La Malinche, prima traduttrice (o traditrice) del Nuovo Mondo

di Gabriele Scarparo

Durante la conquista del Messico, Hernan Cortés, navigatore, esploratore e Conquistador spagnolo si imbatté quasi casualmente in una donna che ebbe un peso rilevante nel successo della sua impresa: Malinalli Tenepatl, conosciuta anche come Malintzin o La Malinche come veniva chiamata dagli spagnoli.

Malinalli, nata probabilmente nel 1502 a Coatzacoalcos, era figlia di un cacique, uno dei capi tribù delle numerose comunità mesoamericane precolombiane. Quello che oggi conosciamo come Messico all’inizio del XVI secolo era infatti un vasto e frastagliato territorio, abitato da diversi popoli e conteso da numerosi regni. Il più grande e importante di essi era quello dei Mexica, noto più comunemente come Impero Azteco e guidato all’epoca dal tlatoani Montezuma II.

La Malinche,
di Alfredo Ramos Martinez (1940)

Il padre di Malinalli era uno dei tanti tributari di quest’ultimo, un qualcosa di simile a un feudatario del sovrano azteco. Quando egli morì, Malinalli era ancora molto piccola. Secondo la storia fu venduta dalla madre e dal nuovo sposo di quest’ultima per privarla dell’eredità familiare che finì, invece, al fratellastro appena nato. 

Fu acquistata da un cacique di Tabasco, un insediamento Maya sulla costa atlantica. Proprio qui, nel 1519, incontrò i conquistadores spagnoli sbarcati in Messico alla ricerca di gloria e di oro.

Giunti a Tabasco a metà marzo, Cortés e i suoi uomini si ritrovarono di fronte gli agguerriti indigeni guidati da Taabscoob. Ci fu un duro scontro, passato alla storia come la battaglia di Centla. Gli spagnoli dovettero penare per avere la meglio, ma alla fine le armi da fuoco e i cavalli che avevano portato con sé, entrambi sconosciuti alle popolazioni locali, finirono per decidere l’andamento degli scontri. 

Si narra che il giorno seguente alla battaglia, Taabscoob e i suoi guerrieri giunsero all’accampamento spagnolo offrendo pace e sottomissione. Con loro portarono oggetti d’oro, pietre preziose, animali, pelli pregiate e una ventina di ragazze come offerta per i vincitori. Fra queste donne c’era proprio Malinalli.

Vennero molti importanti personaggi […], i quali recavano doni d’oro: quattro diademi, ornamenti a forma di lucertole, due a forma di cagnolini e cinque a forma di anatroccoli, orecchini […] Ma tutti questi doni furono nulla in confronto a venti indiane, fra le quali c’era anche una donna molto eccellente, conosciuta poi come donna Marina. (Bernal Díaz del Castillo, La Verdadera Historia de la Conquista de la Nueva España)

Il primo incontro tra Malinalli-Marina e Hernan Cortés, Codice Durán (XVI secolo)

Di eccezionale bellezza, La Malinche, come comiciò ad essere chiamata dagli europei, all’epoca aveva solamente 16 anni. Intelligente e scaltra, divenne preziosissima per il prosieguo dell’avventura di Cortés. Quest’ultimo rimase colpito soprattutto dalla sua straordinaria predisposizione per le lingue, al punto che ne fece la propria interprete personale, oltre che sua amante.

Malinche, infatti, a causa e per effetto della sua storia personale, conosceva già il maya yucateco, appreso a Tabasco, e il nāhuatl, la sua lingua madre nonché idioma originario della popolazione azteca. A questi affiancò ben presto anche una sorprendente padronanza dello spagnolo.

Proprio queste sue capacità furono fondamentali nel facilitare gli incontri tra Cortés e i capi delle società mesoamericane, tra cui l’imperatore azteco Montezuma. Si può dire che fu la prima traduttrice del Nuovo Mondo.

Grazie alle sue competenze linguistiche e a quelle di Jerónimo de Aguilar (un frate andaluso naufragato su un’isola al largo dello Yucatán, dove aveva appreso la lingua maya), gli spagnoli furono in grado di rapportarsi con le popolazioni locali e di trattare con loro. La comunicazione avveniva in questo modo: i nativi della Valle del Messico, che parlavano il nāhuatl, si rivolgevano a Malinche, la quale traduceva il messaggio in lingua maya ad Aguilar che, infine, provvedeva a tradurlo in spagnolo a Cortés. E viceversa. Fu anche grazie a questa catena comunicativa e al bilinguismo (presto trilinguismo) di Malinche, che i conquistadores assoggettarono il Messico.

Cortés e La Malinche incontrano Montezuma a Tenochtitlán, Historia di Tlaxcala (XVI secolo)

Dopo essere stata battezzata e aver guadagnato anche l’appellativa di doña Marina, la giovane affiancò Cortés lungo tutto la marcia dei conquistadores nella Valle del Messico, fino a Tenochtitlán, la magnifica capitale dei Mexica, espugnata dagli spagnoli nell’agosto del 1521. 

Alcuni sostengono che fu sempre Malinche a suggerire a Cortés di sfruttare le divisioni presenti tra i diversi popoli indios, al fine di acquisire alleati da schierare contro Montezuma. Il potere di quest’ultimo era infatti messo a dura prova da divisioni interne e dai contrasti con le diverse popolazioni che abitavano il vasto territorio mesoamericano. 

Cortés e La Malinche, di José Clemente Orozco (1926)

Che sia stata o meno lei a partorirne l’idea, Cortés fece leva proprio su questi contrasti, tanto da riuscire ad ottenere l’alleanza militare di decine di migliaia di indios, senza i quali la conquista del Messico sarebbe stata molto più lenta, se non impossibile.

