The Rape of Lucrece di William Shakespeare (1594)

All’Onorevolissimo 

Henry Wriothesley, Conte di Southampton,

e Barone di Titchfield. 

L’amore che porto a Vostra Signoria è senza fine; questa operetta senza principio non ne è che una superflua parte. Non il valore dei miei rozzi versi, ma la garanzia di benevolenza offertami da Vostro Onore, mi rende certo della loro accettazione. Ciò che ho fatto è vostro, ciò che farò è vostro, essendo parte del tutto che vi ho consacrato. Fosse il mio valore più grande, vi manifesterei maggiore omaggio; frattanto, essendo ciò che è, è dedicato a Vostra Signoria, cui auguro lunga vita, resa più lunga da tutte le felicità. 

A Vostra Signoria con ogni devozione, 

William Shakespeare


Dall’assediata Ardea in grande fretta,
d’illecito desio sull’ali infide,
Tarquinio lascia il campo dei Romani
ed a Collazio porta un fuoco buio,
brace nascosta che vuol divampare
ed abbracciare il corpo di Lucrezia,
di Collatino sposa bella e casta.

Il nome “casta” un appetito infausto
gli ha suscitato poiché l’imprudente
Collatino il bianco e il rosso gli ha vantato
che senza pari trionfa in quel suo cielo
di delizie, dove mortali stelle,
impiegate soltanto al suo servizio,
splendono pure come splendon gli astri.

La notte prima, in tenda con Tarquinio,
gli ha disserrato il suo felice scrigno:
quali tesori il cielo gli ha prestato
col possedere la sua bella sposa;
tanto alto stima egli la sua fortuna
che a maggior fama un re può maritarsi,
ma non ad una dama alla sua pari.

Felicità che pochi hanno goduto
e che, se avuta, presto s’è disfatta,
come rugiada argentea che si scioglie
innanzi all’oro splendido del sole!
Dono concesso appena e già sottratto!
Bellezza e onore in braccio al proprietario
inermi sono contro un mondo ostile.

Bellezza di per sé sa persuadere
gli occhi dell’uomo senza un oratore;
quale necessità v’è mai di elogi
per segnalare ciò ch’è tanto raro?
Perché divulga dunque Collatino
la gemma che celare anzi dovrebbe
a orecchie ladre, essendo lui il padrone?

Fu forse quella lode ciò che accese
questo orgoglioso figlio di sovrano;
spesso è l’orecchio che ci macchia il cuore.
Forse l’invidia di cotanto bene
lo sfidò al paragone, e a sdegno punse
la mente sua che un suddito vantasse
ricchezze di cui il superiore è privo.

Oppure fu un’intempestiva idea
che gli istigò tanto impetuosa fretta;
negletti onori, affari, amici, rango,
ogni altra cosa, a spegnere ora corre
il fuoco che nel fegato gli brucia.
Oh ardore avvolto in penitente freddo,
eterna, acerba primavera guasta!

Giunto a Collazio l’empio è bene accolto
dalla dama romana sul cui volto
virtù e bellezza fanno a gara a chi abbia
a sostener sua fama. Se si vanta
la virtù, la bellezza ne arrossisce;
ma se arrossisce perché vien vantata,
virtù di bianco allora l’altra argenta.

Ma bellezza, cui dan titolo al bianco
le colombe di Venere, la sfida;
allor reclama la virtù il suo rosso,
che nell’età dell’oro le dorava
l’argentee guance ed era ad esse scudo;
che se vergogna l’assaliva, allora
del rosso si faceva scudo il bianco.

Tale il blasone che Lucrezia ha in volto,
la virtù ha il bianco e la bellezza il rosso;
ciascuna regna sul color dell’altra
per un diritto antico quanto il mondo.
Ma l’ambizione ancor le fa lottare,
tanta sovranità hanno ambedue
che spesso fanno permuta di trono.

Di gigli e rose questa muta guerra
vede Tarquinio nel di lei bel volto
e l’occhio traditor n’è prigioniero;
s’arrende allora il vile alle due schiere
onde tra lor non rimanere ucciso;
quelle però lo lasciano scappare
per non trionfar su un sì infame nemico.

Lui pensa che la lingua del marito, –
d’avare lodi prodigo soltanto, –
ha fatto torto alla di lei bellezza,
tanto maggior della di lui eloquenza.
Le lodi allor che Collatino ha omesso
stregato ora le immagina Tarquinio,
gli occhi sbarrati in meraviglia muta.

Santa terrena che un demonio adora,
sì perfido fedel lei non sospetta;
ché mente pura giammai sogna il male,
né teme arbusti uccel che non sa il vischio:
così, innocente, ella saluta e onora
il principesco ospite, che fuori
non mostra il male che nasconde dentro.

Ché lo ricopre il suo nobile rango,
vestendo il suo peccato di maestà;
nulla v’è in lui che appaia intemperante,
se non nell’occhio troppa meraviglia,
che avendo tutto, nulla lo soddisfa;
misero ricco, sazio di tesori,
d’altri tesori tuttavia si strugge.

D’occhi stranieri ignara ella non coglie
senso veruno nei loquaci sguardi,
né alcun sottil segreto nel commento
che glossa i margini di tale libro;
non teme lacci, non s’accorge d’esche:
né l’occhio losco sa moralizzare,
altro che luce ella non vede in esso.

Le narra egli la fama del marito,
vinta nei campi fertili d’Italia,
e orna di lodi il nome suo, glorioso
per il coraggio e la cavalleria,
l’armi ammaccate e i serti di vittoria.
Di gioia alza le mani ella e ringrazia
tacita il cielo per i suoi successi.

Senza mostrare quale sia il suo intento
egli si scusa d’essere venuto;
nessun oscuro segno di tempesta
appare ancora nel suo ciel sereno,
finché la notte, madre del terrore,
tenebre nere stende sopra il mondo,
e serra il giorno nelle sue prigioni.

Ora Tarquinio vien portato a letto,
si dice stanco e da gravezza oppresso;
a lungo dopo cena con la casta
Lucrezia ha conversato, è notte fonda.
Il plumbeo sonno lotta con la vita,
s’appresta ognuno a riposare, salvo
i ladri e chi nell’animo è turbato.

Tra cui Tarquinio che va ponderando
i rischi del saziarsi, di saziarsi
deciso, nonostante che astinenza
la sua infondata speme gli consigli.
Spesso all’azione induce il disperare,
e se il premio agognato è un gran tesoro,
ne segua morte, essa verrà ignorata.

Chi molto brama tanto ama il guadagno
che non soltanto ciò che non ha perde,
ma pure ciò che invece possedeva,
sicché quanto più spera meno ottiene;
o se più vince, il suo maggior profitto
è indigestione, e soffre tante pene
che col guadagno suo fa bancarotta.

Scopo di tutti è di nutrir la vita
d’onori e di ricchezze, in tarda età;
e costa tanto sforzo che azzardiamo
tutto contro uno o uno contro tutto:
così la vita per l’onore in guerra,
o onore per ricchezze, che assai spesso
ci costan morte, e perdita di tutto.

Quindi lasciamo d’esser ciò che siamo
per ottenere ciò che ci aspettiamo;
e questa sozza malattia ambiziosa
se abbiamo ci tormenta per più avere,
così che ciò che abbiamo trascuriamo,
e tutti, stolti, riduciamo a nulla
qualcosa per la smania di aumentarlo.

Così Tarquinio pazzo ora dà in pegno
l’onore per saziare la sua brama;
perdere sé egli deve per se stesso.
Se di sé non si può, di chi fidarsi?
Quale straniero troverà egli giusto
quando condanna egli da sé se stesso
a infamia e giorni odiosi e disgraziati?

