Il massacro di Sabra e Shatila: l’inferno in Libano

Le massacre de Sabra et Chatila : l’enfer au Liban

di Gabriele Scarparo

«Le donne incinte partoriranno terroristi; quando cresceranno, i bambini diventeranno terroristi» (risposta di un Falangista coinvolto nel massacro di Sabra e Shatila)

«Lo sappiamo, non ci piace, ma non vogliamo interferire» (messaggio del comandante di un battaglione dell’esercito israeliano dopo aver saputo del massacro in corso)

Tra il 16 e il 18 settembre 1982, alla periferia di Beirut, in Libano, avvenne uno dei più cruenti e sconcertanti massacri del Novecento. Nei campi profughi di Sabra e Shatila, le milizie cristiano-falangiste, con l’avallo dell’esercito israeliano stanziato all’esterno, sterminarono i rifugiati palestinesi lì presenti. Si trattò di una strage così feroce e sadica da non aver neppure permesso di calcolare con esattezza il numero delle vittime: si va dalle 700 alle 3500. Quel che è certo è che, per circa due giorni, dai campi si levarono le urla di sofferenza dei civili, in massima parte donne, anziani e bambini, vittime di omicidi, torture e stupri. 

Gli osservatori internazionali riuscirono ad entrare solamente una volta terminato il tutto. Quello che trovarono fu un cimitero all’aria aperta. Le loro testimonianze mettono i brividi ancora oggi: al loro ingresso nei campi trovarono uno strano silenzio interrotto solo dal rumore di sciami di mosche fameliche; e poi fetore di morte e corpi ovunque. Così racconta il giornalista inglese Robert Fisk, allora corrispondente per il Times, nel libro Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra:

Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.

Come si arrivò a questo massacro?

Il Libano per 15 anni, tra il 1975 e il 1990, fu dilaniato da una guerra civile lunga e sanguinosa. Le tensioni interne, tra musulmani e cristiani, e quelle esterne, tra la Siria, intenzionata a porre sotto tutela il paese, e Israele che intendeva contrastare i miliziani dell’OLP (Organizazione per la Liberazione della Palestina) rifugiati proprio in Libano, favorirono la nascita di un conflitto tanto devastante quanto atteso da tempo.

La miccia di questo intricato conflitto politico-religioso fu accesa, infatti, nel 1948, quando la proclamazione dello Stato d’Israele si accompagnò alla Nakba («la catastrofe») palestinese. Circa 700mila arabi palestinesi furono costretti ad abbandonare le loro case nei territori occupati dal nuovo stato di Israele. L’esodo forzato dei palestinesi dalle loro terre e il diniego da parte israeliana di ritornarvi è stato, ed è ancora oggi, causa di tensioni in tutta la zona del Vicino Oriente. All’epoca i palestinesi furono “accolti” dai paesi arabi confinanti quali la Giordania, la Siria e appunto il Libano, stanziati in campi profughi e baraccopoli.

La lotta politico-militare della resistenza palestinese contro Israele maturò nel 1964 con la nascita dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina che, pochi anni dopo, passò sotto la direzione di Yasser Arafat. Proprio la presenza dei guerriglieri dell’OLP in Libano innescò, nel giugno del 1982, l’invasione del paese da parte dell’esercito israeliano. 

Il casus belli fu il tentato assassinio dell’ambasciatore israeliano a Londra, Shlomo Argov, il 3 giugno 1982. Israele ritenne responsabile dell’attentato l’OLP. Anche se non furono mai trovate prove concrete a riguardo, il presidente israeliano Menachem Begin e il ministro della Difesa Ariel Sharon utilizzarono l’evento come pretesto per invadere il Libano e tentare di eliminare definitivamente la minaccia di Arafat e dei suoi miliziani.

L’operazione Pace in Galilea ebbe infatti un obiettivo dichiarato: creare una fascia di sicurezza sul confine tra Israele e Libano, per impedire gli attacchi terroristici da parte dell’OLP.  In soli 6 giorni centinaia di tank, protetti dall’aviazione e dalla marina israeliana, provenendo da sud riuscirono a circondare Beirut. 

