Ipazia d’Alessandria, «astro incontaminato della sapiente cultura»

di Gabriele Scarparo

Tra la seconda metà de IV secolo d.C. e l’inizio del V secolo d.C. visse ad Alessandria d’Egitto una celebre donna di nome Ipazia. Filosofa, matematica ed astronoma, grazie alle sue brillanti capacità e ad uno spirito aperto e curioso, ella riuscì a distinguersi nella turbolenta società alessandrina del tempo.

Nonostante i dettagli della sua vita siano motivo di discussione da molti secoli (nessuna delle sue opere originali è giunta fino a noi) è difficile non restare affascinati da Ipazia, dalla sua storia e dal suo mito.

Particolare di Ipazia da La scuola di Atene di Raffaello Sanzio (1509-1511)

Una delle fonti più importanti riguardo la sua vita è Historia ecclesiastica dello storico e teologo Socrate Scolastico, suo contemporaneo. In un passo dell’opera si legge che Ipazia «era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei, da ogni parte, tutti coloro che desideravano pensare in modo filosofico».

Studiosa quindi, ma anche insegnante. Fin da piccola fu introdotta alla filosofia e alla scienza dal padre Teone. Raggiunta l’età adulta, superò il suo stesso maestro e gli successe a capo della scuola Neoplatonica, diventando un punto di riferimento per la società alessandrina. Così scrisse lo storico Filostorgio, vissuto a cavallo tra IV e V secolo d.C. e autore anch’egli di un’opera intitolata Storia ecclesiastica: «ella divenne migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia e [fu] ella stessa maestra di molti nelle scienze matematiche».

Le abilità di Ipazia la portarono anche a perfezionare alcuni strumenti scientifici: Sinesio, formatosi alla sua scuola insieme al grammatico Pallada, ricorda per esempio come l’astrolabio sia stato costruito sulla base delle sue indicazioni. Sappiamo inoltre che scrisse dei trattati di matematica e alcuni studiosi sostengono pure che ipotizzò il moto di rivoluzione terrestre, ovvero il movimento che la Terra compie attorno al Sole lungo un’orbita ellittica.

Gli studenti, di ogni credo religioso, venivano anche da molto lontano per partecipare alle sue lezioni, attratti dall’intelligenza e dalla saggezza della donna. Damascio (V secolo d.C – VI secolo d.C.), filosofo neoplatonico e ultimo capo dell’Accademia di Atene, nell’opera Vita Isidori ci dona qualche dettaglio in più:

«La donna era solita indossare il mantello del filosofo e andare nel centro della città. Commentava pubblicamente Platone, Aristotele o i lavori di qualche altro filosofo per tutti coloro che desiderassero ascoltarla. Oltre alla sua esperienza nell’insegnare riuscì a elevarsi al vertice della virtù civica. Fu giusta e casta e rimase sempre vergine. Lei era così bella e ben fatta che uno dei suoi studenti si innamorò di lei, non fu capace di controllarsi e le mostrò apertamente la sua infatuazione. Alcuni narrano che Ipazia lo guarì dalla sua afflizione con l’aiuto della musica. Ma la storia della musica è inventata. In realtà lei raggruppò stracci che erano stati macchiati durante il suo periodo e li mostrò a lui come un segno della sua sporca discesa e disse, “Questo è ciò che tu ami, giovanotto, e non è bello!”. Alla brutta vista fu così colpito dalla vergogna e dallo stupore che esperimentò un cambiamento del cuore e diventò un uomo migliore. Tale era Ipazia, così articolata ed eloquente nel parlare come prudente e civile nei suoi atti. La città intera l’amò e l’adorò in modo straordinario, ma i potenti della città l’invidiarono».

Il ruolo attivo di Ipazia nella vita sociale e politica della città sembra infatti che non fosse ben visto da tutti, in particolare da Cirillo la cui elezione a vescovo, nel 412, aprì una stagione di violenze che trovò il suo culmine proprio nell’uccisione della filosofa greca.

Queste violenze vanno contestualizzate e analizzate sullo sfondo politico e religioso del tempo. Alessandria d’Egitto, all’inizio del V secolo d.C., faceva parte dell’Impero Romano d’Oriente che aveva la sua capitale a Costantinopoli. Il cristianesimo era diventato da poco (380 d.C.) religione ufficiale dell’Impero e a quel tempo la città viveva un periodo di transizione che, se da una parte ne disegnava ancora i contorni di un luogo di conoscenza e cultura, dall’altra ne vedeva aumentare inesorabilmente le tensioni interne tra le diverse comunità religiose: oltre che i pagani (coloro che seguivano ancora la religione romana tradizionale), ad Alessandria (con)vivevano infatti una numerosa comunità ebraica e una crescente e sempre più influente comunità cristiana.

Leggendo Socrate Scolastico, si comprende però di come lo stato di tensione fosse dovuto, oltre che a motivi religiosi, anche (se non soprattutto) a tensioni di carattere politico. Nello specifico, la cornice in cui avvenne l’omicidio di Ipazia era quella di una città divisa tra l’autorità del vescovo Cirillo e quella del prefetto imperiale Oreste, cristiano anch’egli. Per quest’ultimo, come riportano le fonti antiche, Ipazia, oltre che una stimata studiosa, era anche una persona di fiducia e consigliera.

