Il colonialismo italiano in Libia: razzismo, deportazioni, violenze e… Omar al-Mukhtàr

Le colonialisme italien en Libye : racisme, déportations, violence et… Omar al-Mukhtar

di Gabriele Scarparo

«Non è a credere che Omar al-Mukhtàr fosse un uomo d’intelligenza superiore o dotato di virtù eccezionali, come spesso si sentiva dire, sol perché con la sua astuzia era riuscito a sfuggire per tanto tempo alla nostra sanzione. Egli era un beduino come gli altri, senza nessuna coltura e nessuna idea del vivere civile. Fanatico quanto mai. Ed ignorante: sapeva appena vergare la sua firma». (Rodolfo Graziani; Pace romana in Libia)

La storia coloniale dell’Italia in Libia si è sviluppata per più di tre decenni: a partire dall’ottobre 1911, quando sotto Giolitti sbarcarono le prime truppe in Tripolitania e Cirenaica, fino al maggio del 1943, quando La guerra nel deserto tra le truppe alleate e quelle italo-tedesche terminò con il ritiro di quest’ultime. Nel mezzo più di 30 anni di dominazione (tra alti e bassi), di razzismo e di violenze ad opera dell’Italia liberale prima e di quella fascista poi.

In realtà, il pieno controllo del paese, a causa della fiera resistenza delle popolazioni locali, non fu raggiunto che tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta quando Mussolini inviò in Libia Pietro Badoglio, nel ruolo di governatore, e Rodolfo Graziani, come vicegovernatore e in seguito governatore. Il proclama di presentazione di Badoglio ai libici recitava così:

«Voi tutti, o abitanti della Tripolitania e della Cirenaica, conoscete da anni il Governo italiano, e sapete che esso è giusto e benevolo verso quelli che si sottomettono con cuor puro alle leggi e agli ordini; inflessibile, invece, e senza pietà, per i pochi malintenzionati che, nella loro follia, credono di potersi opporre all’invincibile forza dell’Italia». (Pietro Badoglio, 24 gennaio 1929)

Cominciò in quel momento una stagione di terrore su larga scala fatta di rappresaglie sui civili, esecuzioni sommarie e deportazioni. Nei numerosi campi di concentramento italiani in Libia, come quelli di Marsa Brega o di Soluch, e nelle marce forzate verso la prigionia trovarono la morte decine di migliaia di “malintenzionati“.

Tra questi ci fu anche Omar al-Mukhtàr, il carismatico leader della confraternita religiosa dei Senussi e stoico guerrigliero anticoloniale. Fu proprio il Leone del deserto (asad al-ṣaḥrāʾ), così veniva chiamato dai suoi seguaci, a frustare i progetti di conquista italiani durante tutti gli anni Venti. Malgrado l’età avanzata (era nato nel 1858) e nonostante non operò mai con più di 1500 uomini, le sue tattiche di guerriglia misero in scacco l’esercito italiano per lungo tempo.

Omar al-Mukhtàr, il Leone del deserto

Con l’arrivo in Libia di Badoglio e Graziani, e l’inizio delle deportazioni di massa accompagnate dagli internamenti nei campi di concentramento, la situazione però cambiò radicalmente. Venne infatti a mancare il sostegno di cui Omar al-Mukhtàr aveva sempre goduto. Senza gli uomini per rimpinguare le sue fila e senza i viveri per sostentarle, ben presto l’anziano leader si ritrovò accerchiato.

L’11 settembre 1931 fu avvistato, ferito e catturato mentre tentava di fuggire a cavallo. Il giorno successivo era già nelle carceri di Bengasi. A più di settant’anni si ritrovò infine di fronte al suo destino. Prima di un processo sommario, in cui la sentenza era già scritta, fu interrogato da Graziani:

Da una parte del tavolo c’è un generale giovane, superbo, arrogante. Dall’altra, un vecchio di 73 anni, in catene, avvolto in un barracano bianco, i piedi gottosi, la voce fioca, quasi afono. A un dato momento dell’interrogatorio, Omar si sente mancare (non si dimentichi che è ferito al braccio. Allora dice al suo inquisitore: «Io sono vecchio, fammi sedere». Soltanto allora il generale gli indica una sedia. […] «Cerca di stendermi la mano, ferrata» ricorda Graziani, «ma non lo può, perché non arriva. Del resto non l’avrei toccata. Se ne va, strascicante, come era entrato. Il dramma pirenaico è finito». (Angelo Del Boca; Italiani, brava gente?)

