L’eccidio di Monte Sole: la marcia della morte

Le massacre de Monte Sole : la marche de la mort

di Gabriele Scarparo

Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 i reparti tedeschi, appartenenti principalmente alla XVI SS Panzergrenadier Division, la stessa protagonista della strage di Sant’Anna di Stazzema, uccisero quasi ottocento persone nel quadro di un’operazione antipartigiana volta alla bonifica di un vasto territorio sull’Appennino bolognese.

Quella che comunemente viene ricordata come strage di Marzabotto rappresenta il più efferato eccidio, per numero di morti, tra quelli operati dai nazisti in Italia e in Europa occidentale. A differenza di altre luoghi dove si abbatté la mannaia tedesca, in questo caso le operazioni furono dilazionate, oltre che nel tempo, anche nello spazio: in poco meno di una settimana, infatti, le località bagnate dal sangue di civili inermi furono più di 115, quasi tutte situate tra i fiumi Setta e Reno. Non solo il comune di Marzabotto quindi, ma anche quelli di Grizzana Morandi e Monzuno, in un’area situata intorno a Monte Sole.

Queste zone furono oggetto in quei giorni di una vera e propria operazione militare messa in piedi dai tedeschi per contrastare e debellare definitivamente l’attività partigiana nell’area in questione. In quei territori operava infatti la brigata Stella Rossa, organizzazione poco politicizzata, spesso in contrasto con la dirigenza del Comitato di Liberazione Nazionale e composta per lo più da persone del luogo. Guidata da Mario Musolesi, detto il Lupo, questa formazione, cui nel dopoguerra fu costruita intorno un’aurea mitica e leggendaria, si rese protagonista di numerose azioni dimostrative e anche di scontri a fuoco con l’esercito invasore tedesco che già in primavera aveva provato ad annientarla senza successo. I nazisti riuscirono nel loro intento proprio sul finire di settembre quando cominciò quello che lo storico Lutz Klinkhammer ha definito un «rastrellamento finalizzato al massacro»: l’eccidio di Monte Sole appunto.

In realtà, durante le operazioni tedesche, non ci fu una vera e propria battaglia con i partigiani; ci furono sicuramente degli scontri ma le vittime da una parte e dall’altra, tra cui il Lupo, sembra fossero molto poche e già il 30 settembre la Stella Rossa si può dire che fosse ormai dissolta. I nazisti non cercarono quasi mai lo scontro diretto con i partigiani: per piegarli era molto più facile ed efficace fare terra bruciata tutto intorno.

Enormi furono le perdite tra i civili. A lungo si è indicato il totale in 1.830 morti ma, come hanno dimostrato le ricerche degli storici Luca Baldissara e Paolo Pezzino, questa cifra va ridimensionata e dopo accurati studi un reale computo delle vittime si attesta intorno ai 770 morti, tra cui 216 bambini sotto i dodici anni. L’aver più che dimezzato il numero degli assassinati non sminuisce però la portata del massacro. Fu comunque un’ecatombe, per di più studiata a tavolino ed eseguita con lucida ferocia, come già per altri eccidi. 

Il compito di attaccare da est le posizioni della Stella Rossa fu affidato alle quattro compagnie del battaglione esplorante della XVI SS Panzergrenadier Division Reichsführer SS comandato da Walter Reder, colui che è passato alla storia come il «boia di Marzabotto». La «marcia della morte», cui presero parte circa 800 militari tedeschi, mise in allerta i partigiani della Stella Rossa che, pensando di essere gli unici ricercati, si dileguarono come meglio poterono.

Furono però i civili, le donne, i bambini e gli anziani ad essere presi di mira. I nazisti setacciarono ogni centro abitato, ogni fabbricato, ogni fienile massacrando chiunque si trovasse sul loro cammino. Quasi tutte le località di Monte Sole furono insanguinate in singoli e ininterrotti eccidi. Le frazioni di Panico, Vado, Quercia e Grizzana vennero date alle fiamme, le abitazioni e le scuole assalite e distrutte. A San Giovanni di Sotto furono massacrate 52 persone in un rifugio. A Caprara 62 tra donne e bambini morirono a colpi di bombe a mano. A Casaglia, uno dei simboli del massacro di Monte Sole, i civili cercarono rifugio in una chiesa dove il giovane parroco don Ubaldo Marchioni stava recitando il Rosario. I pochi sopravvissuti ricordano l’irruzione dei tedeschi, l’uccisione di don Marchioni e l’accusa contro di loro, rivolta in italiano, di essere tutti partigiani e banditi. Nessuno fu interrogato e il corposo gruppo composto quasi totalmente da donne e bambini fu condotto nei pressi del cimitero del luogo.

