta del Novecento di circa 650 scheletri nell’area archeologica di Cholula. Comunque sia andata, prima di andarsene gli spagnoli distrussero i templi e incendiarono la città.

Probabilmente, la ferocia mostrata dai conquistadores a Cholula servì anche per inviare un messaggio a Montezuma. Il massacro potrebbe aver giocato, in questo senso, un importante ruolo nella decisione dell’imperatore azteco di incontrare finalmente, dopo tanti rifiuti, Cortés, i cui poteri dovettero sembrargli soprannaturali.

Almeno questo è quello che raccontano le fonti spagnole, molte delle quali postume alla conquista del Messico. Si dice infatti che Montezuma si convinse che Cortés non fosse altro che il dio Quetzalcoatl, venuto a riappropriarsi del suo legittimo regno, per condurre gli aztechi alla salvezza. Seppure appare plausibile che, almeno in un primo momento, gli spagnoli fossero stati scambiati per divinità, la storia che narra l’identificazione tra Cortés e il dio serpente piumato potrebbe essere un’invenzione dei cronisti europei, successiva alla conquista stessa del Messico.

Il Lago di Texcoco e le città della Valle del Messico all’inizio del XVI secolo

L’8 novembre 1519, i conquistadores arrivarono a Tenochtitlán, che sorgeva su alcuni isolotti del lago Texcoco, collegati tra di loro da ponti e canali.

Montezuma accolse Cortés non come un nemico, anzi, a lui e al suo seguito furono riservati onori regali. Così il Conquistador sintetizzò il discorso rivolto a lui dall’imperatore dei Mexica, nella seconda lettera inviata al re di Spagna e Imperatore Carlo V:

Dalla tradizione scritta dalla nostra gente, trasmessa dagli antenati, sappiamo che nessuno degli abitanti di questa terra, nemmeno io, siamo originari di essa ma stranieri, arrivati qui dalle regioni più lontane; sappiamo anche che la nostra stirpe fu guidata da un signore di cui erano tutti vassalli, il quale se ne ritornò da dove era venuto: dopo molto tempo ricomparve; voleva portare con sé gli uomini, che nel frattempo si erano sposati con le donne native di queste terre e avevano procreato e costruito i loro villaggi. Essi non vollero seguirlo e nemmeno accoglierlo come signore: così andò via per sempre. Da allora abbiamo creduto che i suoi discendenti sarebbero tornati un giorno per conquistare il nostro paese e fare di noi i loro vassalli. Per il fatto che voi dite di venire da quella parte del mondo da dove si leva il sole, e per tutto quello che raccontate del potente re che vi ha mandati, siamo convinti che egli sia il nostro antico signore, tanto più che voi affermate che egli sa di noi da lungo tempo. Siate dunque certo che noi vi obbediremo e guarderemo a voi come capo, come ministro di quel potente signore di cui parlate, e che non dovrete temere né falsità né inganni. Potrete imporre la vostra volontà su queste terre, quelle che mi appartengono, perché sarete obbedito e potrete disporre dei miei beni a vostra discrezione. E poiché questa è la vostra terra e la vostra casa, dimenticate dunque e riposatevi dalla fatica del viaggio e dalle guerre che avete sostenuto.

L’incontro tra Cortés e Montezuma
in un dipinto del XIX secolo

Gli europei furono liberi di poter girare tra le strade di quell’immensa e affascinante città, che all’epoca sembra contasse tra i 150mila e i 300mila abitanti. Lo splendore della capitale azteca traspare dalle lettere dello stesso Cortés:

La città di Tenochtitlán è costruita al centro di un lago salato, con quattro strade rialzate artificiali che vi conducono, entrambe grandi come lance di cavalleria. Le strade principali erano molto ampie e diritte, alcune erano su terra e altre, assieme a tutte quelle piccole, erano per metà su terra e per metà canali. Tutte le strade avevano aperture in modo che l’acqua passasse da un canale all’altro. Sopra queste aperture, di cui alcune molto grandi, troviamo dei ponti. I mezzi primari di trasporto sono le canoe. In tutti i distretti di questa grande città ci sono templi o strutture per i loro idoli. Sono tutte attraenti. Tra i templi ne troviamo uno, dalle dimensioni indescrivibili per la lingua umana, così grande che entro le sue altissime mura, si potrebbe costruire un villaggio di 500 abitanti. Entro queste mura ci sono ambienti eleganti con ampie stanze e corridoi dove vivono i sacerdoti. Ci sono almeno 40 torri.