Il 16 settembre 1931 Omar al-Mukhtàr fu trasportato nel campo di concentramento di Soluch. Qui alle nove del mattino di fronte a 20.000 libici, fatti affluire dai lager vicini, venne infine impiccato. Pochi mesi dopo la sua morte, il maresciallo Badoglio, dichiarò orgogliosamente stroncata la ribellione in Libia.

Raggiunta l’indipendenza nel 1951, la Libia di re Idris e poi quella di Mu’ammar al Gheddafi riconobbero il ruolo di primissimo piano di Omar al-Mukhtār, tanto da assurgerlo ad eroe nazionale. Nel 1981 venne anche realizzato un film in suo onore dal titolo Il Leone del deserto, con Anthony Quinn nel ruolo di protagonista. Il lungometraggio fu proiettato in diverse parti del mondo ma non in Italia dove l’allora governo Andreotti vi pose un veto perché «lesivo dell’onore dell’Esercito italiano». Nella pellicola vengono infatti mostrate le nefandezze dell’esercito “pacificatore”: dal filo spinato dei campi di concentramento, all’uso dei gas tossici contro i ribelli, agli stupri dei soldati nei villaggi. Insomma qualcosa di incompatibile con il perdurante mito degli “italiani brava gente”.

Il lungo e incredibile ostracismo contro il film del regista Mustafa Akkad va inserito nella vasta e subdola campagna di mistificazione e di disinformazione, tendente a conservare una visione romantica e allo stesso tempo falsa dell’esperienza coloniale italiana. In occasione di una visita ufficiale in Italia, il 10 giugno 2009, Mu’ammar al Gheddafi si presentò all’aeroporto di Ciampino accompagnato dall’anziano figlio di al-Mukhtār e con appuntata al petto una fotografia che ritraeva l’arresto dell’anziano leader senussita. Il fatto suscitò tanto clamore, stupore e curiosità nell’opinione pubblica italiana, che il giorno successivo la piattaforma televisiva Sky mandò in onda il contestato film. Per molti italiani fu il momento di dimenticare le rimozioni del passato e di cominciare a ricordare.

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Le colonialisme italien en Libye : racisme, déportations, violence et… Omar al-Mukhtar

« Il ne faut pas croire qu’Omar al-Moukhtar était un homme d’une intelligence supérieure ou doté de vertus exceptionnelles, comme on le disait souvent, simplement parce que par sa ruse, il avait réussi à échapper à notre sanction pendant si longtemps. C’était un bédouin comme tous les autres, sans aucune culture et sans aucune idée de la vie civile. Toujours aussi fanatique. Et ignorant : il pouvait à peine écrire sa signature ». (Rodolfo Graziani ; Pace romana in Libia)

L’histoire coloniale de l’Italie en Libye s’étend sur plus de trois décennies : d’octobre 1911, lorsque les premières troupes débarquèrent en Tripolitaine et en Cyrénaïque aux temps du gouvernement de Giolitti, à mai 1943, lorsque la guerre dans le désert entre les Alliés et les troupes italo-allemandes se termina par le retrait de ces dernières. Au milieu plus de 30 ans de domination (avec des hauts et des bas), de racisme et de violence de l’Italie libérale d’abord, puis de l’Italie fasciste.

En réalité, le contrôle total du pays, dû à la fière résistance des populations locales, ne fut pas atteint que entre la fin des années 20 et le début des années 30, lorsque Mussolini envoya Pietro Badoglio en Libye comme gouverneur et Rodolfo Graziani comme vice-gouverneur et puis gouverneur. La proclamation de présentation de Badoglio aux Libyens fut celle-là :

« Vous tous, ô habitants de la Tripolitaine et de la Cyrénaïque, vous connaissez le gouvernement italien depuis des années, et vous savez qu’il est juste et bienveillant envers ceux qui se soumettent avec un coeur pur à ses lois et à ses ordres ; inflexible, par contre, et sans pitié, pour les quelques malveillants qui, dans leur folie, croient pouvoir s’opposer à la force invincible de l’Italie ». (Pietro Badoglio, 24 janvier 1929)

À ce moment commença une saison de terreur à grande échelle consistant en des représailles contre les civils, des exécutions sommaires et des déportations. Dans les nombreux camps de concentration italiens en Libye, comme ceux de Marsa Brega ou de Soluch, et dans les marches forcées vers l’emprisonnement, des dizaines de milliers de “malveillants” trouvèrent la mort.

