Mégas Aléxandros – I – La Macedonia prima di Alessandro

di Gabriele Scarparo

All’inizio del VI secolo a.C. la Macedonia costituiva una vasta regione situata a nord della penisola greca. Per lo più montuosa e con pochi sbocchi sul mare, la sua economia era legata in massima parte alla pastorizia, all’allevamento dei cavalli e allo sfruttamento del legname delle sue foreste. Nonostante ci siano indizi sui rapporti economici che intercorrevano all’epoca tra questa regione e il mondo greco, sembra chiaro che essa non partecipò allo sviluppo delle poleis arcaiche.

Solo molto lentamente, nel corso dei due secoli successivi, grazie al passaggio ad un’economia maggiormente agricola e allo sfruttamento delle risorse minerarie del luogo, la Macedonia iniziò a ritagliarsi un ruolo sempre più importante tra i suoi prestigiosi vicini greci. Questi ultimi in realtà consideravano i macedoni quasi come dei barbari, degli estranei a quel mondo dove nel corso dei secoli precedenti si erano sviluppate le meravigliose e potenti città-stato quali Atene e Sparta. Proprio la guerra tra queste due poleis, la Guerra del Peloponneso (431-404), causò però una grave crisi nel mondo greco. Le divisioni si fecero sempre più accentuate, tanto da attirare (nuovamente) l’attenzione e le mire espansionistiche della Persia.

Alla vigilia dell’ascesa macedone, insomma, il fiorente mondo greco dei secoli precedenti non c’era più. Disaccordi insanabili, guerre estenuanti e oro persiano condussero a uno dei momenti più umilianti vissuti dai Greci: la pace di Antalcida, nota anche come la pace del Re (386), il punto più alto dell’influenza persiana sulle cose di Grecia. La pace stabilì infatti che le poleis dell’Asia Minore fossero sottomesse all’impero persiano, mentre in Grecia tutte le città-stato dovevano restare libere e autonome. In pratica l’autorità del re persiano Artaserse II indebolì la Grecia vietando all’interno di essa la creazione di una qualsiasi lega, alleanza o dominio che sancisse il potere di una città sulle altre. 

Questa situazione andò proprio a vantaggio dei macedoni che, da popolazione arretrata di pastori e allevatori di cavalli, si trasformò nel giro di pochi decenni in una realtà politica e militare di primo piano. Il massimo artefice di questa evoluzione fu Filippo II che salì al trono nel 359 all’età di 22 anni.

Della sua gioventù si sa che fu caratterizzata da lunghi periodi vissuti come “ostaggio” in Illiria prima e a Tebe poi, come garanzia delle tregue sancite tra essi e il regno di Macedonia. A Tebe Filippo osservò, studiò e apprese: non solo la lingua e la cultura ma anche le strategie militari che gli si rivelarono utilissime in seguito.

A Tebe Filippo potè anche esaminare con attenzione il famigerato Battaglione Sacro, un reparto scelto di 300 soldati ben addestrati ed equipaggiati. Temutissimo sui campi di battaglia, sia nei combattimenti corpo a corpo che quando schierato secondo lo schema della falange obliqua, il battaglione si contraddistingueva per essere composto da 150 coppie di soldati-amanti. L’amicizia radicata nell’amore, testimonia Plutarco, rendeva questi soldati temerari e pronti a tutto per salvare il proprio compagno.

Nel 359 Filippo tornò in patria, a Pella, per fare da tutore al re bambino e nipote Aminta IV. Qui trovò una situazione al limite del collasso, con eserciti nemici che premevano alle porte e ingerenze politiche da parte di Ateniesi e Traci. Con rapidità e abilità Filippo respinse gli Illiri a nord e raggiunse accordi diplomatici con i Greci. Una volta scalzato il nipote si proclamò re e diede avvio ad un periodo d’oro per la Macedonia.