Sebbene non tutte le testimonianze siano concordi, la storia/leggenda narra anche di come Malinche abbia salvato la vita di Cortés e dei suoi uomini. Quando, infatti, nell’ottobre del 1519 questi giunsero nella città di Cholula, il suo intervento fu determinante per sventare un complotto contro gli invasori. Dopo averli accolti pacificamente, si narra di come i nobili locali si stessero segretamente preparando a sacrificare i conquistadores nel tempio dedicato a Quetzalcoatl, il dio serpente piumato. Malinche però scoprì il complotto e avvisò in tempo Cortés. 

La risposta spagnola fu durissima. Insieme ai propri alleati indios, i Tlaxcala e Totonaca, gli spagnoli diedero avvio ad un massacro che durò diversi giorni. In migliaia furono uccisi. L’ecatombe sarebbe confermata dal ritrovamento negli anni Settanta del Novecento di circa 650 scheletri nell’area archeologica di Cholula. Alcuni studiosi sostengono addirittura che Malinche stessa, a cavallo, comandò parte dell’attacco.

Il rapporto tra Cortés e la giovane andò avanti anche dopo la caduta di Tenochtitlán e nel 1523 nacque persino un bambino chiamato Martin, uno dei primi frutti del mestizaje, della mescolanza etnica tra la civiltà europea e quella mesoamericana. 

Un anno dopo però Cortés, dopo aver sfruttato a fondo le preziose capacità linguistiche della donna, la ripudiò. Malinche venne data in sposa ad un soldato spagnolo, Juan Jaramillo, dal quale ebbe in seguito una figlia di nome Maria. 

Da quel momento in poi, della donna che aveva aiutato gli spagnoli ad abbattere il vasto impero azteco, si persero le tracce. Il suo nome ricomparve in seguito nei racconti dei soldati che avevano seguito Cortés in Messico, come Bernal Díaz del Castillo che la cita più volte ne La Verdadera Historia de la Conquista de la Nueva España. Qui il ruolo fondamentale svolto dalla donna nell’avventura spagnola è ribadito più volte: «Senza di lei Cortés non poteva trattare alcun affare con gli indiani»

Malinche, che morì probabilmente di vaiolo intorno al 1529, è ancora oggi un personaggio carico di fascino e contraddizioni. La sua storia personale si è intrecciata in modo indissolubile a quella della Conquista spagnola del Messico e questo fatto ne ha intensamente influenzato il ricordo, in senso sia positivo che negativo.

Nonostante sia indiscutibile il suo ruolo di prima traduttrice del Nuovo Mondo, intorno ai suoi molti nomi, Malinalli, Malintzin, Marina, La Malinche si concentrano opinioni e considerazioni differenti. C’è chi la considera come l’esempio massimo di tradimento, anzi come la prima traditrice del Nuovo Mondo se vogliamo.

Oggi il suo nome, nella cultura popolare messicana, è infatti sinonimo di opportunismo e tradimento; «malinchismo» e «malinchista» sono termini utilizzati, spesso negativamente, per fare riferimento ad un attitudine servile nei confronti dello straniero o di ciò che ha origine straniera.

Il ruolo di traditrice che avrebbe ricoperto Malinche non tiene però conto della travagliata vita della giovane donna né del contesto storico e sociale nel quale ella visse. Chi avrebbe tradito? I Mexica (gli Aztechi) non erano il suo popolo natio e la Valle del Messico era dilaniata da contrasti e guerre ben prima dell’arrivo dei conquistadores; ne sono prova le decine di migliaia di alleati indios che Cortés riuscì a coinvolgere e convogliare contro Montezuma e Tenochtitlán. Senza contare poi che fu Malinalli-Malinche ad essere tradita dalla propria famiglia ancora bambina e che da schiava passò di mano prima ad un capo tribù di Tabasco, poi a Cortés e infine, ripudiata da quest’ultimo, ad un hidalgo spagnolo. Il suo stesso bilinguismo, anzi trilinguismo, è la testimonianza più forte e amara dei numerosi tradimenti subiti e della sua vita tutt’altro che fortunata. Se quella azteca era infatti la sua lingua di origine, il maya e lo spagnolo erano il simbolo della sua schiavitù. 

La sua complessa figura storica, insomma, sembra essere stata oscurata e distorta da una leggenda che alimentandosi nel corso dei secoli ha fatto di lei un simbolo negativo. Ma se per alcuni è stata una traditrice, per altri è stata una interprete, traduttrice e mediatrice. Per molti è tout court il simbolo della cultura latino-americana

C’è infatti chi vede in lei una sorta di Madre della nuova civiltà sorta dall’incontro/scontro tra quella europea e quella mesoamericana. Secondo lo storico e filosofo Tzvetan Todorov, La Malinche è il primo esempio di ibridazione culturale: né azteca né spagnola, ma sia azteca che spagnola, anticipa quelli che saranno i caratteri del moderno Stato messicano e «al di là di esso, precorre una condizione che è oggi comune a tutti, poiché, se non sempre siamo bilingui, siamo tutti inevitabilmente partecipi di due o tre culture. La Malinche esalta la mescolanza a danno della purezza (azteca o spagnola) ed enfatizza il ruolo dell’intermediario. Non si sottomette puramente e semplicemente all’altro (caso, purtroppo, molto più comune: si pensi a tutte le giovani indiane, «offerte in dono» o meno, di cui si impadroniscono gli Spagnoli); ne adotta l’ideologia e se ne serve per meglio comprendere la propria cultura, come dimostra l’efficacia del suo comportamento (anche se «comprendere» serve, in questo caso, a «distruggere»).

Monumento al Mestizaje, di Julián Martínez y M. Maldonado (1982).

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