La Grande Tenochtitlán, di Diego Rivera (1945)

Alcuni giorni dopo l’ingresso degli spagnoli in città, Montezuma condusse Cortés e i suoi uomini al maestoso Templo Mayor, il luogo più sacro di Tenochtitlán. Queste furono le sensazioni provate da Bernal Díaz del Castillo, uno dei conquistadores al seguito di Cortés:

Quella grande e maledetta piramide era tanto alta che dominava tutto il territorio circostante con le tre grandi strade che conducevano a Messico […] Vedevamo anche il corso d’acqua dolce che veniva da Chapultepec e riforniva d’acqua tutta la città, i ponti sulle strade che potevano impedire l’accesso alla capitale, e il grande lago, pieno di canoe che trasportavano merci da una riva all’altra; e tutt’in giro per quanto poteva abbracciare lo sguardo biancheggiavano case, torri, santuari, fortezze; uno spettacolo meraviglioso; più sotto rivedevamo la grande piazza e le moltitudini di venditori e di compratori; il brusio delle voci si udiva a una lega di distanza; c’erano fra noi soldati ch’erano stati in varie parti del mondo, a Costantinopoli, in tutta Italia e a Roma, ma tutti dicevano che una piazza così, con tanto movimento e così piena di gente non l’avevano vista mai. (Bernal Díaz del Castillo, La Verdadera Historia de la Conquista de la Nueva España)

La mappa di Tenochtitlán
in una stampa del 1524

Su quella «grande e maledetta piramide», dalla quale gli spagnoli guardarono affascinati Tenochtitlán, gli aztechi erano soliti praticare dei sacrifici umani. Questo fatto, nonostante le battaglie dei mesi precedenti, il sangue versato a Cholula, e le pratiche vessatorie che si accompagnarono alla conquista del Messico, scosse le coscienze degli europei. Così Bernal Díaz del Castillo descrisse, con tutt’altro spirito, ciò che accadeva in città:

A Messico e negli altri paesi che si trovano sul lago, sacrificavano ogni anno più di duemila persone, fra adulti e bambini; e credo che in altre province le cose andassero peggio. E oltre ai sacrifici avevano altri sistemi di tortura; mi limiterò a dirvi quelli di cui ho avuto notizia. Avevano per costume, per esempio, di farsi dei gran tagli sulla fronte, di mozzarsi le orecchie, la lingua e le labbra, di straziarsi il petto, le braccia, le gambe e anche il sesso. […] In quanto poi a mangiar carne umana era per loro come per noi andare a comprare carne di bue nelle macellerie; e in tutti i  paesi c’erano quelle grandi gabbie che ho già ricordato, dove tenevano a ingrassare indios e india e ragazze; e quando erano ben grassi se li mangiavano. Non vi dico poi delle continue guerre che si combattevano tra i vari paesi; se appena riuscivano a far dei prigionieri, li sacrificavano e se li mangiavano. (Bernal Díaz del Castillo, La Verdadera Historia de la Conquista de la Nueva España)

Resoconti come questi furono alla base dell’elaborazione in ambito europeo, a partire già dal XVI secolo, di una sorta di superiorità spirituale cristiana nei confronti delle popolazioni mesoamericane e non solo. I cronisti del tempo, infatti, cominciarono a convincersi e a convincere che fosse giusto muovere guerra a quelle popolazioni idolatriche, capaci di tali nefandezze. A ben vedere ci si trova di fronte ad argomentazioni molto simili a quelle con cui furono condotte, nei secoli successivi, le guerre coloniali europee, e persino le moderne “guerre umanitarie” combattute in nome di una civiltà superiore da esportare.

Modello di Tenochtitlán e dei suoi templi

Cortés ordinò di fermare ogni forma di sacrificio; croci e icone cristiane furono posizionate all’interno dei templi; gli idoli aztechi furono distrutti. A seguito di minacce e intimidazioni, molti indios furono battezzati e costretti a dichiararsi fedeli al re di Spagna. Montezuma, ormai prigioniero nel proprio palazzo, fece lo stesso. É probabilmente in questo momento che gli indios, se mai avessero creduto nella natura divina degli europei, dovettero cominciare a riformulare i propri pensieri. 

Per qualche mese comunque la convivenza, seppur tesa, restò abbastanza pacifica. Nell’aprile del 1520 però Cortés dovette allontanarsi da Tenochtitlán per far fronte ad un esercito inviato contro di lui dal governatore di Cuba, Diego Velásquez, deciso a rimetterlo al suo posto, se non proprio a giustiziarlo, per essersi spinto oltre il proprio mandato di esplorazione. Il comando degli spagnoli in città fu affidato al luogotenente Pedro de Alvarado, la cui cattiva gestione fu però causa di una sanguinosa guerriglia.

Verso la metà di maggio, presso il Templo Mayor, durante una festa sacra in onore del dio Tezcatlipoca, Alvarado diede ordine ai soldati di sparare sui Mexica, forse per prenderne i bellissimi gioielli, forse per sventare un sacrificio umano. Fatto sta che dopo il Massacro del Templo Mayor, gli aztechi si sollevarono e assediarono gli spagnoli. 

Cortés, sconfitto l’esercito inviato contro di lui dal governatore di Cuba, tornò in fretta a Tenochtitlán, trovando una situazione ormai ingestibile. Fu così che sul finire di giugno convinse Montezuma a tentare di placare la furia della sua gente. Durante il suo discorso però l’imperatore fu oggetto di proteste e di lancio di pietre che lo raggiunsero al braccio e alla testa. Secondo i resoconti spagnoli, Montezuma morì due giorni dopo a causa delle ferite riportate; per i locali furono invece gli stessi conquistadores ad ucciderlo, una volta resisi conto che non gli serviva più a niente.