Colui che appariva il comandante li indirizzò verso il cimitero, ordinando ai suoi uomini di forzarne i cancelli di ferro, chiusi. Secondo Giuseppina Paselli, rimasero circa cinque minuti fuori del muro di cinta, poi i tedeschi li fecero entrare, li raggrupparono davanti alla cappella, e montarono una grossa mitragliatrice su un treppiedi, armata da uno o due uomini che avevano nastri di cartucce attorno al corpo: cominciarono quindi a sparare. Lucia Sabbioni ricorda che anche un altro tedesco sparò con una grossa arma automatica. L’eccidio si compì in pochi minuti. (Luca Baldissara, Paolo Pezzino, Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole)

Le vittime a Casaglia furono 93. A San Martino invece 54 civili furono fucilati e poi bruciati in un aia. A Cerpiano 43 persone, in gran parte bambini, vennero uccisi con le bombe all’interno dell’oratorio della scuola. Con sadica crudeltà i superstiti agonizzanti di questa prima azione vennero lasciati dentro le mura dell’edificio per poi essere finiti a colpi di fucile il giorno dopo. La lista di questi odiosi crimini è lunghissima.

A Cadotto, uno dei pochi luoghi in cui si combatté, cadde anche il comandante Lupo e furono trucidate 44 persone. A Creda 79 tra vecchi, donne e bambini furono sterminati in una rimessa di carri. A Pioppe di Salvaro la gente abile al lavoro fu separata da quella inabile; mentre i primi furono deportati in Germania, gli altri, per un totale di 45 persone, vennero fucilati e gettati nella «botte» di Pioppe di Salvaro, una grande cisterna d’acqua utilizzata dal canapificio del paese.

Quanto accadde nel territorio di Monte Sole fu studiato e pianificato a tavolino dagli alti comandi tedeschi a seguito degli ordini emanati tra la primavera-estate del 1944 dal feldmaresciallo Kesselring, comandante in capo delle forze tedesche in Italia. Si può parlare di vera e propria politica del massacro e della terra bruciata che, attraverso la formulazione di un coerente sistema di ordini, portò alla devastazione del territorio e dell’habitat della guerriglia partigiana. Al fine di sradicare il fenomeno delle «bande ribelli» i tedeschi decisero infatti, non di contrastare militarmente le formazioni irregolari, ma di eliminare le condizioni ambientali che consentivano la loro stessa esistenza.

Le direttive di Kesselring, come la Merkblatt 69/1, garantivano sostanzialmente l’impunità ai comandanti che nelle pratiche repressive si fossero spinti a particolare durezza e spietatezza, anche contro i civili. Lo testimonia lo storico Lutz Klinkhammer che nei suoi studi riporta uno stralcio di questi ordini:

Nel caso di attacchi, è necessario circondare immediatamente i luoghi in cui sono avvenuti; tutti i civili che si trovano nelle vicinanze, senza distinzioni sociali o personali, devono essere arrestati. In caso di attacchi particolarmente gravi, si può anche prendere in considerazione di dare immediatamente fuoco alle case da cui si è sparato. […] Un’immediata punizione è più importante dell’invio immediato di un rapporto. Tutti i comandi responsabili devono usare la massima durezza nella persecuzione […]. Inoltre, i comandi di piazza locali dovranno rendere noto che alla minima azione contro soldati tedeschi verranno adottate le  contromisure più drastiche. Ogni abitante del luogo dovrà essere avvertito di ciò; nessun criminale o fiancheggiatore può aspettarsi clemenza.

L’uccisione senza tentennamenti di tanti civili inermi può essere quindi spiegata con un «transfert culturale e ideologico» attraverso il quale dei normali cittadini vennero identificati come potenziali «franchi tiratori» e ribelli. Le modalità particolarmente violente con cui vennero condotte queste azioni, a Monte Sole come altrove, furono poi rese possibili dal «di più» di violenza legittimato dall’ideologia nazista e reso militarmente operativo da molti reparti, sia della Wehrmacht che delle SS e di altre unità di élite.

Appare dunque evidente come i colpevoli (ideatori ed esecutori) del massacro di Monte Sole siano molti. Nel dopoguerra però l’attenzione della giustizia italiana fu rivolta sostanzialmente solo contro il maggiore Walter Reder (Max Simon, comandante della XVI SS Panzergrenadier Division, era già stato condannato per questa e altre stragi nel 1947). Nel 1951, il «monco», così era da alcuni soprannominato per via dell’avambraccio sinistro lasciato sul fronte orientale, venne condannato all’ergastolo dal Tribunale Militare di Bologna in quello che fu l’ultimo grande processo contro criminali tedeschi celebrato nei primi anni del dopoguerra.