Tiro e Sidone, le principali città del meridione, furono pesantemente bombardate, così come la capitale. L’assedio, coadiuvato dall’Esercito del Libano del Sud guidato da Sa’d Haddad, durò circa due mesi. In agosto fu poi raggiunto un accordo tra le parti in conflitto che permise l’evacuazione sicura dei combattenti dell’OLP dal Libano sotto la supervisione di una forza internazionale a guida americana, francese e italiana. Partirono in quasi 15mila, compreso Arafat. Ai primi di settembre restarono solamente i rifugiati e i civili dei campi profughi, a cui fu assicurata protezione.

Però, pochi giorni dopo la partenza degli ultimi miliziani palestinesi e del contingente internazionale scoppiò il caos. Il 14 settembre, infatti, il neoeletto presidente libanese, nonché leader del forze cristiano-maronite, Bashir Gemayel fu ucciso nel quartiere cristiano di Achrafieh. I sostenitori di Gemayel, i falangisti, attribuirono l’omicidio ai gruppi palestinesi infiltrati nei campi profughi alla periferia ovest di Beirut. 

Violando gli accordi stipulati pochi giorni prima, Begin e Sharon autorizzarono l’esercito israeliano ad entrare a Beirut Ovest per eliminare gli ultimi «terroristi». Il 15 settembre i militari circondarono i campi profughi di Sabra e Shatila, non permettendo a nessuno di entrare o uscire, salvo alle Falangi libanesi di Elie Hobeika. Arrivò il momento dell’odio e della vendetta. Fu un autentico atto di genocidio.

Casa per casa, angolo per angolo, i falangisti poterono agire impunemente per quasi due giorni. Quello di cui furono protagonisti lo raccontarono i cadaveri. Quando la mattina del 18 settembre del 1982 Robert Fisk entrò nel campo, una pila di corpi esanimi gli si parò dinanzi:

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini – i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per «spazzare via i terroristi» – se n’erano appena andati. In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene. Dappertutto, trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento.

Seppure non partecipò fisicamente alla strage, l’esercito israeliano ne fu indubbiamente responsabile.

Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest – il secondo palazzo del viale Camille Chamoun – li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il campo. Loren Jenkins continuava a imprecare. Pensai che fosse il suo modo di controllare la nausea provocata da quel terribile fetore. Avevamo tutti voglia di vomitare. Stavamo respirando morte, inalando la putredine dei cadaveri ormai gonfi che ci circondavano. Jenkins capì subito che il ministro della Difesa israeliano avrebbe dovuto assumersi una parte della responsabilità di quell’orrore. «Sharon!» gridò. «Quello stronzo di Sharon! Questa è un’altra Deir Yassin».

Deir Yassin era un villaggio palestinese, palcoscenico di un’altra strage di civili nell’aprile del 1948. Pochi giorni prima della proclamazione dello Stato di Israele, i sionisti paramilitari dell’Irgun, guidato all’epoca dal futuro presidente israeliano Begin, uccisero 107 persone, cacciando di casa le rimanenti. Un filo di sangue e violenza lega i due tragici eventi e i molti altri nel mezzo. A Sabra e Shatila, in quel settembre del 1982, il massacro raggiunse però proporzioni spaventose.

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola «episodio» in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra.

Crimine di guerra, atto di odio. Dato che molti uomini pochi giorni prima aveva abbandonato il Libano al seguito dell’OLP, le vittime furono in massima parte donne, anziani e bambini. Neppure i più piccoli furono risparmiati.

Avevano tutti gli occhi aperti. Il più giovane avrà avuto dodici o tredici anni. Portavano jeans e camicie colorate, assurdamente aderenti ai corpi che avevano cominciato a gonfiarsi per il caldo. Non erano stati derubati. Su un polso annerito, un orologio svizzero segnava l’ora esatta e la lancetta dei minuti girava ancora, consumando inutilmente le ultime energie rimaste sul corpo defunto. Dall’altro lato della strada principale, risalendo un sentiero coperto di macerie, trovammo i corpi di cinque donne e parecchi bambini. Le donne erano tutte di mezza età ed erano state gettate su un cumulo di rifiuti. Una era distesa sulla schiena, con il vestito strappato e la testa di una bambina che spuntava sotto il suo corpo. La bambina aveva i capelli corti, neri e ricci, dal viso corrucciato i suoi occhi ci fissavano. Era morta. Un’altra bambina era stesa sulla strada come una bambola gettata via, con il vestitino bianco macchiato di fango e polvere. Non avrà avuto più di tre anni. La parte posteriore della testa era stata portata via dalla pallottola che le avevano sparato al cervello. Una delle donne stringeva a sé un minuscolo neonato. La pallottola attraversandone il petto aveva ucciso anche il bambino. Qualcuno le aveva squarciato la pancia in lungo e in largo, forse per uccidere un altro bambino non ancora nato. Aveva gli occhi spalancati, il volto scuro pietrificato dall’orrore.