Parmi eux Omar al-Mukhtàr, le leader charismatique de la confrérie religieuse Senussi et guérillero anticolonial stoïque. C’est précisément le Lion du désert (asad al-ṣaḥrāʾ), comme l’appelaient ses disciples, qui fit échouer les plans de conquête italiens tout au long des années 1920. Malgré son âge avancé (il naquit en 1858) et bien qu’il n’avait jamais opéré avec plus de 1 500 hommes, ses tactiques de guérilla mirent longtemps l’armée italienne en échec.

Omar al-Mukhtàr, le Lion du désert

Avec l’arrivée en Libye de Badoglio et de Graziani, et le début des déportations massives accompagnées d’internements dans les camps de concentration, la situation changea radicalement. En fait, le soutien dont Omar al-Mukhtàr avait toujours bénéficié s’affaiblit. Sans les hommes pour reconstituer ses rangs et sans les provisions pour les soutenir, le vieux chef se retrouva très vite encerclé.

Le 11 septembre 1931, il fut repéré, blessé et capturé alors qu’il tentait de s’échapper à cheval. Le lendemain, il était déjà dans les prisons de Benghazi. A plus de soixante-dix ans, il se retrouva enfin face à son destin. Avant un procès sommaire, dans lequel la sentence était déjà écrite, il fut interrogé par Graziani :

D’un côté de la table se trouve un jeune général, hautain et arrogant. De l’autre, un vieil homme de 73 ans, enchaîné, enveloppé dans une barracane blanche, les pieds noueux, la voix faible, presque aphonique. A un certain moment de l’interrogatoire, Omar s’est senti faible (n’oubliez pas qu’il avait été blessé au bras). Il a donc dit à son interrogateur : « Je suis vieux, laissez-moi m’asseoir ». Ce n’est qu’alors que le général lui indique une chaise. […] « Il essaie d’étendre sa main, qui est repassée », se souvient Graziani, « mais il ne peut pas, parce qu’elle n’atteint pas. D’ailleurs, je ne l’aurais pas touchée. Il part, en traînant, comme il était entré. Le drame pyrénéen est terminé ». (Angelo Del Boca ; Italiani, brava gente?)

Le 16 septembre 1931, Omar al-Mukhtàr fut transporté au camp de concentration de Soluch. C’est là, à neuf heures du matin, devant 20 000 Libyens, amenés de lagers des environs, qu’il fut finalement pendu. Quelques mois après sa mort, le maréchal Badoglio déclara a fièrement que la rébellion en Libye était écrasée.

Une fois l’indépendance obtenue en 1951, la Libye du roi Idris puis celle de Mouammar Kadhafi ont reconnu le rôle prépondérant d’Omar al-Mukhtār, à tel point qu’il est devenu un héros national. En 1981, un film fut réalisé en son honneur, intitulé Le Lion du désert, avec Anthony Quinn dans le rôle principal. Le long métrage fut diffusé dans différentes parties du monde mais pas en Italie, où le gouvernement Andreotti opposa son veto parce qu’il était « préjudiciable à l’honneur de l’armée italienne ». Dans le film sont en effet montrées les iniquités de l’armée “pacificatrice” : les barbelés des camps de concentration, l’utilisation de gaz toxiques contre les rebelles, le viol des soldats dans les villages. Bref, quelque chose d’incompatible avec le mythe persistant des “Italiani brava gente”.

Le long et incroyable ostracisme contre le film du réalisateur Mustafa Akkad doit être inclus dans la vaste et sournoise campagne de mystification et de désinformation, tendant à préserver une vision romantique et en même temps fausse de l’expérience coloniale italienne. À l’occasion d’une visite officielle en Italie, le 10 juin 2009, Mouammar Kadhafi se présenta à l’aéroport de Ciampino accompagné du fils aîné de Mukhtār et avec une photographie épinglée sur la poitrine montrant l’arrestation de l’ancien leader sénusite. L’événement suscita tant de clameur, d’étonnement et de curiosité dans l’opinion publique italienne, que le lendemain, la plateforme de télévision Sky diffusa le film. Pour beaucoup d’Italiens, c’était le moment d’oublier les suppressions du passé et de commencer à se souvenir.

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