16 febbraio 1943: la strage di Domenikon. La rimozione dei crimini italiani

16 février 1943 : le massacre de Domenikon. La suppression des crimes italiens

di Gabriele Scarparo

«Affermai cinque anni fa: spezzeremo le reni al Negus. Ora, con la stessa certezza assoluta, ripeto assoluta, vi dico che spezzeremo le reni alla Grecia in due o dodici mesi poco importa, la guerra è appena cominciata!» (Benito Mussolini, 19 novembre 1940)

Con queste celebri parole Mussolini tentò di dare un decisivo impulso alla Campagna Italiana di Grecia, iniziata dal Duce nell’ottobre del 1940 con l’intento di controbilanciare i perentori successi dell’alleato tedesco. Le prime settimane di guerra avevano però già mostrato le enormi lacune dell’apparato bellico italiano: Il Regio Esercito fu infatti respinto quasi immediatamente dai greci e si registrò una fase di stallo che durò fino alla primavera seguente.

Solo il decisivo intervento della Germania riuscì a porre rimedio alla situazione. A fine aprile, infatti, l’esercito greco capitolò di fronte alla superiorità bellica dell’invasore. La penisola ellenica fu suddivisa in zone di occupazione tra le forze tedesche, bulgare e italiane: quest’ultime ottennero il quasi totale controllo della Grecia continentale oltre alle Isole Ionie, le Sporadi Meridionali e una parte di Creta.

Mussolini celebrò la conquista della Grecia con tono trionfalistico ma la realtà dei fatti fu ben diversa: l’apparato bellico italiano si dimostrò fin da quell’occasione assolutamente inferiore rispetto a quello tedesco. La “guerra parallela” che dominava i pensieri del dittatore italiano divenne quasi immediatamente una “guerra subordinata” all’alleato nazista. Durante l’offensiva invernale i greci poterono comunque sperimentare sulla propria pelle la violenta condotta di guerra dell’apparato fascista. L’aviazione italiana colpì incessantemente le città greche più popolose con l’intento di seminare panico e morte tra la popolazione civile.

Con la resa dell’esercito greco le violenze però non si arrestarono e gli italiani, ugualmente ai tedeschi e ai bulgari, repressero duramente ogni dimostrazione partigiana contro di essi. E pensare che la propaganda inglese chiamò ironicamente le truppe italiane con il nome di Armata S’agapò, un termine che in greco significa ti amo. L’armata dell’amore fu descritta come molto più interessata alle donne che a combattere con valore. 

L’aspetto predominante dell’occupazione italiana in Grecia come in Jugoslavia o in Africa fu però molto distante da quell’immagine e così anche dalla storia del “bravo soldato italiano” che spesso, fraudolentemente, viene ancora raccontata. La falsa identità costruita intorno ai militari italiani servì proprio a celare alcuni efferati crimini da loro commessi, come in un piccolo villaggio della Tessaglia. 

A Domenikon, il 16 febbraio del 1943, la popolazione maschile del paese greco fu annientata in un orribile massacro, che poco si discosta per le modalità di esecuzione da quelli perpetrati dai nazisti in Italia. Quella mattina d’inverno, un gruppo di partigiani greci fece fuoco contro un convoglio di soldati, provocando la morte di 9 italiani e il ferimento di altri 26. Il generale Cesare Benelli ordinò l’immediata ritorsione: a pagare non sarebbero stati i “ribelli” ma, come nelle stragi tedesche, la violenza si sarebbe riversata sui civili.

Nel primo pomeriggio Domenikon fu bombardata e data alle fiamme. La popolazione fu rastrellata e condotta sul luogo dell’agguato partigiano. Dopo esser stati separati dalle donne e dai membri più anziani della comunità, tutti gli uomini sopra i 14 anni furono raggruppati e detto loro che sarebbero stati condotti a Larissa per gli interrogatori.