Cortés, convintosi che ormai la battaglia fosse persa, si preparò ad abbandonare la città, non prima però di averne depredato i tesori. Nella notte del 1 luglio 1521, gli spagnoli presero la via più breve, quella che portava ad ovest, attraversando un ponte di legno costruito dopo che i Mexica avevano distrutto gli altri per intrappolarli. Il ponte però non resistette e centinaia di imbarcazioni da guerra circondarono gli invasori in trappola. Cortés, durante quella Noche Triste (coì fu ricordata dai conquistadores) perse la maggior parte dei suoi uomini e dei suoi alleati, uccisi o annegati nel lago Texcoco. Molti altri furono sacrificati nei templi di Tenochtitlán. Secondo la leggenda, il Conquistador, riuscito a fuggire al massacro, una volta arrivato alla riva del lago si mise a piangere sotto un albero.

La noche triste, di Manuel Ramírez Ibáñez (1890)

Dopo questo momento di sconforto però, Cortés risollevò i suoi uomini stanchi e demoralizzati, garantendo loro che sarebbero tornati a Tenochtitlán per vendicarsi. Nella pianura di Otumba, otto giorni dopo la Noche Triste, gli spagnoli ressero l’urto contro le soverchianti forze dei Mexica guidate dal fratello di Montezuma, Cuitláhuac. I conquistadores riuscirono a raggiungere così i territori dei Tlaxcala, loro alleati, e a salvarsi la vita. 

Qui, per i mesi successivi, Cortés pianificò la rivincita. Dalla Spagna giunsero armi e volontari e gli alleati indios erano pronti a marciare di nuovo su Tenochtitlán. 

L’aiuto più importante fu però il vaiolo. Portata inconsapevolmente con loro dall’Europa, questa malattia devastò l’intera Valle del Messico e rese più semplice l’impresa degli spagnoli. Si calcola che in pochi mesi, la stessa popolazione della capitale azteca ne uscì dimezzata. 

Essendo il vaiolo sconosciuto in quelle terre prima dell’arrivo dei conquistadores, gli indios non possedevano anticorpi contro di esso, a differenza degli spagnoli stessi. Questi, sempre più spesso, si ritrovarono di fronte a città semideserte e indifese, falcidiate dall’epidemia. 

Sfruttando anche questo vantaggio, nella primavera del 1521, Cortés riprese a marciare nuovamente sulla Valle del Messico. In aprile, dopo la caduta di Xochimilco, roccaforte dei Mexica posta a pochi chilometri dalla capitale, cominciò il vero e proprio assedio di Tenochtitlán. I conquistadores (circa 900) e i loro alleati indios (tra gli 80mila e i 150mila), crearono un blocco navale tutto intorno alla città, grazie ai brigantini che costruirono per navigare nella laguna. In questo modo impedirono l’arrivo di cibo e rifornimenti.

La conquista di Tenochtitlan, quadro del XVII secolo

Tenochtitlán nel frattempo aveva perso anche il suo primo difensore, Cuitláhuac, morto anch’egli di vaiolo. Cuauhtémoc, cugino di Montezuma e ultimo sovrano azteco, guidò la disperata difesa della città. Fu però tutto vano. Nonostante tutti i preparativi portati avanti dal giovane sovrano, infatti, gli spagnoli continuarono l’assedio. Cuauhtémoc e i suoi furono costretti a ritirarsi un pò più a nord, a Tlatelolco.

In poco tempo la situazione si fece disperata e alla fine del mese di luglio la sorte dei Mexica era ormai segnata. I templi bruciavano e i cadaveri erano ovunque. L’ultimo atto della guerra fu il massacro di decine di migliaia di Mexica nelle strade di Tenochtitlán. Dopo quasi tre mesi di assedio, i conquistadores, l’epidemia e la fame ebbero la meglio.

Il 13 agosto 1521 Cortés entrò in città vittorioso. Cuauhtémoc fu catturato, torturato e infine imprigionato. Secondo la leggenda, il giovane sovrano fu legato ad un palo con i piedi immersi nell’olio bollente per costringerlo a rivelare dove avesse nascosto l’oro di Montezuma. Lo stesso oro che era andato perso durante la fuga della Noche Triste. Alla fine Cuauhtémoc disse agli spagnoli che poco prima della caduta della città, avendo compreso che la fine di Tenochtitlán era inevitabile, aveva ordinato di gettare l’oro in un pozzo nella laguna. Non fu mai ritrovato.

La tortura di Cuauhtémoc, di Leandro Izaguirre (1893)

L’antica capitale azteca fu ridotta in macerie e così anche i suoi luoghi sacri, al cui posto cominciarono ad essere erette chiese cristiane. Sulle ceneri di Tenochtitlán gli spagnoli costruirono Città del Messico, simbolo del vasto impero su cui, usando le parole di Carlo V, non tramontava mai il sole (el imperio en el que nunca se pone el sol). Il grande impero azteco, quello di Montezuma e degli ultimi sovrani Mexica, invece, dopo solo due anni e mezzo dallo sbarco di Cortés nello Yucatán, non esisteva più.

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