È il cuore della notte, il sonno serra
gli occhi ai mortali, non v’è alcuna stella,
né altro rumore che di gufi e lupi
che con le loro grida annuncian morte
ai miti agnelli, ogni pensiero puro
tace, ma la lussuria e l’assassinio
si sveglian pronti a uccidere e violare.11

Balza dal letto Tarquinio, bramoso,
gettandosi il mantello sulle spalle,
mentre paura con desio combatte:
l’uno lusinga, l’altra teme il danno.
Ma la lussuria incanta la paura,
che ormai sconfitta si ritira e cede
al desiderio folle ed impetuoso.

Batte piano la spada su una selce,
e dalla fredda pietra trae scintille;
la torcia accende che ora ha da guidare
l’occhio lascivo ed alla fiamma parla:
“Come da fredda selce questo fuoco
a forza ho suscitato, così anche
Lucrezia forzerò alla mia brama”.

E bianco di paura va pensando
ai rischi della sua odiosa impresa:
tra sé dibatte che dolore possa
seguirne, e con sguardo disdegnoso
va disprezzando la corazza nuda
della lussuria sempre ancora uccisa;
così equo frena la sua iniqua mente:

“Spegniti, torcia, per non oscurare
colei che più di te risplende; muori,
empio pensiero, prima di macchiare
della sporcizia tua ciò ch’è divino;
sia offerto incenso puro a un puro altare.
Aborra il giusto ciò che insozza il niveo
abito casto di cui veste amore.

“Armi e cavalleria disonorate!
Infamia sulla tomba dei miei avi!
Sacrilegio ch’ogni empietà racchiude!
Un soldato reso schiavo del capriccio!
Vero rispetto abbia il valore vero.
Tanto meschino e vile è il mio misfatto
che vivrà inciso sul mio stesso volto.

“Anche morissi, lo scandalo vivrebbe,
infame macchia sul mio stemma d’oro
che marcherà sventura sul blasone
raffigurandovi la mia follia;
onde ne sia infamata la mia prole,
mi maledica le ossa e abbia per pio
desiderar non nato il padre suo.

“Se ottengo ciò che cerco vinco un gaudio
più breve di una schiuma, un soffio, un sogno.
Per gioia d’un istante pianger giorni?
Vender l’eternità per un trastullo?
Buttar la vigna per gustare un chicco?
Che idiota, per sfiorare la corona,
si lascerebbe abbatter dallo scettro?

“Se Collatino sogna del mio intento
non correrà di fretta qui infuriato
per prevenire il mio progetto infame? –
assedio che gli stringe il matrimonio,
oltraggio a gioventù, dolore al saggio,
onta sopravvissuta a virtù morta,
crimine in eterno biasimato.

“Che scusa troverà mai l’invenzione
se tu m’accuserai di tal misfatto?
Non tremerò io tutto, ammutolito,
cieco, col cuore vile sanguinante?
Grande colpa, maggiore la paura,
che non sa né lottare né fuggire,
ma muore tremebonda di terrore.
“M’avesse Collatino ucciso il figlio,
o il padre, od attentasse alla mia vita;
non fosse un caro amico, potrei forse
scusare il desiderio di sua moglie
con la vendetta e il danno riscattato.
Ma egli è mio parente, è un caro amico,
son senza scusa e fine il torto e l’onta.

Vergogna, – sì, ma se vien risaputo.
È odioso, – non c’è odio nell’amare.
Chiederò il suo amore, – non le appartiene.
Rischio soltanto biasimo e rifiuto.
Non sa opporsi alla voglia la ragione:
temere frasi e massime morali
è come aver paura di un dipinto”.

Così van disputando, senza grazia,
coscienza fredda e desiderio caldo;
delle intenzioni buone fa dispense
piegando il senso al peggio, a suo vantaggio:
i puri affetti cedono in un lampo,
e tant’oltre si spinge che gli appare
virtuosa azione proprio ciò ch’è infame.

“M’ha preso gentilmente per la mano”,
dice, “fissava gli occhi suoi nei miei,
temendo male nuove dalla guerra
dove si trova il caro Collatino.
Che colori le dava la paura!
Rosso di rose sopra un lino bianco,
e poi il bianco del lino, senza rose.

“Come tremava di fedel paura
la mano sua racchiusa nella mia!
Com’era triste e le batteva il cuore
finch’ebbe udito del marito salvo!
Al che sorrise tanto dolcemente
che, se l’avesse vista, mai Narciso
per amar sé si sarebbe annegato.

“Perché dunque cercar scuse o pretesti?
L’orator tace se bellezza arringa.
Di lievi colpe pentansi i meschini,
nel cuor che teme l’ombre amor non cresce.
Passion m’è capitano, che comandi;
quando il vessillo suo sgargiante spiega
anche il codardo impavido combatte.

“Basta dispute e timori da bambini!
Prudente e ragionevole sia il vecchio!
Non contrasterà mai il mio cuore l’occhio:
s’attardi il saggio in pause e riflessioni;
la gioventù caccia di scena i vecchi.
Pilota m’è il desio, bellezza il premio;
chi temerà affogar per tal tesoro?”

Come le erbacce soffocano il grano,
così fa la lussuria col timore.
Attento a ogni rumore ora si muove,
pieno d’immonda speme e di sospetto;
che, come i servitori dell’ingiusto,
lo inducono in opposte direzioni,
ora alla pace ed ora all’invasione.

In mente ha la di lei forma celeste,
ma al tempo stesso anche Collatino.
L’occhio che vede lei gli turba il senno,
l’occhio che vede lui, più divino,
a quella falsa vista non s’inchina,
e puro cerca appello presso il cuore,
che ormai corrotto sceglie però il peggio:

ed incita le sue forze servili,
che lusingate dall’allegro capo
riempion la brama, sì i minuti l’ore;
si gonfia il capitano, e il loro orgoglio,
servili più di quanto sia dovuto.
Così da un’empia brama ormai condotto
muove Tarquinio al letto di Lucrezia.
Sforza ogni serratura si interponga
tra stanza e desiderio, ma ciascuna
ne biasima l’azione cigolando,
e il ladro, furtivo, ha da ascoltarla.
Scricchia la porta, sì che lui l’intenda;
strillano le donnole al vederlo:
lui si spaventa e nondimeno insiste.

Mentre ogni porta cede a malincuore,
da crepe e da fessure il vento assale
la torcia per costringerlo a fermarsi,
gli soffia il fumo in faccia e così estingue
la guida sua; ma il suo bollente cuore,
da folle desiderio arroventato,
soffia altro vento e la sua torcia infiamma.

E alla sua luce il guanto di Lucrezia
scorge, ma un ago sta infilato in esso;
mentre lo afferra dal canestro l’ago
gli punge il dito, quasi come a dirgli:
“Non è abituato a loschi trucchi il guanto,
ritorna in fretta donde sei venuto,
son casti gli ornamenti di chi ami”.

Ma non lo ferman questi lievi veti,
ch’egli traduce nel peggior dei sensi.
Ciò che lo attarda, porte, vento, guanto,
egli lo prende solo come prova;
o il segno dei minuti sul quadrante
che non arresta il corso alla lancetta,
sicché ogni ora ha ciò che le è dovuto.