La rivoluzione più importante fu quella in campo militare con l’introduzione della formidabile Falange macedone. Ispirato dal Battaglione Sacro, il giovane sovrano diede vita ad una formazione militare che fu determinante nelle successive campagne militari. La falange in combattimento assumeva la forma rettangolare e prendeva le sembianze di un gigantesco istrice dal quale spuntavano le punte delle sarisse, lance lunghe fino a sei metri. Di poca utilità nella la lotta individuale, queste erano però formidabili se usata in massa. Le lance protese in avanti e tenute con due mani dagli uomini delle prime cinque file formavano una selva di punte sulla fronte della falange. I soldati delle ultime file tenevano invece le sarisse oblique in avanti e in alto, costituendo una protezione contro le armi da getto. Il punto debole di questo schieramento era costituito dai fianchi; qui entravano in gioco dei soldati preposti alla loro difesa e soprattutto la temibile cavalleria degli Etèri.

Grazie a questo rinnovato ed efficiente esercito, Filippo II cominciò a guardare fuori del proprio regno. La prima conquista militare fu Anfipoli (357), città sulla costa settentrionale della Tracia, di fondamentale importanza per il controllo delle retrostanti miniere d’argento. Ma il vero colpo di genio del sovrano macedone fu il suo intervento nella Terza Guerra Sacra, conflitto che vide impegnate numerose città greche e che prese avvio nel 356. La guerra si concluse dieci anno dopo con la pace di Filocrate (346), vero spartiacque epocale che sancì l’inizio di una sempre più marcata influenza del Regno di Macedonia sulla Grecia.

Poco prima che Filippo scendesse in guerra in Grecia, nel 356, la sua terza moglie, Olimpiade, diede alla luce un bambino: Alessandro. La nascita di Alessandro, così come la sua vita, fu costellata di prodigi e grandi rivelazioni:

Un giorno, poi, Filippo vide un serpente disteso accanto al corpo di Olimpia che dormiva. In seguito a questo episodio egli attenuò le sue effusioni amorose verso la moglie sino a diradare i suoi incontri notturni con lei, vuoi perché temeva che la donna potesse fargli dei sortilegi, vuoi perché, convinto che avesse rapporti con un essere superiore, voleva evitare di toccarla. […] In seguito a quell’episodio Filippo pensò bene di consultare l’oracolo di Apollo e a tale scopo inviò a Delfi Cherone di Megalopoli, il quale tornato a Pella, gli riferì che il dio gli ordinava di compiere un sacrificio ad Ammone [Zeus] e di venerarlo in modo particolare, essendo egli diventato cieco di un occhio per aver osato spiarlo attraverso la fessura della porta mentre in forma di serpente giaceva accanto a sua moglie. (Plutarco, Vita di Alessandro)

Gli anni successivi alla nascita del suo erede furono sono assai tesi per Filippo. Tanto più cresceva l’influenza della Macedonia, infatti, tanto più aumentavano i suoi nemici. Atene in particolare, sotto la guida di Demostene, si fece promotrice dei più forti sentimenti anti-macedoni, riuscendo a formare un’alleanza con diverse città greche, tra cui Tebe. Lo scontro decisivo avvenne il 2 settembre del 338 presso Cheronea, in Beozia. Sull’ala sinistra Filippo ebbe la meglio sugli Ateniesi. Sulla destra il formidabile Battaglione Sacro di Tebe venne annientato dal diciottenne Alessandro, che fin da subito mostrò delle spiccate abilità militari.

