Mégas Aléxandros – III – Re dei macedoni, padrone della Grecia

di Gabriele Scarparo

Nel 336 Alessandro fu acclamato re dall’esercito. L’assassinio di Filippo, all’apice del potere, e le speculazioni dietro la sua morte che implicavano Olimpiade e lo stesso Alessandro, non trovarono impreparato il nuovo sovrano di Macedonia, all’epoca poco più che ventenne.

Alessandro si occupò immediatamente di consolidare il suo potere, facendo sopprimere i possibili rivali al trono tra cui anche molti familiari. Olimpiade, tornata a Pella, si sbarazzò dell’ultima moglie di Filippo, Cleopatra Euridice, e del padre di costui, Attalo.

Subito dopo il nuovo sovrano intraprese le prime operazioni militari. La morte di Filippo aveva infatti riacceso nei popoli greci la voglia di riscatto nei confronti della forte influenza macedone.

A vent’anni, dunque, Alessandro divenne re di Mace­donia, nel momento in cui da ogni parte si appuntavano sul regno pericoli, grandi invidie e odi profondi. Al confine le popolazioni barbare si ribellavano, esigendo ciascuna un proprio governo, e quanto alla Grecia Filippo, pur avendola vinta con le armi, non aveva fatto in tempo a domarla e a pacificarla, anzi, dopo averne rivoluzionato l’assetto politico, l’aveva lasciata in preda alla confusione e all’instabilità. (Plutarco, Vita di Alessandro)

Le crescenti rivolte in Grecia furono il primo banco di prova per il giovane re. Alessandro a capo di un possente esercito marciò rapidamente in Tracia dove mostrò subito il suo lato più cruento, sterminando quasi completamente i suoi nemici. In Grecia, tuttavia, si sparse la voce che fosse rimasto ucciso in battaglia. La notizia provocò una nuova ribellione, alimentata probabilmente dal denaro della Persia. Centri della rivolta furono Atene e Tebe. Con una marcia rapidissima di più di 200 km, Alessandro raggiunse quest’ultima, la circondò e la rase al suolo, risparmiando unicamente i templi degli dei.

I Tebani vendettero cara la propria pelle, combattendo strenuamente con uno slancio superiore alle loro forze, poiché i nemici erano di gran lunga più numerosi. Ma quando i presìdi dei Macedoni, lasciata la rocca Cadmea, li colsero alle spalle, si trovarono intrappolati: la maggior parte caddero in battaglia e la città fu presa, saccheggiata e distrutta. Alessandro sperava che i Greci, spaventati da un tale evento, se ne sa­rebbero stati buoni buoni, e ora, a fatto compiuto, cercava di giustificarsi dicendo che aveva preso quella decisione in seguito alle lamentele e alle accuse mosse ai Tebani dagli alleati, i Focesi e i Plateesi. Tolti dai prigionieri i sacerdoti, quelli ch’erano stati ospiti dei Macedoni, i discendenti di Pindaro e quelli che si erano opposti ai fautori della rivolta, tutti gli altri, circa trentamila, furono venduti come schiavi. I morti furono più di sessantamila. (Plutarco, Vita di Alessandro)

Mite si rivelò invece la condotta del giovane re nei confronti di Atene. Dopo aver chiesto la consegna dei politici a lui ostili, Alessandro accettò invece che fossero processati dai tribunali cittadini. Le sedizioni nel resto della Grecia si spensero miseramente, e Alessandro ottenne la sottomissione completa delle altre città, eccetto Sparta. Questa si fece interprete dei sentimenti anti-macedoni solo più tardi, nel 333, quando Alessandro era già in Asia; l’appoggio del mondo greco fu però debole e Sparta continuò il suo inesorabile declino.

Riappacificata la Grecia, Alessandro giunse infine a Corinto per prendere possesso della lega anti-persiana. Si dice che giunto in città molti politici e filosofi gli vennero incontro per congratularsi con lui. Tra di essi non c’era però il celebre Diogene di Sinope, detto il Cinico, colui che abitava in una botte ripudiando i “valori” a cui tanti uomini aspiravano: ricchezza, potere e gloria. Non vedendolo arrivare fu Alessandro stesso ad andarlo a cercare, desideroso di fare la sua conoscenza. Lo trovò disteso al sole; Diogene all’arrivo di tutti quegli uomini si levò a sedere e guardò fisso Alessandro.

Questi lo salutò e gli rivolse la parola chiedendogli se aveva bisogno di qualcosa; e quello: «Scostati un poco dal sole». A tale frase si dice che Alessandro fu così colpito e talmente ammirò la grandezza d’animo di quell’uomo, che pure lo disprezzava, che mentre i compagni che erano con lui, al ritorno, deridevano il filosofo e lo schernivano, disse: «Se non fossi Alessandro, io vorrei essere Diogene». (Plutarco, Vita di Alessandro)

Poco dopo questo curioso incontro e dopo aver ottenuto il titolo che fu del padre, quello di Hegemón della Lega Ellenica, Alessandro volse finalmente lo sguardo a Oriente, lì dove sorgeva il vasto Impero Persiano.

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