Il procedimento nei suoi confronti, tra l’altro, ebbe luogo solo dopo le lunghe e complesse indagini degli investigatori italiani che procedettero nei confronti dell’imputato grazie anche agli incartamenti forniti loro dagli Alleati. Ma se da una parte il processo Reder può essere considerato il culmine dell’impegno della giustizia militare italiana nella punizione dei colpevoli di crimini di guerra nazisti, d’altro canto va anche tenuto conto che i nomi di molti altri responsabili individuati dagli inquirenti americani e britannici finirono nell’Armadio della Vergogna.

I riflettori sull’eccidio di Monte Sole tornarono ad accendersi solo a metà degli anni Novanta, quando furono ritrovati i documenti di molte stragi naziste, occultati per decenni negli scantinati di di Palazzo Cesi, sede della Procura Generale Militare. Nel 2006, presso il Tribunale Militare di La Spezia, prese avvio un nuovo processo che si concluse con la condanna all’ergastolo di dieci tra ex sottufficiali e soldati tedeschi.

Nel frattempo però Walter Reder, dopo continue richieste di grazia da parte dei diplomatici austriaci e britannici, era stato rilasciato con un decreto del presidente del Consiglio Bettino Craxi, il 23 gennaio 1985. In un’intervista del 1986 rilasciata a una rivista austriaca, il «boia di Marzabotto», dopo che nel 1964 aveva espresso rammarico e pentimento alle comunità di Monte Sole, ritrattò ogni cosa affermando di non dover giustificare le sue azioni passate. Morì da uomo libero a Vienna nel 1991.

Proprio nello stesso periodo in cui Reder veniva scarcerato, si intensificarono i dibattiti sul recupero e la valorizzazione della memoria in quella zona che molti anni prima fu teatro dell’orrore nazista. Con una legge regionale del maggio 1989 fu istituita un’area protetta tra le valli dei fiumi Setta e Reno, nei luoghi dove furono compiuti gli eccidi. Nacque così il Parco Storico di Monte Sole il cui ambizioso obiettivo è quello di diffondere i valori della libertà e della pace e di salvaguardare una memoria che in Italia troppo spesso è stata sacrificata a logiche di opportunismo politico.

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Le massacre de Monte Sole : la marche de la mort

Entre le 29 septembre et le 5 octobre 1944, les divisions allemandes, appartenant principalement à la XVIe SS Panzergrenadier Division, le même protagoniste du massacre de Sant’Anna di Stazzema, tuèrent près de huit cents personnes dans le cadre d’une opération antipartisane visant à reconquérir un vaste territoire dans les Apennins bolognais.

Ce qui est communément appelé le massacre de Marzabotto représente l’hécatombe la plus odieuse, en termes de nombre de morts, parmi ceux perpétrés par les nazis en Italie et en Europe occidentale. Contrairement aux autres endroits où la hache allemande s’abattit, dans ce cas les opérations furent reportées non seulement dans le temps, mais aussi dans l’espace : en un peu moins d’une semaine, en effet, plus de 115 localités furent baignées dans le sang de civils sans défense, presque toutes situées entre les rivières Setta et Reno. Non seulement la municipalité de Marzabotto donc, mais aussi celles de Grizzana Morandi et de Monzuno, dans une zone située autour de Monte Sole.

Ces zones ont fait l’objet à l’époque d’une véritable opération militaire mise en place par les Allemands pour contrer et éradiquer définitivement les activités partisanes dans la zone en question. En fait, la brigade Stella Rossa (Etoile Rouge) opérait dans ces territoires; c’était une organisation peu politisée, souvent en contraste avec la direction du Comité de Libération Nationale et composée principalement de personnes locales. Dirigée par Mario Musolesi, dit il Lupo (le Loup), cette formation devint protagoniste de nombreuses actions de démonstration et aussi de combats de feu avec l’armée d’invasion allemande qui, déjà au printemps, avait tenté de la détruire sans succès. Les nazis réussirent à concrétiser leur intention précisément à la fin du mois de septembre, lorsque commença ce que l’historien Lutz Klinkhammer a appelé un « raid visant au massacre » : le massacre de Monte Sole.

En réalité, pendant les opérations allemandes, il n’y eu pas de véritable bataille avec les partisans ; il y eut certainement quelques affrontements mais les victimes d’un côté et de l’autre, y compris le Loup, semblent avoir été très peu nombreuses et on peut dire que déjà le 30 septembre, l’Etoile Rouge n’existait plus. Les nazis ne cherchèrent presque jamais la confrontation directe avec les partisans : pour les faire plier, il était beaucoup plus facile et efficace de faire de la terre brûlée tout autour.