Uno scenario infernale. Ogni tipo di violenza e di uccisione immaginabile fu perpetrata quel giorno. Corpi ammucchiati ovunque. Una strage che per molti versi ricordò quelle dei nazisti durante la Seconda Guerra mondiale. 

Mi sforzavo invano di non camminare sulle facce che erano sotto di me. Provavamo tutti un profondo rispetto per i morti, perfino lì e in quel momento. Continuavo a dirmi che quei cadaveri mostruosi non erano miei nemici, quei morti avrebbero approvato il fatto che fossi lì, avrebbero voluto che io, Jenkins e Tveit vedessimo tutto questo, e quindi non dovevo avere paura di loro. Ma non avevo mai visto tanti cadaveri in tutta la mia vita. Saltai giù e corsi verso Jenkins e Tveit. Suppongo che stessi piagnucolando come uno scemo perché Jenkins si girò. Sorpreso. Ma appena aprii la bocca per parlare, entrarono le mosche. Le sputai fuori. Tveit vomitava. Stava guardando quelli che sembravano sacchi davanti a un basso muro di pietra. Erano tutti allineati, giovani uomini e ragazzi, stesi a faccia in giù. Gli avevano sparato alla schiena mentre erano appoggiati al muro e giacevano lì dov’erano caduti, una scena patetica e terribile. Quel muro e il mucchio di cadaveri mi ricordavano qualcosa che avevo già visto. Solo più tardi mi sarei reso conto di quanto assomigliassero alle vecchie fotografie scattate nell’Europa occupata durante la Seconda guerra mondiale. Ci sarà stata una ventina di corpi. Alcuni nascosti da altri. Quando mi inchinai per guardarli più da vicino notai la stessa cicatrice scura sul lato sinistro del collo. Gli assassini dovevano aver marchiato i prigionieri da giustiziare in quel modo. Un taglio sulla gola con il coltello significava che l’uomo era un terrorista da giustiziare immediatamente.

Tra quelle strade lastricate di cadaveri, Fisk e i suoi colleghi trovarono con sorpresa anche pochi superstiti. 

Incredibilmente, c’erano alcuni sopravvissuti. Tre bambini piccoli ci chiamarono da un tetto e ci dissero che durante il massacro erano rimasti nascosti. Alcune donne in lacrime ci gridarono che i loro uomini erano stati uccisi. Tutti dissero che erano stati i miliziani di Haddad e i falangisti, descrissero accuratamente i diversi distintivi con l’albero di cedro delle due milizie.

Fisk continua poi con altri macabri dettagli della strage. Dal suo racconto e da quello dei suoi colleghi, dalle testimonianze dei sopravvissuti e dall’andamento degli eventi, anche di quelli precedenti e successivi alla strage, è indubbia la colpevolezza delle Falangi di Hobeika, degli uomini di Haddad ma anche di Israele che lasciò che il massacro si compiesse. 

Il 16 dicembre del 1982 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel condannare nel modo più assoluto il massacro, concluse che quello fu «un atto di genocidio». Nessuno però fu punito. Haddad morì di cancro due anni dopo senza alcuna accusa a suo carico; Hobeika negli anni Novanta ricoprì addirittura funzioni istituzionali in Libano.