“Son naturali questi intoppi”, dice,
“la primavera a volte è minacciata
dal gelo, ma perché poi più si goda,
e ancor più cantino i ghiacciati uccelli.
Ciò ch’è prezioso con dolor s’acquista:
pirati, secche, scogli e forti venti
teme il mercante, che poi sbarca ricco”.
È giunto ora alla porta che dal cielo
della sua mente sola lo divide,
non più di un chiavistello lo separa
dal benedetto oggetto cui aspira.
Tanto l’ha pervertito l’empietà
che per la preda sua prende a pregare,
come se il cielo il fallo suo approvasse.

Ma in mezzo alla sua sterile preghiera,
sollecitate le potenze eterne
che il suo buon bene il mal pensiero ottenga,
ed esse sian benigne alla sua ora,
s’arresta e dice, “Devo deflorare:
e chi io prego aborre tale fatto;
come m’assisteranno dunque a farlo?

“Fortuna e amor, siate voi guida e dèi!
Nel mio volere sono risoluto;
pensiero senza effetti è solo un sogno;
non v’è peccato che non venga assolto.
Fuoco d’amor gel di paura scioglie:
l’occhio del cielo è cieco, notte e nebbia
coprono l’onta che a delizia segue”.

Già la rea mano afferra il chiavistello,
già ha spalancato l’uscio col ginocchio.
Dorme, preda del gufo, la colomba;
tradisce il traditor senz’esser visto.
Si scosta chi per via vede un serpente,
ma ella, che dorme e nulla teme, giace
alla mercé del suo morso mortale.

Il perfido s’insinua nella stanza,
e fissa il letto non ancora sozzo.
Le tende sono chiuse, egli s’aggira,
gli occhi bramosi ruota nella testa;
dal tradimento lor traviato il cuore
dà la parola d’ordine, e la mano
tira la nube che la luna occulta.
Siccome il sole dardeggiante e bello
straccia le nubi e toglie a noi la vista,
così accecato dalla maggior luce,
tratta la tenda, egli strizza gli occhi.
Sia ch’ella splenda sì da abbacinarli,
o sia piuttosto l’onta immaginata,
essi son ciechi, e restano serrati.

Oh, fosser morti nell’oscura cella,
con essi il male avrebbe avuto fine!
E Collatino con Lucrezia accanto
riposerebbe ancor su un letto puro.
Ma s’aprono, a violar la sacra lega;
e alla lor vista ormai Lucrezia santa
dovrà vender delizia, vita e gioia.

La gota, rosa, poggia sulla mano
che, giglio, al guancial ruba il giusto bacio;
ed esso, irato, si spalanca e gonfio
reclama d’ambo i lati il suo diletto:
sepolto il capo tra le due colline
giace ella, monumento di virtù,
che un impudico occhio profano ammira.

Sulla coperta verde era poggiata
l’altra sua mano, il cui perfetto bianco
pareva margherita sopra l’erba,
e una rugiada il suo sudor di perla.
Gli occhi, fiorranci, inguainano la luce,
e attendon sotto un buio baldacchino
di spalancarsi ad adornare il giorno.

D’oro, i capelli giocano col fiato;
modesti ed impudichi, mostran vita
trionfare nella mappa della morte,
e il volto della morte in mortal vita.
Tanto son belle entrambe nel suo sonno
che par tra lor non vi sia guerra alcuna,
ma vita viva in morte e morte in vita.
Globi d’avorio nell’azzurro è il seno,
due mondi casti ancor non conquistati,
che sol del signor loro sanno il giogo,
cui fedeltà ed onore hanno giurato.
Ma altra ambizione nutrono in Tarquinio,
che ora s’appresta, usurpatore infame,
a cacciar via il padrone dal bel trono.

Poteva egli vedere e non notare?
Notar poteva e non desiderare?
Di ciò che vede egli si infatua tutto,
stanca di brama il suo bramoso occhio.
Con più che ammirazione egli rimira
azzurre vene, pelle alabastrina,
nivee gote e labbra coralline.

Come il leone gioca con la preda,
già sazia di conquista la gran fame;
così guardando l’anima dormiente
calma Tarquinio la furiosa brama, –
l’attenua, non la spegne, ch’ella è accanto,
e l’occhio che il tumulto già sedava
di maggior furia gonfia or le sue vene.

Esse – come sbandati pronti al sacco,
sgherri feroci cui son dolci morte
e stupro, che né pianto di bambini
rispettano, né gemiti di madri –
si gonfiano in attesa dell’attacco.
Squilla pulsante il cuore e dà il segnale
di carica e saccheggio a volontà.

Il cuore incita l’occhio fiammeggiante,
cede il comando ora alla mano l’occhio;
la mano, insuperbita del suo rango,
fuma d’orgoglio e marcia a conquistare
il seno nudo, cuore del suo regno.
La mano scala, e il di lei sangue lascia
le tonde torri pallide ed affrante;
e accorre tutto nella quieta stanza
in cui risiede la governatrice;
qui le racconta del tremendo assalto,
spaurendola di grida. Stupefatta,
gli occhi serrati ella spalanca, ed essi,
spuntati ad osservare quel tumulto,
son sopraffatti dalla torcia in fiamme.

Oh, che terrore è l’incubo che sveglia
dal sonno dentro al cuore della notte,
quando si crede d’aver visto spettri
orrendi che ogni membro fan tremare!
Ma peggio è per Lucrezia che, riscossa
dal sonno, vede ciò che prova vero
quello che nel terrore sospettava.

Avvolta da un migliaio di paure
trema come un uccello appena ucciso.
Guardar non osa, ma battendo gli occhi
vede tremende maschere cangianti:
son ombre del cervello indebolito
che, irato perché l’occhio le rifugge,
d’ombre più orrende ancora lo atterrisce.

La man di lui sul di lei seno ancora, –
ariete rude, abbatter tanto avorio! –
ne sente il cuore, umile cittadino,
che si ferisce a morte palpitando,
battendo il corpo ch’essa fuori scuote:
meno a pietà, più a furia ciò lo muove,
d’aprir la breccia e irrompere in città.

La lingua sua come una tromba invita
lo scorato nemico a un parlamento;
dal bianco lin più bianco volto leva,
a chieder le ragioni dell’assalto;
egli le vuol mostrare a gesti muti,
ma lei, forte pregando, ancor domanda
con che ragione egli commetta il fallo.
E lui: “È sul tuo volto la ragione,
che fa sbiancar dall’ira il bianco giglio,
e di vergogna fa arrossir la rosa;
pèrori lui la causa del mio amore.
È questa la ragione per cui scalo
l’invitto forte tuo; è tua la colpa,
perché son gli occhi tuoi che t’han tradita.

“Se vuoi rimproverarmi, ti precedo:
è la bellezza tua che t’ha insidiato,
ed ora hai da piegarti alla mia voglia,
che al suo piacer t’ha sulla terra scelto;
di tutto ho fatto per domarla, invano:
se biasimo e ragione l’uccideva,
la tua bellezza la resuscitava.

“So che tormenti ne deriveranno,
so di che spine s’armano le rose,
e di che aculeo si protegge il miele:
la mia ragione tutto ciò lo afferra.
Ma brama, sorda, amici non ascolta;
solo lei vede la bellezza, e contro
legge e dovere se ne infatua tutta.

“Nel profondo dell’anima ho discusso
che torto, onta e dolore seguiranno;
ma nulla può frenare il desiderio,
fermar la corsa della furia cieca.
So che verranno pentimento, pianto,
biasimo, sdegno, mortale inimicizia;
ma ad abbracciar l’infamia mia m’affretto”.

La sua spada romana intanto leva,
che torreggiante come un falco in cielo
con ombra d’ali copre la sua preda,
e la minaccia col suo becco adunco.
Tal l’oltraggioso brando sull’inerme
Lucrezia che tremante ascolta, preda
che ha visto il falco e udito il suo sonaglio.