Furono invece tenuti in ostaggio per ore e infine, nel pieno della notte, uccisi a colpi di fucile. Nelle fosse comuni furono seppelliti 150 cadaveri. Fu il più grande eccidio di civili compiuto dagli italiani in territorio greco.

Al termine della guerra, su Domenikon, che qualcuno definisce la “Marzabotto di Grecia”, e sulle violente azioni del Regio Esercito nella penisola ellenica caddero silenzio e rimozione. In nome della realpolitik anche in questo caso si preferì insabbiare ogni cosa: se Roma aveva rinunciato a processare i criminali tedeschi colpevoli di stragi nel proprio paese, per non vedere accesi i riflettori sui propri crimini, Atene, che nel 1952 avrebbe aderito al Patto Atlantico, preferì tenere un atteggiamento moderato e accondiscendente per non compromettere i rapporti politici ed economici con un paese del blocco occidentale. 

Solamente nel 2008, dopo la messa in onda di un documentario intitolato La guerra sporca di Mussolini, si riaccese un po’ di attenzione mediatica su quei fatti. Venne pure avviato un procedimento penale che avrebbe dovuto individuare i responsabili della strage. I colpevoli, che appartenevano alla Divisione Pinerolo, non furono però mai condannati. Le indagini infatti si arenarono più volte fino a giungere alla definitiva archiviazione, avvenuta all’inizio del 2019.

Una prima presa di coscienza da parte delle istituzioni italiane riguardo le responsabilità dell’Italia e del proprio esercito nel conflitto in Grecia avvenne nel 2009. Quell’anno, in occasione della commemorazione dell’eccidio, per la prima volta l’Italia fece mea culpa attraverso la figura del suo ambasciatore ad Atene Gianpaolo Scarante: «Sono venuto con dolore e commozione per esprimere il mio profondo cordoglio a tutte le vittime di Domenikon».

«La presenza dell’ambasciatore è un fatto importante» disse in quell’occasione il sindaco di Domenikon, Athanassios Missios «E’ importante perché è stata un’occasione per l’Italia di chiedere scusa per un fatto terribile. Ma è al tempo stesso anche un’opportunità per vedere come gli italiani di oggi non siano come i fascisti di ieri».

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16 février 1943 : le massacre de Domenikon. La suppression des crimes italiens

« J’ai affirmé il y a cinq ans : nous allons casser les reins du Négus. Maintenant, avec la même certitude absolue, je répète absolue, je vous dis que nous allons briser les reins de la Grèce dans deux ou douze mois : peu importe, la guerre vient de commencer ! » (Benito Mussolini, 19 novembre 1940)

Par ces mots célèbres, Mussolini tenta de donner une impulsion décisive à la Campagne italienne de Grèce, lancée par le Duce en octobre 1940 dans le but de contrebalancer les succès péremptoires de l’allié allemand. Mais les premières semaines de guerre avaient déjà montré les énormes lacunes de l’appareil de guerre italien : la Regio Esercito fut en effet presque immédiatement repoussée par les Grecs et l’impasse dura jusqu’au printemps suivant.

Seule l’intervention décisive de l’Allemagne permit de remédier à la situation. Fin avril, en effet, l’armée grecque capitula face à la supériorité guerrière de l’envahisseur. La péninsule hellénique fut subdivisée en zones d’occupation par les forces allemandes, bulgares et italiennes : ces dernières obtinrent le contrôle presque total de la Grèce continentale, outre les îles Ioniennes, les Sporades du Sud et une partie de la Crète.

Mussolini célébra la conquête de la Grèce sur un ton triomphaliste, mais la réalité des faits était tout autre : l’appareil de guerre italien se révéla depuis lors absolument inférieur à celui de l’Allemagne. La “guerre parallèle” qui dominait les pensées du dictateur italien devint presque immédiatement une “guerre subordonnée” à l’allié nazi. Pendant l’offensive d’hiver, cependant, les Grecs purent faire l’expérience directe de la guerre violente de l’appareil fasciste. L’aviation italienne frappa sans relâche les villes grecques les plus peuplées avec l’intention de semer la panique et la mort parmi la population civile.