Per quanto riguarda il ruolo svolto da Israele nel massacro, nel paese fu istituita una commissione d’inchiesta per far luce sugli eventi dei campi profughi di Beirut, la Commissione Kahan. Nella relazione finale dell’8 febbraio 1983 fu stabilita la diretta responsabilità delle Falangi Libanesi. Le IDF, le Forze di Difesa Israeliane, furono giudicate indirettamente responsabili per non aver saputo né prevenire né stroncare il massacro: il  Ministro della Difesa Sharon venne sostituito: «Abbiamo stabilito che il ministro della difesa [Ariel Sharon] ha la responsabilità personale. A nostro parere, è giusto che il ministro della difesa tragga le conseguenze personali derivanti dai difetti emersi, per quanto riguarda il modo in cui ha scaricato i doveri del suo ufficio, e, se necessario, che il primo ministro eserciti la sua autorità a rimuoverlo da ufficio».

Nel 2001, Ariel Sharon venne eletto capo del governo israeliano.


Le massacre de Sabra et Chatila : l’enfer au Liban

« Les femmes enceintes donneront naissance à des terroristes ; quand ils grandiront, les enfants deviendront des terroristes » (réponse d’un phalangiste impliqué dans le massacre de Sabra et Chatila)

« Nous savons, nous n’aimons pas ça, mais nous ne voulons pas interférer » (message du commandant d’un bataillon de l’armée israélienne après avoir entendu parler du massacre en cours)

Entre le 16 et le 18 septembre 1982, dans la banlieue de Beyrouth, au Liban, a eu lieu l’un des massacres les plus sanglants et les plus déconcertants du XXe siècle. Dans les camps de réfugiés de Sabra et Chatila, les milices chrétiennes-falangistes, avec le soutien de l’armée israélienne stationnée à l’extérieur, ont exterminé les réfugiés palestiniens qui s’y trouvaient. Ce fut un massacre si féroce et si sadique qu’il n’a même pas été possible de calculer le nombre exact de victimes, allant de 700 à 3500. Ce qui est certain, c’est que pendant environ deux jours, les cris de souffrance des civils, principalement des femmes, des personnes âgées et des enfants, victimes de meurtres, de tortures et de viols, se sont élevés des camps.

Les observateurs internationaux n’ont pu entrer qu’une fois le conflit terminé. Ils ont trouvé un cimetière en plein air. Leurs témoignages frémissent encore aujourd’hui : lorsqu’ils sont entrés dans les camps, ils ont trouvé un silence étrange interrompu seulement par le bruit des essaims de mouches voraces ; puis la puanteur de la mort et des corps partout. C’est ce que dit le journaliste anglais Robert Fisk, alors correspondant du Times, dans son livre Liban, nation martyre :

Ce sont les mouches qui nous l’ont fait comprendre. Ils étaient des millions et leur bourdonnement était presque aussi éloquent que l’odeur. Gros comme des mouches à viande, ils nous ont d’abord couverts complètement, ignorant la différence entre les vivants et les morts. Si nous nous arrêtions pour écrire, ils s’installaient comme une armée – en légions – sur la surface blanche de nos carnets, sur nos mains, nos bras, nos visages, toujours concentrés autour de nos yeux et de notre bouche, passant d’un corps à l’autre, de nombreux morts à quelques vivants, de cadavre à journaliste, avec leurs petits corps verts, palpitant d’excitation quand ils trouvaient de la viande fraîche sur laquelle s’arrêter pour festoyer.

Comment ce massacre a-t-il eu lieu ?

Pendant 15 ans, entre 1975 et 1990, le Liban a été déchiré par une longue et sanglante guerre civile. Les tensions internes, entre musulmans et chrétiens, et externes, entre la Syrie, qui voulait mettre le pays sous protection, et Israël, qui voulait s’opposer aux miliciens de l’OLP (Organisation de libération de la Palestine) réfugiés au Liban, ont favorisé la naissance d’un conflit aussi dévastateur qu’attendu.

La mèche de ce conflit politico-religieux complexe a en fait été allumée en 1948, lorsque la proclamation de l’État d’Israël s’est accompagnée de la Nakba palestinienne (« la catastrophe »). Environ 700 000 Arabes palestiniens ont été contraints d’abandonner leurs maisons dans les territoires occupés par le nouvel État d’Israël. L’exode forcé des Palestiniens de leurs terres et le refus israélien de revenir étaient, et sont toujours, la cause de tensions dans tout le Proche-Orient. À l’époque, les Palestiniens étaient “accueillis” par les pays arabes voisins comme la Jordanie, la Syrie et le Liban, installés dans des camps de réfugiés et des bidonvilles.