“Stanotte ti godrò”, dice, “Lucrezia.
Se mi resisti, userò la forza,
e ti distruggerò sopra il tuo letto;
e poi ucciderò qualche tuo schiavo,
in modo da ammazzarti e onore e vita,
lo metterò tra le tue braccia morte,
e giurerò che lì l’ho visto e ucciso.

“Così, sopravvivendoti, il tuo sposo,
sarà ludibrio a tutti, i tuoi parenti
chineranno la testa sotto l’onta,
la prole tua marchiata di bastarda.
E tu, l’autrice della loro infamia,
avrai la colpa tua trascritta in rime,
cantata dai bambini del futuro.

“Ma cedi, e ti sarò segreto amico;
colpa non nota è solo idea senz’atto.
Danno compiuto a fine buono e grande
saggia politica terrà ben fatto.
Il velenoso semplice, mischiato,
diventa medicina; così usato,
l’effetto ne purifica il veleno.

“Per amor dunque di marito e figli,
cedi, non far loro ereditare
vergogna indelebile, una macchia
che mai verrà dimenticata, peggio
del marchio degli schiavi o orrenda voglia.
Ché questa è solo un marchio di natura,
e non un segno della loro infamia”.

E qui con uno sguardo da mortale
basilisco si leva e fa una pausa;
lei, quadro di pietà, par bianca cerva
sotto gli artigli aguzzi di un grifone,
che implora in un deserto senza legge
la fiera, cui è ignoto ogni diritto,
e che obbedisce solo all’appetito.
Quando una nera, minacciosa nube
nasconde gli erti monti nel suo grembo,
dal seno della terra sgorga un soffio
che sperde la caligine e ritarda
lo scroscio: così lei, parlando, frena
la foga empia di lui. Mentre Orfeo suona
Plutone corrucciato chiude gli occhi.

Ma scherza, lui; come di notte il gatto,
che tra le zampe stringe il topo ansante.
Di lei, mesta, rapace lui si nutre,
abisso che più smania se più inghiotte.
Egli ode le preghiere, ma il suo cuore
sbarra ogni entrata; l’acqua rode il marmo,
ma a lui la brama cresce al di lei pianto.

Gli occhi di lei, imploranti, sono fissi
sulle spietate rughe del suo volto;
casta eloquenza, di sospiri mista,
di maggior grazia adorna l’orazione.
Fuori di posto spesso mette il punto,
e poiché a metà frase si interrompe,
deve iniziar due volte ogni discorso.

Lo supplica per Giove onnipotente,
rango, cavalleria, dolce amicizia,
amor di sposo, pianto prematuro,
umane e sante leggi, buona fede,
e cielo e terra ed il poter d’entrambi,
che torni al letto che gli è stato dato,
e onore, non un’empia brama, ascolti.

“Non ripagar di sì nera moneta”,
ella gli dice, “l’ospitalità.
Non infangar la fonte che disseta,
e non guastare ciò che non s’aggiusta.
Lascia la mira prima di scoccare;
chi tende l’arco suo contro la cerva
appena nata, non è un vero arciere.
“Risparmiami, lo sposo mio t’è amico.
Rispetta il rango tuo, lasciami stare.
Son debole, non tendermi tranelli.
Non sembri un traditore, non tradirmi.
Son vento che ti scaccia, i miei sospiri;
se mai pianto di donna ha mosso l’uomo,
ti muovano i miei gemiti e lamenti.

“I quali, mare irato, dan l’assalto
al cuor tuo, scoglio causa di naufragio,
per farlo molle col continuo moto;
ché si trasforma in acqua il sasso sciolto.
Pietà! Se più del sasso non sei duro
ti sciolga il pianto mio. Porte di ferro
sa schiudere la dolce compassione.

“T’ho accolto pensandoti Tarquinio:
gli hai preso il volto per disonorarlo?
In nome delle schiere dei celesti,
tu gli ferisci il principesco nome;
tu non sei ciò che sembri, e se lo sei,
quello che sei non sembri, un dio, un re:
ché i re han da governare come dèi.

“Se tanto vizio in te anzitempo sboccia,
che messe mai raccoglierà l’età?
Se tanto oltraggio osi in quanto erede,
che mai non oserai, una volta re?
Se il crimine del suddito rimane,
quello del re non può venir nascosto
neppure quando egli è tornato argilla.

“Così verrai amato per paura,
mentre il buon re è temuto per amore.
Che criminale non dovrai scolpare
se la sua colpa egli in te stesso scopre?
Rinuncia, non foss’altro che per questo,
ché il re è lo specchio, è la scuola, è il libro
in cui il vassallo guarda, impara e legge.
“Vuoi essere una scuola di lussuria?
Impartirai lezioni di vergogna?
Sarai uno specchio in cui il peccato è ammesso
e tutelato contro il vituperio?
Il nome tuo largirà premi all’onta?
Così anteponi infamia a lunga lode,
e prostituisci il tuo buon nome stesso.

“In nome di chi t’ha dato il comando,
comandi il cuore al tuo desio ribelle.
Non tutelar l’infamia con la spada
che t’è prestata onde estirparne il seme.
Come obbedire al tuo regale officio
quando il peccato sozzo potrà dire
ch’è dal tuo esempio che a peccare ha appreso?

“Pensa che scena immonda mai sarebbe
vedere in altri il tuo misfatto. Spesso
la colpa umana tale a sé non pare;
il giudice, parziale, si nasconde
ciò per cui manda a morte suo fratello.
Oh, com’è avvolto nella propria infamia
chi dal delitto suo distoglie gli occhi!

“A te m’appello, a te, con mani alzate,
e non al desiderio in cui confidi.
Chiedo che la maestà esiliata torni,
e licenzi i pensieri adulatori;
egli imprigionerà la falsa brama,
e spazzerà la nebbia dai tuoi occhi:
visto il tuo stato, avrai pietà del mio”.

“Basta”, fa lui, “quest’acqua incontrollata
non fa che più gonfiarsi del ritardo.
Un lume muore, ma un gran fuoco resta,
e il vento più lo fa infuriar di rabbia;
il fiume, che tributo quotidiano
di dolce acqua al re salato paga,
gli accresce i flutti, non gli cambia il gusto”.
E lei: “Tu sei un mare, un re sovrano:
nera lussuria, onta, malgoverno,
si versan nel tuo immenso seno al fine
di insudiciar l’oceano del tuo sangue.
Se il bene in male qualche rivo muta,
tu, mare, sarai chiuso in una pozza,
e non la pozza sciolta dentro al mare.

“Gli schiavi saran re, tu re lo schiavo:
tu in basso, loro in alto; darai vita
a chi t’è tomba; tu per l’onta loro,
loro per il tuo orgoglio disprezzati;
che il piccolo non celi ciò ch’è grande:
il cedro non s’inchina innanzi a arbusti
che ignobili avvizziscono ai suoi piedi.

“Che i tuoi pensieri, servi del tuo rango…” –
“Basta”, fa lui, “non voglio più sentirti.
Cedi al mio amore, oppure sarà l’odio,
e non l’amore timido, a sforzarti.
Dopo di che ti metto dentro al letto
di una qualche canaglia di stalliere,
per accoppiarvi nel destino infame”.

Ciò detto mette il piede sulla torcia,
ché luce di lussuria è gran nemica,
e più tiranna è infamia quando, avvolta
dentro alla cieca notte, non è vista.
Balzato è il lupo sul belante agnello,
dal vello bianco soffocato il grido
nel dolce ovile delle labbra muore.