Allora Alessandro, in cuore deciso a mostrare al padre il proprio valore e secondo a nessuno in volontà di vittoria, abilmente assecondato dai suoi compagni, per primo riuscì a rompere la solida fronte della linea nemica e, abbattendo molti, penetrò profondamente nelle truppe di fronte a lui. Lo stesso successo arrise ai suoi compagni e si aprivano varchi nella fronte nemica. (Diodoro Siculo, Biblioteca)

La Macedonia ormai aveva il pieno controllo della Grecia. Ciò fu ufficializzato pochi mesi dopo a Corinto dove nel 337 Filippo organizzò un congresso di tutti i Greci (unica assente Sparta che venne punita con una spedizione militare). Tutte le città greche furono obbligate ad ad unirsi in una lega, la Lega di Corinto appunto, piegata alla volontà del re macedone. Scopo dichiarato della lega era comunque quello di organizzare una grande spedizione contro la Persia.

Filippo non potè però guidare l’impresa in Asia. Nell’estate del 336, a soli 45 anni, venne infatti ucciso a Ege, durante il matrimonio della figlia Cleopatra, da Pausania, giovane nobile macedone. Secondo il racconto di Diodoro, la folla aveva già riempito il teatro e aspettava soltanto il re per dare inizio alle celebrazioni. Filippo avanzò vestito di bianco, tenendo le guardie del corpo a distanza, per dimostrare che non aveva bisogno di guardarsi le spalle. Fu allora che Pausania gli andò incontro pugnalandolo a morte e lasciandolo morente lì davanti al portone del teatro.

Quindi corse alle porte e verso i cavalli che aveva preparato per la fuga. Immediatamente una parte delle guardie del corpo si affrettò al corpo del re, mentre le altre si lanciarono all’inseguimento dell’assassino. Tra queste c’erano Leonnato, Perdicca e Attalo. Avendo un buon vantaggio, Pausania sarebbe riuscito a montare sul suo cavallo prima che avessero potuto catturarlo, se il suo stivale non fosse inciampato in una vite, cadendo. Mentre stava cercando di rimettersi in piedi, Perdicca e gli altri furono su di lui e lo uccisero con i propri giavellotti” (Diodoro Siculo, Bilioteca)

Sui motivi di questo assassinio si è scritto molto. Sembra che Pausania avesse subito un torto dal re e che volle vendicarsi così. Qualcuno ipotizzò anche che fosse stato pagato dai persiani, oggetto delle attenzioni di Filippo. I sospetti di una congiura di palazzo furono però, fin da subito, molto alti. Si vociferò anche di un complotto ordito da Olimpiade, madre di Alessandro, per agevolare l’ascesa al trono del figlio. Gli stessi sospetti ricaddero anche sul giovane principe, sofferente perché il padre aveva lasciato Olimpiade per passare a nuove nozze.

Plutarco ci racconta anche di un litigio tra Alessandro e Filippo, pochi mesi prima della morte di quest’ultimo. Durante il banchetto nuziale successivo all’unione del re con la sua nuova sposa Cleopatra Euridice, il padre di questa, un certo Attalo, augurò a Filippo che gli dei potessero presto concedere alla Macedonia un erede legittimo.

A queste parole Alessandro si infuriò e scagliando la coppa contro Attalo gridò: «Testa di pazzo, io sarei dunque un bastardo?». Filippo allora, inferocito, sguainò la spada e si lanciò contro il figlio, ma un po’ per via del vino, un po’ per la ferita riportata nella battaglia di Cheronea, scivolò e cadde. Al che Alessandro, schernendolo: «Guardatelo, amici, colui che si accingeva a conquistare l’Asia! A furia di passare da un letto all’altro è andato gambe all’aria!». (Plutarco, Vita di Alessandro)

Alessandro fuggì con la madre in Epiro e poi in Illiria. Tornò a Pella solo sei mesi dopo, su inviato del padre desideroso di ricucire lo strappo famigliare. Mancavano pochi giorni all’assassinio di Filippo.

Comunque sia andata la storia, quello che è certo è che alla morte del padre Alessandro fu immediatamente proclamato re dall’esercito e dai dignitari. All’età di vent’anni ereditò un regno forte e moderno che sotto la sua guida divenne presto un impero tanto esteso quanto glorioso.

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