Les pertes civiles furent énormes. Pendant longtemps, le total a été indiqué en 1.830 morts mais, comme l’ont montré les recherches des historiens Luca Baldissara et Paolo Pezzino, ce chiffre doit être réduit et, après des études minutieuses, un calcul réel des victimes est d’environ 770 morts, dont 216 enfants de moins de douze ans. Le fait d’avoir réduit de plus de moitié le nombre de personnes assassinées ne diminue cependant pas l’ampleur du massacre. Un massacre, en plus, étudié à la table et réalisé avec une férocité lucide.

La tâche d’attaquer les positions de l’Etoile Rouge depuis l’est fut confiée aux quatre compagnies de la XVI SS Panzergrenadier Division Reichsführer SS, commandées par Walter Reder, l’homme qui est entré dans l’histoire comme le “bourreau de Marzabotto”. La “marche de la mort”, à laquelle partecipèrent environ 800 soldats allemands, alerta les partisans de l’Etoile Rouge qui, pensant être les seuls recherchés, disparurent du mieux qu’ils ont purent.

Mais furent les civils, les femmes, les enfants et les personnes âgées à être visés par les attaques allemandes . Les nazis fouillèrent chaque ville, chaque bâtiment, chaque grange et massacrèrent tous ceux qui se trouvaient sur leur chemin. Presque tous les villages de Monte Sole furent ensanglantés lors de massacres uniques et ininterrompus. Les hameaux de Panico, Vado, Quercia et Grizzana furent incendiés, les maisons et les écoles attaquées et détruites. À San Giovanni di Sotto, 52 personnes furent massacrées dans un abri. A Caprara, 62 femmes et enfants périrent à cause des grenades à main lancées par les soldats. À Casaglia, l’un des symboles du massacre de Monte Sole, des civils se réfugièrent dans une église où le jeune curé Don Ubaldo Marchioni récitait le Rosaire. Les quelques survivants se souviennent du raid des Allemands, du meurtre de Don Marchioni et de l’accusation portée contre eux, faite en italien, qu’ils étaient tous des partisans et des bandits. Personne ne fut interrogé et le grand groupe composé presque entièrement de femmes et d’enfants fut emmené au cimetière local.

Celui qui semblait le commandant les a dirigés vers le cimetière, en ordonnant à ses hommes de franchir les portes de fer, fermées. Selon Giuseppina Paselli, ils sont restés environ cinq minutes à l’extérieur du mur d’enceinte, puis les allemands les ont laissés entrer, les ont regroupés devant la chapelle et ont monté une grosse mitrailleuse sur un trépied, armés par un ou deux hommes qui avaient des rubans de cartouches autour du corps : ils ont alors commencé à tirer. Lucia Sabbioni se rappelle qu’un autre allemand a également tiré avec une grosse arme automatique. Le massacre a eu lieu en quelques minutes. (Luca Baldissara, Paolo Pezzino, Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole)

Les victimes à Casaglia firent 93. A San Martino, au contraire, 54 civils furent abattus puis brûlés dans une cour de ferme. A Cerpiano, 43 personnes, pour la plupart des enfants, tombèrent à cause des bombes lancées à l’intérieur de l’oratoire de l’école. Avec une cruauté sadique, les survivants agonisants furent laissés à l’intérieur du bâtiment pour être fusillés le jour suivant. La liste de ces crimes odieux est longue.

À Cadotto, l’un des rares endroits où il y a eu des affrontements, 44 personnes furent massacrées. À Creda, 79 des vieillards, femmes et enfants trouvèrent la mort dans un hangar à chariots. À Pioppe di Salvaro, les personnes qui pouvaient travailler furent séparées de celles qui étaient inaptes ; tandis que les premières furent déportées en Allemagne, les autres, soit 45 personnes au total, furent abattues et jetées dans le “tonneau” de Pioppe di Salvaro, un grand réservoir d’eau utilisé par l’usine de traitement des déchets de la ville.

Ce qui se passa sur le territoire de Monte Sole fut étudié et planifié par les hauts commandements allemands suite aux ordres donnés entre le printemps et l’été 1944 par le maréchal Kesselring, commandant en chef des forces allemandes en Italie. On peut parler d’une véritable politique de massacre et de terre brûlée qui, par la formulation d’un système d’ordres cohérent, conduisit à la dévastation du territoire et de l’habitat des guérillas partisanes. Afin d’éradiquer le phénomène des “bandes rebelles”, les Allemands décidèrent en effet de ne pas s’opposer militairement aux formations irrégulières, mais d’éliminer les conditions environnementales qui permettaient leur existence même.