Ché coi notturni lini egli le chiude
dentro la bocca il gemito pietoso,
e si rinfresca il viso col più casto
pianto che mai dolore abbia versato.
Oh, che lussuria abbia a insozzar tal letto!
Lavar potesse il pianto quelle macchie,
ella dovrebbe piangere in eterno.
Ella ha perduto più che la sua vita,
e ciò che ha vinto egli ora perder vuole.
Lega forzata ad altra guerra sforza;
da breve gioia nasce lunga pena;
freddo disgusto segue a calda brama.
Predata è castità del suo tesoro,
ma il ladro ora è più povero di prima.

Saziati, il falco e il cane più non sanno
seguir la traccia né volar veloci,
ma intorpiditi mancano la preda
che per natura godono a ghermire.
Così è Tarquinio questa notte, sazio.
La digestione inacidisce il gusto,
che la vorace brama or gli divora.

Neanche il pensiero illimitato tanto
peccato riuscirebbe a immaginare!
Ebbra, la brama vomita il suo cibo
prima di contemplare il suo abbominio.
Mentre è nel suo rigoglio la lussuria
non v’è riprovazione che la freni,
finché, ronzino, non si sfianca sola.

Pallido e smunto allora, l’occhio greve,
ciglio aggrottato e passo senza forze,
il desiderio è un povero sconfitto,
e, mendicante in bancarotta, piange.
Forte la carne, brama sfida grazia,
ma quando essa declina il rivoltoso
implora remissione della colpa.

Così anche per il nobile Romano,
che tanto ardente, reo, l’atto ha voluto,
e si proclama ora da sè il verdetto
che lo svergogna per le età future.
È profanato il tempio dell’anima,
tra le macerie truppe di rimorsi
domandan come sta alla principessa.
Che dice che i suoi sudditi in rivolta
hanno abbattuto il muro consacrato,
e con colpa mortale han soggiogato
la sua immortalità, ond’ella è serva
di viva morte e di dolore eterno:
li aveva ella frenati, già sapendo,
ma la prescienza sua non li ha fermati.

Così pensando vaga nella notte,
vincitor vinto che vincendo ha perso,
recando l’inguaribile ferita,
la cicatrice che per sempre resta.
E in maggior pena lascia la sua spoglia:
col peso, lei, della di lui lussuria,
lui col fardello della propria colpa.

Lui scappa come un cane che ha rubato,
lei resta lì come un ansante agnello;
odia se stesso lui, per la sua colpa,
la propria carne lei con l’unghie strazia;
lui fugge e suda di timore vile,
lei resta e grida alla tremenda notte,
lui insulta l’aborrita gioia estinta,

e s’allontana, triste penitente,
lei resta lì, reietta e disperata,
lui freme che il mattino giunga presto,
lei prega di non più vedere il giorno:
“Ché il giorno svela i falli della notte”,
dice, “né mai ho esercitato gli occhi
a mascherar le offese con l’astuzia.

“Essi son certi che ogni altro occhio
potrà vedere ciò che vedon loro;
e dunque preferiscono la notte,
che la non vista colpa sia non detta.
Perché piangendo la disveleranno,
e come l’acquaforte sull’acciaio
m’incideranno l’onta sulle guance”.
Qui prende ad insultar riposo e sonno,
e agli occhi suoi cecità eterna ingiunge.
Si batte il petto risvegliando il cuore,
e gli ordina di uscire per trovarsi
cassa più pura dentro cui serrarsi.
Poi, folle di dolore, così accusa
l’oscura segretezza della notte:

“Oh infernale assassina della quiete,
tetro notaio che registri l’onta,
nera scena di crimini e tragedie,
balia d’obbrobrio, Caos che occulta il male!
Ruffiana cieca, porto dell’infamia,
grotta di morte, congiurata muta
che cospiri con stupro e tradimento!

“Oh notte di foschie e vapori odiosi,
giacché hai la colpa del mio fallo orrendo,
chiama le nebbie a soffocare l’alba
ed al corso del tempo muovi guerra:
o se permetti al sole di levarsi,
prima che torni a letto, il capo d’oro
circondagli di nubi avvelenate.

“Guasta di miasmi l’aria del mattino;
che fiato infetto ammorbi la suprema,
pura bellezza sua prima che stanco
giunga a toccar la vetta meridiana.
Che la sua luce affoghi nella densa
muffa dei tuoi vapori, onde tramonti
a mezzogiorno in un’eterna notte.

“Fosse Tarquinio notte, e non suo figlio,
l’argentea regina oltraggerebbe;
né più rilucerebbero le ancelle,
offese anch’esse, nel notturno seno.
La loro compagnia m’allevierebbe
la pena; così abbrevia il suo cammino
parlando coi compagni il pellegrino.
“Nessuno, invece, che con me arrossisca,
che con conserte braccia chini il capo,
mascheri il volto e la sua infamia occulti;
io sola ho da sedere sola e affranta,
d’argentee lacrime salando il suolo,
mischiando pianto a voce e pene a grida,
segni caduchi di dolore eterno.

“Notte, fornace d’ammorbato fumo,
fa che il curioso giorno ignori il volto
che sotto il vasto tuo mantello nero
giace, immodesto martire, infamato!
Serba il possesso dei tuoi cupi stati,
ch’ogni fallo compiuto nel tuo regno
resti sepolto dentro l’ombra tua.

“Non dir di me al giorno chiacchierone:
la luce leggerà sul volto mio
la storia della castità perduta,
del santo voto delle nozze infranto;
anche gli analfabeti, che non sanno
scoprire ciò ch’è scritto in dotti libri,
negli occhi miei vedranno il fallo infame.

“Dirà di me la balia alla sua bimba,
la impaurirà col nome di Tarquinio;
e al suo delitto unendo l’onta mia
s’adornerà il discorso l’oratore.
E nelle feste un giorno i menestrelli
canteranno di come me Tarquinio,
io Collatino un tempo abbia tradito.

“Che per amore del mio caro sposo
rimanga immacolato il mio buon nome.
Ché se qualcuno lo mettesse in dubbio,
altra radice allora marcirebbe,
e ingiustamente ne trarrebbe infamia
chi del contagio mio tanto è innocente
quanto fui pura io con Collatino.

“Oh disgrazia invisibile e non vista!
Oh inavvertita piaga, sfregio a stemma!
Collatino marchiato di vergogna,
Tarquinio che può legger la ferita
che in pace, non in guerra, egli gli ha inferto.
Oh quanti son colpiti da quest’onta,
che chi la infligge sa, non chi subisce!

“Se, Collatino, in me giace il tuo onore,
un forte assalto me l’ha tolto; perso
il miele sono un fuco, e saccheggiata
da un oltraggioso furto la mia estate
non ha più perfezione; dentro l’arnia
s’è introdotta una vespa, e tutto il miele
della tua casta ape s’è succhiata.

“Del tuo perduto onore è mia la colpa;
ma non è sul tuo onore che l’ho accolto?
Venuto a nome tuo, come cacciarlo?
Sarebbe stato indegno disdegnarlo.
E poi si lamentava che era stanco,
parlava di virtù: oh imprevisto male,
se tal demonio la virtù profana!

“Perché entra il verme nel bocciolo intatto,
o nel nido dei passeri il cuculo?
Perché avvelena pure fonti il rospo,
e follia alligna in un gentile seno,
e il re promulga leggi che poi infrange?
Nessuna perfezione è sì assoluta
che qualche impurità poi non la inquini.