La lutte politico-militaire de la résistance palestinienne contre Israël a mûri en 1964 avec la naissance de l’Organisation de libération de la Palestine qui, quelques années plus tard, est placée sous la direction de Yasser Arafat. C’est précisément la présence de la guérilla de l’OLP au Liban qui a déclenché l’invasion du pays par l’armée israélienne en juin 1982.

Le casus belli est la tentative d’assassinat de l’ambassadeur israélien à Londres, Shlomo Argov, le 3 juin 1982. Israël a tenu l’OLP pour responsable de l’attaque. Bien qu’aucune preuve concrète n’ait jamais été trouvée à ce sujet, le président israélien Menachem Begin et le ministre de la Défense, Ariel Sharon, ont utilisé cet événement comme prétexte pour envahir le Liban et tenter d’éliminer définitivement la menace d’Arafat et de ses miliciens.

En fait, l’opération Paix en Galilée avait un objectif déclaré : créer une bande de sécurité à la frontière entre Israël et le Liban, afin de prévenir les attaques terroristes de l’OLP. En seulement 6 jours, des centaines de chars, protégés par l’armée de l’air et la marine israéliennes, venant du sud, ont pu encercler Beyrouth.

Tyr et Sidon, les principales villes du sud, ont été lourdement bombardées, tout comme la capitale. Le siège, assisté par l’Armée du Liban sud dirigée par Sa’d Haddad, a duré environ deux mois. En août, un accord a été conclu entre les parties au conflit qui a permis l’évacuation en toute sécurité des combattants de l’OLP du Liban sous la supervision d’une force internationale dirigée par les États-Unis, la France et l’Italie. Ils sont partis à près de 15 000, dont Arafat. Début septembre, il ne restait plus que les réfugiés et les civils dans les camps de réfugiés, qui étaient assurés d’une protection.

Cependant, quelques jours après le départ des derniers miliciens palestiniens et du contingent international, le chaos a éclaté. Le 14 septembre, en effet, le président libanais nouvellement élu et chef des forces chrétiennes maronites, Bashir Gemayel, a été tué dans le quartier chrétien d’Achrafieh. Les partisans de Gemayel, les phalangistes, ont attribué le meurtre à des groupes palestiniens qui s’étaient infiltrés dans les camps de réfugiés de la banlieue ouest de Beyrouth.

En violation des accords conclus quelques jours plus tôt, Begin et Sharon ont autorisé l’armée israélienne à entrer dans Beyrouth Ouest pour éliminer les dernières « terroristes ». Le 15 septembre, les militaires ont encerclé les camps de réfugiés de Sabra et Chatila, ne permettant à personne d’entrer ou de sortir, à l’exception des Phalanges libanaises d’Elie Hobeika. Le moment de la haine et de la vengeance est arrivé. C’était un véritable acte de génocide.

Maison par maison, coin par coin, les phalangistes ont pu agir en toute impunité pendant près de deux jours. Ce dont ils étaient les protagonistes a été raconté par les cadavres. Lorsque Robert Fisk est entré dans le camp le matin du 18 septembre 1982, un tas de corps sans vie est apparu devant lui :

Ils étaient partout, dans les rues, les ruelles, les cours et les pièces détruites, sous les briques effondrées et sur les tas d’ordures. Les meurtriers – les miliciens chrétiens qu’Israël avait laissés entrer dans les camps pour “éliminer les terroristes” – venaient de partir. Dans certains cas, le sang sur le sol était encore frais. Après avoir vu une centaine de morts, nous avons cessé de les compter. Dans chaque ruelle, il y avait des cadavres – femmes, jeunes gens, grands-parents et nourrissons – couchés les uns à côté des autres, en quantités absurdes et terribles, où ils avaient été poignardés ou tués à la mitrailleuse. Dans chaque couloir des décombres, nous avons trouvé de nouveaux cadavres. Les patients d’un hôpital palestinien avaient disparu après que les miliciens eurent ordonné aux médecins de partir. Partout, nous avons trouvé des signes de fosses communes creusées à la hâte. Probablement un millier de personnes avaient été massacrées ; et puis peut-être cinq cents autres.