Mais avec la reddition de l’armée grecque, les violences ne cessèrent pas et les Italiens, comme les Allemands et les Bulgares, réprimèrent durement toute manifestation partisane contre eux. Et dire que la propagande anglaise appela ironiquement les troupes italiennes par le nom d’Armée S’agapò, un terme qui en grec signifie “je t’aime”. L’Armée de l’Amour fut décrite comme étant beaucoup plus intéressée par les femmes que par la lutte.

L’aspect prédominant de l’occupation italienne en Grèce comme en Yougoslavie ou en Afrique fut cependant très éloigné de cette image et donc aussi de l’histoire du “bon soldat italien” qui est souvent, frauduleusement, encore racontée. La fausse identité construite autour des soldats italiens servit précisément à dissimuler certains des crimes odieux qu’ils commirent, comme dans un petit village de Thessalie.

A Domenikon, le 16 février 1943, la population masculine du village grec fut anéantie dans un horrible massacre, qui ne différait guère, dans le mode d’exécution, de ceux perpétrés par les nazis en Italie. Ce matin d’hiver, un groupe de partisans grecs tira sur un convoi de soldats, causant la mort de 9 Italiens et en blessant 26 autres. Le général Cesare Benelli ordonna des représailles immédiates : ce ne furent pas les “rebelles” qui payèrent mais, comme dans les massacres allemands, la violence se déversa sur les civils.

En début d’après-midi, Domenikon fut bombardée et incendiée. La population fut raflée et emmenée sur le site de l’embuscade des partisans. Après avoir été séparés des femmes et des membres plus âgés de la communauté, tous les hommes de plus de 14 ans furent rassemblés et on leur dit qu’ils seraient emmenés à Larissa pour être interrogés.

Au lieu de cela, ils furent retenus en otage pendant des heures et finalement, au milieu de la nuit, abattus. 150 corps furent enterrés dans des fosses communes. Ce fut le plus grand massacre de civils perpétré par les Italiens sur le territoire grec.

À la fin de la guerre, Domenikon, que certains appellent le “Marzabotto de la Grèce”, et les actions violentes de l’armée royale dans la péninsule hellénique furent couvertes de silence et réprimées. Au nom de la realpolitik, on préféra tout couvrir : si Rome avait renoncé à juger les criminels allemands coupables de massacres dans leur propre pays, pour ne pas voir les projecteurs braqués sur leurs crimes, Athènes, qui devait adhérer en 1952 au Pacte atlantique, préféra garder une attitude modérée et conciliante pour ne pas compromettre les relations politiques et économiques avec un pays du bloc occidental.

Ce n’est qu’en 2008, après la diffusion d’un documentaire intitulé La sale guerre de Mussolini, que l’attention sur ces événements fut ravivée. Des poursuites pénales furent également engagées pour identifier les responsables du massacre. Les coupables, qui appartenaient à la Divisione Pinerolo, ne furent jamais condamnés. En fait, les enquêtes s’arrêtèrent à plusieurs reprises jusqu’à l’archivage final, qui a eu lieu au début de 2019.

La première prise de conscience des institutions italiennes concernant les responsabilités de l’Italie et de son armée dans le conflit en Grèce a eu lieu en 2009. Cette année-là, à l’occasion de la commémoration du massacre, pour la première fois l’Italie fit mea culpa à travers la figure de son ambassadeur à Athènes Gianpaolo Scarante : « Je suis venu avec tristesse et émotion pour exprimer mes plus sincères condoléances à toutes les victimes de Domenikon ».

« La présence de l’ambassadeur est un fait important », déclara a cette occasion le maire de Domenikon, Athanassios Missios « C‘est important parce que c’était l’occasion pour l’Italie de présenter ses excuses pour un fait terrible. Mais en même temps, c’est aussi une occasion de voir comment les Italiens d’aujourd’hui ne sont pas comme les fascistes d’hier ».

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