“Il vecchio con tesori nei suoi scrigni
è tormentato dalla gotta e i crampi,
e a stento ha gli occhi per guardarsi l’oro;
ma, Tantalo insaziato, inutilmente
serra il raccolto dentro i suoi granai,
ché dal guadagno cava solo pena
di non poter curare i suoi tormenti.
“Così ha ricchezze quando non può usarle,
e le abbandona ai figli che, superbi,
ne fanno pronto abuso; troppo esausto
il padre e forti i figli per serbare
il maledetto-benedetto oro.
Amara è in bocca la dolcezza ambita,
e proprio quando la diciamo nostra.

“Primavera è compagna di tormente;
l’erbaccia cresce assieme al fiore raro;
dove l’uccello canta soffia il serpe;
divora il male i frutti di virtù.
Bene non c’è che dir possiamo nostro,
ché sopravviene l’occasione infausta,
e se non gli dà morte lo snatura.

“Oh tu, occasione, grande è la tua colpa!
Tu inviti il traditore al tradimento,
tu fai incontrare il lupo con l’agnello;
indichi l’ora a chi trama il delitto,
spregiando legge ed equità e ragione;
nella tua oscura cella sta il peccato,
pronto a ghermire l’anima che passa.

“Tu fai violare il voto alla vestale;
se castità si scioglie attizzi il fuoco;
tu fedeltà e virtù soffochi e ammazzi,
tu complice e ruffiana rinomata!
Tu estirpi lode e pianti maldicenza:
sei tu che stupri e che tradisci e rubi!
Tu miele in fiele, gioia in pena muti.

“Si svela infamia il tuo piacere occulto,
digiuno generale il tuo festino,
onta i tuoi titoli ampollosi,
amaro assenzio la tua dolce lingua;
violenta vanità presto svanita.
Vile occasione, essendo tu malvagia,
perché tanta è la turba che ti insegue?
“Quando, amica dell’umile che implora,
farai sì che l’istanza sia esaudita?
Quando farai cessare i lunghi affanni,
o l’anima in catene scioglierai?
Quand’è che curerai infermi e afflitti?
Ti implora il cieco, il povero, lo zoppo,
ma senza mai incontrare l’occasione.

“L’infermo muore ed il medico dorme;
l’orfano langue e l’oppressore è sazio;
piange la vedova e il giudice fa festa;
la cura fa baldoria e il morbo cresce.
Per atti di pietà non trovi il tempo;
l’ore tue odiose fan da ancelle a invidia,
delitto, ira, tradimento e stupro.

“Se virtù e vero cercano il tuo aiuto,
anche pagando incontran mille intoppi;
mentre il peccato tu lo aiuti gratis,
contenta di ascoltarlo ed esaudirlo.
Anche il mio Collatino, altrimenti,
sarebbe giunto qui assieme a Tarquinio;
sei stata tu che invece lo hai impedito.

“È tua la colpa di omicidi e furti,
di corruzione e falsi giuramenti,
di falsificazioni e tradimenti,
dell’abominazione dell’incesto.
Dalla creazione al giorno del giudizio
hai favorito sempre ogni peccato,
quelli passati e quelli da venire.

“Tempo deforme, socio d’atra notte,
d’orrenda angoscia svelto messaggero,
schiavo dell’onta che guasti gioventù,
guardia di pene, rozza del peccato,
trappola di virtù! Tu tutto nutri
e ammazzi: ascolta, tempo! Giacché reo
sei già della mia colpa, dammi morte.
“Perché occasione, serva tua, ha tradito
le ore che avevi dato al mio riposo,
perché mi hai cancellato la fortuna
e incatenato a sempiterne pene?
Il tempo ha da fermar l’odio nemico,
svelar gli errori che opinione crede,
non dissipar del talamo la dote.

“Sua gloria è conciliare i re avversari,
svelare il falso e far uscire il vero,
porre il sigillo sopra ciò ch’è antico,
destare il giorno e far la guardia a notte,
far torto a chi fa torto, onde si penta,
con le ore demolire i gran palazzi,
impolverarne l’oro delle torri;

“far sì che il verme roda i monumenti,
pascer l’oblio con cose decadute,
macchiare i libri antichi e il loro testo,
dall’ala ai vecchi corvi strappar penne,
seccare annose querce, nutrir gemme,
arrugginire il ribattuto acciaio,
far vorticar la ruota di fortuna;

“mostrare le nipoti alla vecchietta,
far uomo il bimbo e fare bimbo l’uomo,
scannar la tigre che scannando vive,
far docile il leone e l’unicorno,
beffar lo scaltro che se stesso inganna,
di messi rallegrare l’aratore,
con gocce d’acqua consumar macigni.

“Perché tu compi il male nel tuo viaggio,
se non puoi far ritorno e ripararlo?
Se andassi indietro un attimo in un’era
avresti mille amici, dando senno
a chi presta a cattivi debitori:
se tu arretrassi un’ora in questa notte,
e tempesta e naufragio preverrei!
“D’eternità servo perpetuo, poni
sventura sulla fuga di Tarquinio;
inventati inaudite bizzarrie,
che maledica la sua infame notte.
Terrorizzato veda ombre spettrali,
e il pensiero del male che ha compiuto
muti in demonio orrendo ogni cespuglio.

“Disturbagli il riposo con l’angoscia,
opprimilo di gemiti nel letto;
che incorra nei più atroci dei malanni,
ma non aver pietà dei suoi lamenti.
Sia lapidato da cuori di pietra,
donne gentili, persa gentilezza,
siano con lui feroci più che tigri.

“Che abbia il tempo di strapparsi i ricci,
di volger la sua furia su se stesso,
di disperare che lo aiuti il tempo,
di vivere da schiavo disprezzato,
di bramare il boccone del mendico,
di vedere l’accattone disdegnargli
i resti disdegnati del suo cibo;

“di scoprire nemici negli amici,
di venir sbeffeggiato dai dementi,
di constatare quanto è lento il tempo
nel tempo del dolore, e quanto svelto
è il tempo della gioia e di follia:
ed abbia tempo il suo delitto eterno
di piangere l’abuso del suo tempo.

“Tempo, maestro di malvagi e buoni,
chi istruisti al male insegnami a esecrare!
Davanti all’ombra sua impazzisca il ladro,
e cerchi ognora d’ammazzar se stesso:
che l’empia mano versi l’empio sangue,
perché chi mai sarebbe tanto vile
da far da boia a tanto vile schiavo?
“Tanto più vile è in lui, figlio di re,
la speme sua infamare d’atti turpi;
ché più potente è l’uomo e più potente
è ciò che gli procura onore od odio,
e la vergogna cresce assieme al rango.
Luna coperta brilla per l’assenza,
la stella può nascondersi, se vuole.

“Il corvo può infangarsi le ali nere,
e insudiciato volar via non visto;
se lo fa il cigno, bianco come neve,
sulle sue argentee piume il marchio resta.
Il servo è notte, il re giorno radioso;
nessuno nota il moscerino in volo,
ma l’aquila non c’è chi non la veda.

“Basta parole oziose, arbitri inetti,
serve di sciocchi, suoni senza frutto!
Restate nelle scuole, ove si insegna
a disputare a vuoto. Perorate
la causa del cliente tremebondo:
che cosa importa a me l’argomentare,
se al caso mio non giova alcuna legge?

“Invano impreco contro l’occasione,
Tarquinio, il tempo, l’infelice notte;
cavillo invano col mio disonore,
e invano spregio il mio accertato torto.
A nulla giova un fumo di parole;
c’è un unico rimedio che mi resta:
spargere il mio sangue insudiciato.