Il vescovo Cirillo d’Alessandria

Questa presunta vicinanza tra Ipazia ed Oreste sarebbe stata oggetto delle attenzioni di Cirillo, il quale, subito dopo l’elezione a vescovo, iniziò a causare disordini in città, scagliandosi sia contro la comunità pagana che contro quella ebraica.

Nel 414, prendendo a pretesto un incidente che coinvolse un suo collaboratore, Cirillo entrò in contrasto proprio con i capi di quest’ultima. Ci furono incidenti e agguati da una parte e dall’altra. In uno di questi, alcuni ebrei massacrarono dei cristiani. Invece di rivolgersi alle autorità cittadine (quindi ad Oreste), il vescovo di Alessandria si pose alla testa di una folla inferocita che invase e saccheggiò le sinagoghe del luogo, scacciando infine gli ebrei dalla città.

Di fronte a tali azioni, il prefetto augustale inviò un rapporto a Costantinopoli. Seppure non conosciamo la risposta della sede imperiale, è certo che dopo questo evento i rapporti tra Oreste e Cirillo peggiorano drasticamente.

Poco tempo dopo, infatti, scoppiarono nuovi tumulti in città. Dal deserto giunsero i vecchi alleati di Teofilo, zio di Cirillo e vescovo di Alessandria prima di lui. Erano i monaci, circa cinquecento, in compagnia dei quali lo stesso Cirillo aveva trascorso parecchi anni. Fu di fronte a loro che, uno sventurato giorno, si ritrovò Oreste mentre circolava per Alessandria accompagnato dalla sua scorta. I monaci lo affrontarono, gli sputarono addosso e lo accusarono di idolatria. Oreste si difese proclamando la sua appartenenza alla fede cristiana e dicendo di essere stato battezzato da Attico, vescovo di Costantinopoli.

Le parole del prefetto non fecero altro però che scatenare l’ira dei monaci, i quali non vedevano di buon occhio la sede vescovile di Costantinopoli. Ci fu uno scontro e Oreste fu ferito alla testa da un sasso lanciato da un certo Ammonio. A difendere il prefetto accorsero alcuni cittadini che riuscirono a mettere in fuga i monaci. Ammonio fu catturato, processato e quindi giustiziato.

A questo punto però l’atteggiamento di Cirillo nei confronti di Oreste si fece sempre più ostile, tanto che Ammonio venne elevato alla dignità di martire. Si trattò di un vero e proprio affronto al prefetto augustale. Alessandria era ormai diventata una polveriera.

Tutti i tentativi tesi a una rappacificazione tra le due autorità fallirono; secondo alcuni cristiani, ciò era dovuto all’influenza di Ipazia su Oreste. Socrate Scolastico racconta infatti che poiché la filosofa «s’incontrava alquanto di frequente con Oreste, l’invidia mise in giro una calunnia su di lei presso il popolo della chiesa, e cioè che fosse lei a non permettere che Oreste si riconciliasse con il vescovo».

Fu in questo contesto che, nel marzo del 415, ebbe luogo il brutale assassinio di Ipazia. Seguendo il racconto di Socrate Scolastico, molto vicino alle versioni pagane, la donna fu vittima di una congiura da parte di alcuni fanatici cristiani, che guidati da un certo Pietro, la sorpresero mentre rientrava a casa. Ipazia fu strappata dal suo carro e trascinata fino alla chiesa detta Caisareion. Lì, dopo averla svestita, gli uomini la uccisero con dei cocci, lapidandola. Infine il suo corpo esanime fu fatto a pezzi e i suoi resti bruciati su una piazza pubblica.

Ipazia di Charles William Mitchell (1885)

Alcuni storici sostengono che sull’assassinio di Ipazia fu aperta un’inchiesta ma che questa venne subito affossata a causa dell’influenza di Cirillo sulla corte imperiale, soprattutto su Elia Pulcheria, sorella dell’imperatore Teodosio II, la quale, essendo questi ancora minore, ricopriva il ruolo di reggente.

Sul coinvolgimento di Cirillo (Santo e Dottore della Chiesa cattolica) nella brutale uccisione di Ipazia, gli studiosi sono poi molto divisi. C’è chi lo accusa di aver ordinato la morte della filosofa e chi invece “solamente” di aver creato in città un clima quasi insurrezionale; clima che poi non è stato più in grado di controllare e sullo sfondo del quale è avvenuto l’omicidio della filosofa.

Ipazia, nella cultura moderna, rappresenta una figura che si presta e si è prestata a diverse interpretazioni: esempio antesignano di emancipazione femminile, martire del libero pensiero, fulgido esempio della civiltà ellenica, vittima del fanatismo religioso, ecc. Forse però il modo più corretto di ricordarla sarebbe nelle sue vesti di insegnante e scienziata poliedrica, con lo sguardo sempre rivolto al cielo.

Uno dei più noti allievi della sua cerchia, Pallada, ne ha tessuto, in un epigramma, l’elogio più bello:

«Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole,
vedendo la casa astrale della Vergine,
infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia sacra, bellezza delle parole,
astro incontaminato della sapiente cultura
».

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