Bien qu’elle n’ait pas participé physiquement au massacre, l’armée israélienne en est sans aucun doute responsable.

Pendant que nous étions là, devant l’évidence de cette barbarie, nous avons vu les Israéliens nous observer. Du haut d’un gratte-ciel à l’ouest – le deuxième bâtiment de l’avenue Camille Chamoun – nous pouvions les voir nous observer avec leurs jumelles de terrain, les déplacer à gauche et à droite le long des rues couvertes de cadavres, leurs lentilles brillant parfois au soleil lorsque leur regard se déplaçait à travers le champ. Loren Jenkins n’a pas cessé de jurer. Je pensais que c’était sa façon de contrôler les nausées causées par cette terrible puanteur. Nous avions tous envie de vomir. Nous respirions la mort, respirant la pourriture des cadavres gonflés qui nous entouraient. Jenkins a rapidement compris que le ministre de la défense israélien devrait assumer une partie de la responsabilité de cette horreur. « Sharon ! » cria-t-il. « Putain de Sharon ! C’est un autre Deir Yassin ».

Deir Yassin était un village palestinien, théâtre d’un autre massacre de civils en avril 1948. Quelques jours avant la proclamation de l’État d’Israël, les sionistes paramilitaires de l’Irgoun, dirigés à l’époque par le futur président israélien Begin, ont tué 107 personnes, chassant le reste de leurs maisons. Un fil de sang et de violence relie les deux événements tragiques et les nombreux autres qui se sont produits entre les deux. A Sabra et Chatila, en septembre 1982, le massacre a atteint des proportions effroyables.

Ce que nous avons trouvé dans le camp palestinien de Chatila à dix heures du matin le 18 septembre 1982 n’était pas indescriptible, mais il aurait été plus facile de le dire dans la froide prose scientifique d’un examen médical. Il y avait déjà eu des massacres au Liban, mais rarement de cette ampleur et jamais sous les yeux d’une armée régulière et soi-disant disciplinée. Dans la haine et la panique de la bataille, des dizaines de milliers de personnes avaient été tuées dans ce pays. Mais ces civils, des centaines d’entre eux, étaient tous désarmés. C’était une extermination de masse, une atrocité, un épisode – comme nous avons facilement utilisé le mot « épisode » au Liban – qui allait bien au-delà de ce que les Israéliens auraient autrement appelé un massacre terroriste. C’était un crime de guerre.

Crime de guerre, acte de haine. Comme de nombreux hommes avaient quitté le Liban quelques jours auparavant dans le sillage de l’OLP, les victimes étaient surtout des femmes, des personnes âgées et des enfants. Même les plus jeunes n’ont pas été épargnés.

Ils avaient tous les yeux ouverts. Le plus jeune doit avoir douze ou treize ans. Ils portaient des jeans et des chemises colorées, absurdement serrés contre les corps qui avaient commencé à gonfler sous l’effet de la chaleur. Ils n’avaient pas été volés. Sur un poignet noirci, une montre suisse marquait l’heure exacte et l’aiguille des minutes tournait encore, consommant inutilement la dernière énergie laissée sur le corps du défunt. De l’autre côté de la route principale, en remontant un chemin couvert de gravats, nous avons trouvé les corps de cinq femmes et de plusieurs enfants. Les femmes étaient toutes d’âge moyen et avaient été jetées sur un tas d’ordures. L’une d’entre elles était couchée sur le dos, sa robe était déchirée et la tête d’une petite fille dépassait sous son corps. La petite fille avait les cheveux courts, noirs et bouclés, ses yeux nous fixaient. Elle était morte. Une autre petite fille était étendue dans la rue comme une poupée jetée, avec sa petite robe blanche tachée de boue et de poussière. Elle ne pouvait pas avoir plus de trois ans. L’arrière de sa tête avait été emporté par la balle qui avait été tirée dans son cerveau. L’une des femmes tenait un tout petit nouveau-né dans ses bras. La balle a traversé la poitrine et a également tué le bébé. Quelqu’un lui avait ouvert le ventre en grand, peut-être pour tuer un autre enfant à naître. Ses yeux étaient grands ouverts, son visage sombre pétrifié d’horreur.

