Mégas Aléxandros – V – Figlio di Zeus

di Gabriele Scarparo

Dopo la fuga di Dario, l’armata greco-macedone si riversò sulla costa fenicia per eliminare le ultime basi della flotta persiana. Si sottomisero senza combattere Arado, Biblo e Sidone con le loro squadre navali, mentre Tiro oppose un’accanita resistenza. La città aveva la nomea di essere inespugnabile. Ci avevano già provato in passato, senza successo, gli Assiri e i Babilonesi.

Tiro era divisa in due: una parte si sviluppava sulla costa e l’altra su di un’isoletta a circa 700 metri di distanza. Tutto ciò, unito a possenti mura e a una flotta di navi ben equipaggiata avevano fino ad allora scongiurato ogni pericolo. Alessandro era però convinto di poterla espugnare con il proprio esercito di terra. Ordinò che si costruissero due grandi torri d’assedio di circa 50m l’una, ricoperte di cuoio e con all’interno delle catapulte. Queste furono poste all’estremità di un terrapieno ma furono comunque distrutte dagli assediati. Per tutta risposta Alessandro cominciò un estenuante attacco navale: la flotta alleata proveniente da Biblo, Sidone e Arado attaccò e conquistò i due porti della città. Tiro fu circondata da navi munite di arcieri e catapulte; altre navi con un ariete a prua caricarono invece le mura. Alla fine i macedoni riuscirono ad aprire una breccia nelle mure e dopo sette mesi di assedio dilagarono all’interno della città, massacrandone la popolazione (332).

Poco dopo cedette anche Gaza, mentre Gerusalemme aprì le porte e si arrese. Alessandro entrò quindi in Egitto, dove il satrapo di Menfi gli consegnò spontaneamente la regione e i sacerdoti lo accolsero come un liberatore. Agli inizi del 331, ai margini occidentali del delta del Nilo, il re macedone, ormai nuovo faraone, fondò Alessandria d’Egitto destinata a diventare uno dei centri culturali più importanti dell’antichità.

Alessandro si recò poi nei pressi dell’oasi di Siwah, nel deserto libico, per far visita al celebre oracolo di Zeus-Ammone. Secondo diverse fonti, pare che il suo arrivo fu accompagnato da svariati presagi favorevoli, uno su tutti il saluto del sacerdote che riconobbe Alessandro come figlio di Zeus.

Dopo questi avvenimenti, Alessandro fu preso dal desiderio di andare da Ammone, in Libia per interrogare il dio, poiché si diceva che l’oracolo di Ammone fosse veritiero. […] E dunque si recò da Ammone con questa volontà, per conoscere gli avvenimenti che lo riguardavano in modo più veritiero, o almeno per dire di averli conosciuti. […] Aristobulo […] – ed è anche la versione più diffusa -, sostiene che due corvi, volando davanti all’esercito, fecero da guide ad Alessandro. […] La regione dove si trova il santuario di Ammone ha tutt’intorno solo deserto, e zone interamente ricoperte di sabbia e senza acqua, ma il centro di questa, per quanto piccolo – nella massima estensione arriva a quaranta stadi – è pieno di alberi da frutto, di olivi e di palme, e, solo tra le zone circostanti, è umido. Una sorgente sgorga da lì, per nulla simile alle altre fonti che fuoriescono dalla terra. A mezzogiorno, infatti, l’acqua è fresca per chi la assaggia, e per chi la tocca è addirittura freschissima. […] In questa regione ci sono sali naturali che si possono scavare dalla terra. Una parte di questi viene portata in Egitto da alcuni sacerdoti di Ammone. Quando si recano in Egitto, infatti, messi i sali in ceste intrecciate di palma, li offrono come dono al re o a qualcun altro. Ci sono granuli grossi – alcuni anche più di tre dita – e puri come il cristallo. Gli Egizi e quelli che sono molto attenti al culto divino li usano per i sacrifici, poiché sono più puri del sale marino. Là Alessandro ammirò il luogo e chiese responsi al dio. Dopo aver ascoltato le cose che gli stavano a cuore, come disse, tornò in Egitto per la stessa strada, come riferisce Aristobulo; o per un’altra via che portava subito in direzione di Menfi, secondo Tolomeo figlio di Lago. (Arriano, Anabasi di Alessandro)

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