Les directives de Kesselring, telles que le Merkblatt 69/1, garantissaient essentiellement l’impunité des commandants qui s’étaient livrés à des pratiques répressives particulièrement dures et impitoyables, y compris à l’encontre des civils. C’est ce qu’atteste l’historien Lutz Klinkhammer qui, dans ses études, rapporte un extrait de ces ordres :

Dans le cas d’attaques, il est nécessaire d’encercler immédiatement les lieux où elles ont eu lieu ; tous les civils se trouvant à proximité, sans distinction sociale ou personnelle, doivent être arrêtés. Dans le cas d’attaques particulièrement graves, on peut également envisager de mettre immédiatement le feu aux maisons d’où le coup de feu a été tiré. […] La punition immédiate est plus importante que le signalement immédiat. Tous les commandements responsables doivent faire preuve de la plus grande sévérité dans la persécution […]. De plus, les commandements de place doivent faire savoir qu’à la moindre action contre les soldats allemands, les contre-mesures les plus drastiques seront prises. Chaque habitant doit en être averti ; aucun criminel ou flanqueur ne peut s’attendre à la clémence.

Le meurtre sans hésitation de tant de civils sans défense peut donc s’expliquer par un “transfert culturel et idéologique” par lequel les citoyens ordinaires ont été identifiés comme de potentiels “tireurs d’élite” et rebelles. Les manières particulièrement violentes dont ces actions furent menées, à Monte Sole comme ailleurs, ont été rendues possibles par un “plus” de violence légitimée par l’idéologie nazie et rendue militairement opérationnelle par de nombreuses divisions, tant de la Wehrmacht que des SS et autres unités d’élite.

Il est donc évident que les coupables (créateurs et exécutants) du massacre de Monte Sole sont nombreux. Dans l’après-guerre, cependant, l’attention de la justice italienne ne se tourna que vers le major Walter Reder (Max Simon, commandant de la XVIe Division Panzergrenadier SS, avait déjà été condamné pour ce massacre et d’autres en 1947). En 1951, “le manchot”, comme certains l’appelaient en raison de l’avant-bras gauche laissé sur le front de l’Est, fut condamné à la prison à vie par le tribunal militaire de Bologne dans ce qui fut le dernier grand procès contre les criminels allemands célébré au début de l’après-guerre.

Les poursuites engagées contre lui, en autre, n’eurent lieu qu’après les longues et complexes investigations des enquêteurs italiens qui poursuivirent l’accusé grâce aussi aux dossiers fournis par les Alliés. Mais si, d’une part, le procès Reder peut être considéré comme le point culminant de l’engagement de la justice militaire italienne à punir les coupables des crimes de guerre nazis, d’autre part, il faut aussi tenir compte du fait que les noms de nombreux autres auteurs identifiés par les enquêteurs américains et britanniques finirent dans l’Armoire de la Honte.

L’attention sur le massacre de Monte Sole ne tourna au premier plan seulement au milieu des années 90, lorsque les documents de nombreux massacres nazis furent découverts, après être restés cachés pendant des décennies dans les sous-sols du Palazzo Cesi, siège du bureau du procureur général militaire. En 2006, un nouveau procès debutta devant le tribunal militaire de La Spezia et termina avec la condamnation à la prison à vie de dix anciens sous-officiers et soldats allemands.

Entre-temps, cependant, Walter Reder, après des demandes continues de grâce de la part de diplomates autrichiens et britanniques, avait été libéré par décret du Premier ministre Bettino Craxi, le 23 janvier 1985. Dans une interview accordée en 1986 à un magazine autrichien, le “bourreau de Marzabotto”, après avoir exprimé, en 1964, son regret et son repentir aux communautés de Monte Sole, se rétracta en disant qu’il n’avait pas à justifier ses actes passés. Il est mort en homme libre à Vienne en 1991.

Au moment même où Reder venait d’être libéré de prison, les débats sur la récupération et l’amélioration de la mémoire dans la région qui avait été le théâtre de l’horreur nazie bien des années auparavant s’intensifièrent. Une loi régionale de mai 1989 établit une zone protégée entre les vallées des rivières Setta et Reno, sur les lieux où furent les massacres perpétrés. Ainsi est né le Parc Historique de Monte Sole dont l’objectif ambitieux est de diffuser les valeurs de liberté et de paix et de sauvegarder une mémoire qui, en Italie, a trop souvent été sacrifiée à la logique de l’opportunisme politique.

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