“Perché tremi al verdetto, mano mia?
Lavandomi quest’onta avrai onore:
ché vive in te l’onore mio se muoio,
ma dell’infamia mia vivi se vivo.
La tua padrona tu non l’hai difesa,
l’empio nemico suo non l’hai graffiato,
e dunque ammazza assieme a lei te stessa”.
Col che si leva dal suo letto sfatto,
cercando arnesi con cui darsi morte;
ma non essendo in un macello invano
cerca di che sgorgar la via al suo fiato,
che le si accalca tra le labbra e fugge,
come dall’Etna vola via il vapore,
o il fumo dal cannone che ha sparato.

“Invano”, dice, “vivo, e invano cerco
di porre fausta fine a infausta vita.
Temevo che Tarquinio m’uccidesse
con la sua spada, e cerco ora un pugnale;
sposa fedele ero quando temevo,
e ancor lo sono, – Oh, no, ché dell’insegna
di fedeltà Tarquinio m’ha spogliato.

“Svanito è ciò per cui vivevo, e dunque
non devo più temere di morire!
Lavando l’onta con la morte, almeno
do fama alla livrea della calunnia,
e a viva infamia una morente vita:
che magro aiuto è mai bruciar lo scrigno
innocente, se il tesoro è già rubato!

“Oh Collatino caro, mai saprai
che gusto sporco ha fedeltà violata;
non farò torto al tuo fedele affetto
adulandoti con un voto infranto.
Non crescerà questo bastardo innesto,
né vanterà chi t’ha insozzato il fusto
che sei lo sciocco padre del suo frutto.

“Non riderà di te segretamente,
non ti sbeffeggerà coi suoi compagni;
saprai che il bene tuo te l’han rubato,
e non comprato con meschino oro.
Signora del mio fato, la mia colpa
non mi perdonerò, finché la vita
non paghi a morte il mio forzato fallo.
“Non t’avvelenerò col mio contagio,
e non l’ammanterò di false scuse;
nessun colore sul peccato nero
l’abuso celerà di questa notte.
La lingua dirà tutto, l’occhio, chiusa
che d’acqua alpestre nutre la vallata,
depurerà il mio racconto impuro”.

Così chiude il suo canto melodioso
Filomela, piangendo il suo dolore,
mentre solenne scende nell’inferno
la notte; ed ecco già arrossisce l’alba
prestando luce all’occhio che la cerca;
Lucrezia si vergogna di vedersi
e ancor vorrebbe il chiostro della notte.

Ma il giorno va spiando da ogni crepa,
e sembra che l’additi ove singhiozza.
“Occhio degli occhi”, gli fa lei piangendo,
“perché mi osservi dietro la finestra?
Sfiori il tuo raggio l’occhio di chi dorme;
non mi marchiar la fronte con la luce,
con gli atti della notte tu non c’entri”.

Così con ciò che vede ella cavilla.
La vera pena è un bimbo capriccioso,
che se s’arrabbia, nulla gli va bene.
Calmo è il dolore antico, non il nuovo;
il tempo doma il primo, l’altro, folle,
non sa nuotare eppure vuol tuffarsi,
e così annega per il troppo affanno.

Immersa dentro il mare della pena,
con tutto ciò che vede va altercando
e paragona ogni dolore al suo,
che d’ogni cosa nuova forza trae:
sparita l’una già s’appressa un’altra.
A volte il suo dolore, muto, tace,
ed altre è come un pazzo e parla troppo.
I canti mattutini degli uccelli
le fanno raddoppiare i suoi lamenti:
la gioia, per la pena, è una ferita;
in gaia compagnia chi è triste muore,
l’angoscia trova amici nell’angoscia:
la sola cura del dolore vero
è nella simpatia d’altro dolore.

Naufragio sotto riva è doppia morte;
vedere il cibo affama l’affamato;
brucia la piaga nel veder la cura;
duole il dolore innanzi al suo sollievo;
la grande pena è come un lento fiume
che ostacolato inghiotte le sue sponde:
beffata, ignora il limite e la legge.

“Beffardi uccelli”, dice, “seppellite
i vostri canti nel piumoso petto,
e siate muti per l’orecchio mio;
l’inquieta mia discordia non vuol quiete.
Chi è triste non sopporta ospiti gai.
Suonate i vostri trilli a orecchi lieti;
l’angoscia, mentre piange, vuol lamenti.

“Tu che hai cantato stupro, Filomela,
ti siano triste bosco i miei capelli;
come la terra piange del tuo strazio,
così verserò lacrime a ogni nota
e t’accompagnerò coi miei singhiozzi;
io ti farò bordone con Tarquinio,
tu canterai svariando di Tereo.

“Mentre le spine manterranno sveglio
il tuo dolore, sventurata anch’io
per imitarti punterò un coltello
sul cuore, sì che l’occhio si spaventi,
e se si chiude l’occhio, il cuore muoia:
saranno questi oggetti gli strumenti
per intonare i nostri tristi suoni.
“E poiché tu non canti quando è giorno,
come se tu temessi d’esser vista,
troveremo un deserto cui sia ignoto
e vampa e gelo, e lì dispiegheremo
melodie meste che ammansiscan fiere:
se l’uomo è più crudele delle bestie,
abbian le bestie un animo gentile”.

Come il povero cervo spaventato,
che guarda attorno per che via fuggire,
o chi s’è perso dentro un labirinto
e non sa ritrovar la via d’uscita;
così va dibattendo tra se stessa
cosa sia meglio, vivere o morire,
se vita è onta e biasimo la morte:

“Uccidermi cos’altro mai sarebbe,
se non macchiarmi l’anima oltre il corpo?
Chi perde la metà meglio sopporta
di chi tutto ha perduto nell’affanno.
Spietata è quella madre di due figli
che se la morte gliene prende uno
ammazza l’altro e non ne nutre alcuno.

“M’era più cara l’anima od il corpo,
quand’esso puro e l’altra era divina?
Quale più amare quando l’uno e l’altra
serbavo per il cielo e Collatino?
Ahimè, se il grande pino è scortecciato
si seccano le foglie e la sua linfa;
così l’anima mia, persa la scorza.

“La sua quieta dimora è saccheggiata,
la casa sua abbattuta dal nemico,
il tempio profanato e devastato
dal rude assedio dell’audace infamia.
Empietà dunque chi potrà mai dire
se apro una breccia nel mio forte guasto,
ché l’anima turbata possa uscirne?
“Ma prima Collatino deve udire
la causa della mia precoce morte,
che a chi m’ha spinto a spegnermi il respiro
egli possa giurar la sua vendetta.
Lascio a Tarquinio questo sangue infetto,
che avendolo insozzato poi lo spenda:
così sta scritto nel mio testamento.

“L’onore mio lo lascio a quel coltello
che l’infamato corpo mi ferisca.
È onore spegner vita senza onore;
ché questo vive quando quella muore.
Nutran la fama mia ceneri d’onta,
ché col morire ammazzo la vergogna,
e morta lei, l’onore mio rinasce.

“Signore della gemma ch’ho perduto,
cosa lasciarti in questo testamento?
Vanto ti sia l’amore mio e il coraggio,
ti sian d’esempio per la tua vendetta.
Leggilo in me, come trattar Tarquinio:
amica tua, la tua nemica uccido,
tu a lui, per amor mio, fagli altrettanto.

“Sia questo il sunto del mio testamento:
anima e corpo ai cieli ed alla terra;
prendilo tu, marito, il mio coraggio;
l’onore a quel coltello che mi uccida;
l’onta la lascio a chi m’ha tolto fama;
e la mia viva fama lascio tutta
a chi dei vivi non mi accusi d’onta.