Un infernal scénario. Tous les types de violence et de meurtre imaginables ont été perpétrés ce jour-là. Les corps s’entassent partout. Un massacre qui, à bien des égards, ressemble à ceux des nazis pendant la Seconde Guerre mondiale.

J’ai essayé en vain de ne pas marcher sur les visages en dessous de moi. Nous avons tous ressenti un profond respect pour les morts, même là et à ce moment. Je me disais que ces corps monstrueux n’étaient pas mes ennemis, que ces morts auraient approuvé ma présence, qu’ils auraient voulu que moi, Jenkins et Tveit voyions tout cela, pour que je n’aie pas à avoir peur d’eux. Mais je n’avais jamais vu autant de cadavres de ma vie. J’ai sauté en bas et j’ai couru vers Jenkins et Tveit. Je suppose que je pleurnichais comme un idiot parce que Jenkins s’est retourné. Surpris. Mais dès que j’ai ouvert la bouche pour parler, les mouches sont entrées. Je les ai recrachés. Tveit a vomi. Il regardait ce qui ressemblait à des sacs devant un muret de pierre. Ils étaient tous alignés, jeunes hommes et garçons, couchés face contre terre. Ils avaient été abattus dans le dos alors qu’ils étaient appuyés contre le mur et gisaient là où ils étaient tombés, une scène pathétique et terrible. Ce mur et le tas de cadavres me rappelaient quelque chose que j’avais déjà vu. Ce n’est que plus tard que je me suis rendu compte à quel point elles ressemblaient aux vieilles photos prises en Europe occupée pendant la Seconde Guerre mondiale. Il devait y avoir une vingtaine de corps. Certains sont cachés par d’autres. Lorsque je me suis penché pour regarder de plus près, j’ai remarqué la même cicatrice sombre sur le côté gauche du cou. Les tueurs ont dû marquer les prisonniers pour qu’ils soient exécutés de cette façon. Une coupure à la gorge avec le couteau signifiait que l’homme était un terroriste devant être exécuté immédiatement.

Parmi ces rues pavées de cadavres, Fisk et ses collègues ont même trouvé quelques survivants à leur grande surprise.

Étonnamment, il y a eu quelques survivants. Trois jeunes enfants nous ont appelés d’un toit et nous ont dit qu’ils étaient restés cachés pendant le massacre. Certaines femmes en larmes nous ont crié que leurs hommes avaient été tués. Ils ont tous dit que c’était les miliciens Haddad et les Phalangistes, ils ont décrit avec précision les différents insignes avec le cèdre des deux milices.

Fisk poursuit ensuite avec des détails plus macabres du massacre. D’après son histoire et celle de ses collègues, d’après le témoignage des survivants et le déroulement des événements, même ceux d’avant et d’après le massacre, la culpabilité des Phalanges de Hobeika, des hommes de Haddad mais aussi d’Israël, qui ont laissé le massacre se produire, est incontestable.

Le 16 décembre 1982, l’Assemblée générale des Nations Unies, en condamnant le massacre de la manière la plus absolue, a conclu qu’il s’agissait d’un « acte de génocide ». Mais personne n’a été puni. Haddad est mort d’un cancer deux ans plus tard sans qu’aucune charge ne soit retenue contre lui ; Hobeika a même occupé des postes institutionnels au Liban dans les années 1990.

En ce qui concerne le rôle joué par Israël dans le massacre, une commission d’enquête a été mise en place dans le pays pour faire la lumière sur les événements dans les camps de réfugiés de Beyrouth, la Commission Kahan. Le rapport final du 8 février 1983 établit la responsabilité directe des Phalanges libanaises. Les FDI, l’Armée de défense d’Israël, ont été jugées indirectement responsables de n’avoir pu ni prévenir ni écraser le massacre : le ministre de la défense, Sharon, a été remplacé : « Nous avons déterminé que le ministre de la défense [Ariel Sharon] a une responsabilité personnelle. À notre avis, il est juste que le ministre de la défense tire les conséquences personnelles des défauts qui sont apparus, en ce qui concerne la manière dont il a exercé les fonctions de son poste, et, si nécessaire, que le Premier ministre exerce son autorité pour le démettre de ses fonctions ».

En 2001, Ariel Sharon a été élu à la tête du gouvernement israélien.

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