“Sii tu l’esecutore, Collatino;
vedrai tu stesso come fui tradita.
Ogni calunnia lavi il sangue mio,
da bella fine sia pulito il torto.
Di’ forte “Così sia’’, debole cuore,
cedi alla mano ch’ora ti conquista,
ché morti entrambi, entrambi avrete vinto”.
Decisa ormai la sua triste congiura,
asciuga all’occhio le salate perle.
Con voce rotta chiama poi l’ancella,
che subito obbedisce; vola svelto
il dovere sopra le ali del pensiero.
Campi innevati che si van sgelando
le sembrano le gote di Lucrezia.

L’ancella dà il buongiorno alla signora,
con voce dolce, segno di modestia;
ne osserva triste il volto addolorato,
ché di dolore il volto suo è vestito;
ma chiedere non osa quale eclissi
abbia oscurato tanto i suoi due soli,
né quale pena inondi le sue gote.

Piange la terra quando cala il sole,
e i fiori sembran occhi lacrimanti.
Così si gonfian gli occhi ora all’ancella,
per simpatia coi soli che nel cielo
della signora sua van tramontando
in un salato mare che li spegne;
rugiada piange allora anche l’ancella.

Le due creature sembrano due fonti
d’avorio in una vasca di corallo.
Piange una giustamente, l’altra versa
le stille sue per pura compagnia;
il gentil sesso è spesso incline al pianto,
prova dolore del dolore altrui,
così s’inonda gli occhi e spezza il cuore.

L’uomo è di marmo, la donna è di cera,
e prende forma come il marmo vuole;
debole e oppressa in lei l’altro s’imprime
con forza, o con la frode, o con perizia.
Del male suo non ditela l’autrice,
perché non è malvagia quella cera
che reca inciso il volto di un demonio.

La donna è liscia come una pianura,
mostra ogni verme che le striscia sopra:
ma l’uomo è una boscaglia nei cui antri
dormono nascosti mille mali;
non cela nulla un muro di cristallo;
copre le colpe sue con duri sguardi
l’uomo; la donna ce le ha scritte in viso.

Non incolpate il fiore che è appassito,
ma l’aspro inverno che quel fiore ha ucciso;
sia biasimato quello che divora,
non ciò ch’è divorato; non s’imputi
a colpa della donna i mille abusi
che le fa l’uomo! La vergogna è sua,
non della donna cui la dà in affitto.

Prova ne sia Lucrezia, nottetempo
costretta con la forza e con minacce
di morte e di vergogna dopo morta,
ad arrecare offesa a suo marito;
tanto pericoloso era l’opporsi
che un terrore mortale la pervase;
e chi non può violare un corpo morto?

Infine così parla dolcemente
al quadro che dipinge la sua pena:
“Ragazza mia, perché sulle tue guance
stanno piovendo lacrime? Se piangi
per il dolore di cui soffro io,
poco mi giova, ancella: se giovasse
il pianto, basterebbe quello mio.

“Ma dimmi, cara”, e qui fa pausa e geme,
“quand’è che è andato via di qui Tarquinio?”
“Quando dormivo ancora”, fa l’ancella,
“ed ho vergogna della mia pigrizia.
La sola scusa che io possa addurre
è che mi son svegliata proprio all’alba,
mi sono alzata ed era già partito.
“Ma se non è impudenza in un’ancella,
cos’è, signora, che vi opprime tanto?”
“Oh, lascia”, fa Lucrezia, “il raccontarlo
non mi sarebbe certo di sollievo;
è più di quanto possa dir la lingua,
ed è tortura degna dell’inferno
quand’essa non sia pari alla sua pena.

“Va’ a prendermi l’inchiostro, e carta e penna;
no, non occorre, c’è già tutto qua.
– Cos’altro? – di’ a un uomo del mio sposo
di prepararsi subito a portare
una lettera all’amato mio signore:
che faccia presto; è urgente, e in pochi istanti
la lettera sarà già stata scritta”.

Parte l’ancella, e a scrivere s’appresta.
Dapprima indugia con la penna in aria;
pena e pensiero lottano tra loro,
l’una cancella ciò che l’altro scrive:
troppo elegante questo, rude quello.
S’accalcano alla porta le invenzioni,
e fanno ressa per entrar per prime.

Infine inizia: “Nobile signore
dell’ignobile sposa che ti scrive,
salute! Inoltre – se la tua Lucrezia
mai riveder vorrai – concedi questo:
accorri presto qui. Mi raccomando,
da casa nostra immersa nel dolore.
Molte le pene, poche le parole”.

Col che piega la copia del suo male,
incerto scritto d’assai certa pena.
Dal sunto Collatino può sapere
del suo dolore, ma non quale sia;
non osa rivelarlo ella, temendo
ch’egli le dia l’infame colpa, prima
che il sangue macchi la macchiata scusa.
E intanto ammucchia la sua viva pena
per spenderla quand’egli le sia accanto,
e pianto e gemiti dian bella forma
alla disgrazia sua, da sé fugando
ogni sospetto possa avere il mondo:
la lettera non macchia di parole,
ché la sua macchia meglio l’atto lavi.

Commuove più la vista che il racconto,
ché allora l’occhio interpreta all’orecchio
la triste azione ch’esso vede in atto,
quando ogni parte ha parte del dolore.
Solo una parte è quella che ascoltiamo:
l’abisso suona meno della secca,
la pena cala, al vento di parole.

Sigilla ora la lettera e ci scrive
“Al mio signore, Ardea, massima urgenza”.
Arriva il messo, e lei gliela consegna,
dicendo a lui, accigliato, di affrettarsi
come se soffia Borea fa l’uccello;
ma lenta sembra a lei qualsiasi fretta,
l’eccesso esige un altrettale eccesso.

Il servo fa umilmente riverenza,
la guarda, arrossisce, ne riceve
il plico senza ch’ella apra la bocca,
e parte, intimidito ed innocente.
Chi l’onta ha in seno pensa che ogni occhio
la veda; così pensa ora Lucrezia
che il servo sia arrossito nel vederla.

Povero servo! Invece era difetto
di spirito, di vita e pronta audacia;
questi innocenti sanno solamente
parlar coi fatti, mentre gli sfacciati
promettono di più, ma fanno meno.
Questo modello di un’età scomparsa
per pegno d’onestà non ha che il volto.
Lo zelo suo ha acceso in lei il sospetto,
donde i due fuochi sopra i volti loro.
Lei pensa che lui sappia e ne arrossisca,
così lo scruta ed arrossisce anch’essa.
Egli, scrutato, ancor di più si turba;
e lei, più vede lui farsi di fiamma,
più pensa abbia scoperto in lei l’infamia.

Il servo se n’è a mala pena andato,
e già a lei pare che non torni mai;
non sa come occupare il tempo ozioso,
ché troppo ormai ha pianto e sospirato:
tanto il dolore suo sfianca se stesso
che per potersi addolorar di nuovo
concede un po’ di pausa ai suoi lamenti.

Poi si ricorda che c’è in casa un quadro,
che al tempo di re Priamo mostra Troia,
e innanzi ad essa i Greci in armi, pronti
a vendicare d’Elena lo stupro
bruciando Ilio, alta come nubi;
tanto il pittore l’ha dipinta altera
che il cielo par baciare le sue torri.

Quasi natura, l’arte immota vita
ha dato a mille oggetti dolorosi:
gocce secche sembrano vero pianto
di donna sul marito massacrato;
l’artista fa fumare il sangue rosso,
mostra la luce spegnersi negli occhi
come brace morente nella notte.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...