Mégas Aléxandros – VI – La battaglia di Gaugamela e la fine di Dario

di Gabriele Scarparo

Lasciato l’Egitto, Alessandro tornò a nord attraverso la Fenicia per poi dirigersi verso l’Asia interna, incontro all’esercito nemico. Passato l’Eufrate e poi anche il Tigri, l’armata greco-macedone giunse nei pressi di Gaugamela scenario di una memorabile battaglia. Si dice che nei giorni precedenti lo scontro, un’eclissi lunare fosse stata interpretata da molti persiani come un segno malaugurante per le sorti dell’Impero achemenide e per Dario stesso.

La leggenda di Alessandro ormai sopravanzava la sua stessa natura. Di fronte a tutto ciò Dario, dopo essere fuggito a Isso, cercò di attirare il giovane macedone, all’epoca venticinquenne, su un terreno favorevole al suo ancora enorme esercito. L’armata persiana era infatti costituita da circa 250.000 effettivi secondo le stime degli autori antichi. Uomini da ogni parte del vasto impero furono radunati per prendere parte a quella che sarebbe stata la battaglia decisiva. Non solo fanti e cavalieri dalle più remote satrapie dell’Asia ma anche mercenari greci, in gran parte esiliati e oppositori di Alessandro e della sua egemonia sulla Grecia.

Gli angusti spazi attorno al Granico e a Isso si erano rivelati controproducenti per i persiani. Quando, a fine settembre, poco dopo l’eclissi, Dario venne a sapere che Alessandro si stava avvicinando da ovest, decise allora di retrocedere e attendere il suo avversario sulla spianata di Gaugamela, nei pressi di un villaggio di nome Arbela, nell’odierno Iraq. Su quell’arida e sconfinata pianura, Dario era certo di aver ragione del nemico macedone.

Alcuni generali consigliarono Alessandro di attaccare di notte, per sfruttare l’oscurità e ridurre l’enorme divario numerico tra i due eserciti: il re macedone poteva infatti contare su circa 40.000 fanti e 7.000 cavalieri. Egli però non volle rinunciare ad uno scontro leale e giunto in prossimità del nemico fece accampare i suoi uomini.

Alle prime luci del 1 ottobre 331 l’esercito di Dario era già completamente schierato in posizione di battaglia. Secondo le fonti antiche, il Gran Re aveva preparato al meglio il campo di battaglia, livellandolo il più possibile ed eliminando eventuali ostacoli come cespugli e arbusti, che avrebbero potuto ostacolare l’avanzata dei terribili carri falcati, provvisti di lame taglienti sulle ruote. Se Alessandro si fosse fatto circondare da quella eterogenea marea persiana il suo sogno di avanzare in Oriente si sarebbe fermato lì. Di fronte a questa prospettiva decise di azzardare una strategia che i suoi avversari non avrebbero potuto prevedere: cercare di attirare la maggior parte della cavalleria persiana sui fianchi allo scopo di creare un vuoto tra le linee nemiche, attraverso il quale poteva essere lanciato un attacco decisivo al centro, dove c’era lo stesso Dario fiancheggiato dalla sua cavalleria di nobili e dallo squadrone degli Immortali, la terribile fanteria persiana.

Alessandro schierò dunque il suo esercito in due gruppi. L’ala sinistra, affidata al generale Parmenione, avrebbe cercato di reggere l’urto del grosso dell’esercito nemico. L’ala destra, invece, avrebbe aperto al massimo lo spazio di combattimento. La cavalleria guidata dallo stesso re avrebbe invece condotto una manovra elusiva, allontanandosi dal luogo dello scontro nel tentativo di staccare i suoi inseguitori dal resto dell’esercito.

La battaglia cominciò nel momento stesso in cui Dario lanciò i suoi carri falcati contro il nemico. Questi penetrarono in profondità nello schieramento macedone riuscendo ad arrivare fin dentro l’accampamento degli invasori. L’esercito di Alessandro resse con estrema difficoltà lo scontro sui fianchi e i persiani dovettero pensare di essere vicini alla vittoria. A quel punto però il movimento inaspettato della cavalleria macedone creò scompiglio tra le fila nemiche, proprio come Alessandro aveva immaginato. L’ala destra dei persiani, che si era aperta per inseguire il nemico, si ritrovò improvvisamente contrattaccata dagli Etèri; una breccia si creò nell’impenetrabile linea persiana, lasciando libero accesso a Dario e alle sue guardie. Alessandro ci si infilò arrivando a pochi metri dal Gran Re che, ormai in scacco, si diede nuovamente alla fuga.

La cavalleria macedone inseguì i nemici ma dovette infine desistere a causa delle richieste di aiuto provenienti dalla sua fanteria, in particolare dall’ala sinistra guidata da Parmenione, che ormai era al limite. Tornò quindi indietro uccidendo o mettendo in fuga quello che restava dell’esercito persiano.

La vittoria non segnò la resa di Dario, che riuscì ancora a fuggire, ma spianò la strada all’esercito venuto da occidente verso il controllo delle grandi città achemenidi: Babilonia, Susa e poi Persepoli e Pasagarde, insieme ai loro immensi tesori, caddero nelle mani di Alessandro.

Il palazzo di Persepoli venne dato alle fiamme, a compimento della vendetta panellenica. Così come i persiani avevano profanato l’Acropoli di Atene all’inizio del V secolo a.C., ora i greco-macedoni si prendevano la loro vendetta.

Ha anche incendiato il palazzo persiano contro il consiglio di Parmenione, il quale ha sostenuto che era ignobile distruggere ciò che ora era di sua proprietà e che i popoli dell’Asia non gli avrebbero prestato ascolto nel allo stesso modo se presumevano che non avesse intenzione di governare l’Asia, ma si sarebbe limitato a conquistare e ad andare avanti. […] Ma Alessandro dichiarò che voleva ripagare i persiani, che, quando invasero la Grecia, avevano raso al suolo Atene e bruciato i templi, e per esigere una punizione per tutti gli altri torti che avevano commesso contro i greci. Mi sembra, tuttavia, che nel fare questo Alessandro non agisse in modo sensato, né penso che ci potrebbe essere alcuna punizione per i persiani di un’epoca passata. (Arriano, Anabasi di Alessandro)

I successi resero Alessandro il signore di un immenso ed eterogeneo territorio. Per governarlo egli affidò l’amministrazione civile e militare delle province orientali ai satrapi persiani, affiancati da ufficiali e tesorieri macedoni. A questo punto della sua travolgente campagna, Alessandro aveva infatti elaborato un progetto molto più ambizioso di quello raggiunto fino ad allora: sostituirsi a Dario come legittimo re dell’Asia e proseguire ancora verso est, in territori inesplorati e inimmaginabili. Fino a quando il Gran Re era in fuga tutto ciò non sarebbe però stato possibile. Alessandro lo inseguì così fino a Ecbatana, ma ancora una volta arrivò troppo tardi.

Il destino di Dario era però vicino al suo compimento. Egli fu vittima di una congiura da parte di un satrapo di nome Besso. Questi ridusse Dario in catene e si rifugiò ad est. Trovandosi però incalzato dalle truppe di Alessandro, Besso fece uccidere Dario con la speranza che così facendo avrebbe fatto desistere i macedoni dall’inseguimento. Allo stesso tempo si autoproclamò re di tutta l’Asia con il nome di Artaserse V.

Dario stava ormai per morire allora le sue guardie del corpo che dovevano in verità ancora vigilare sulla salvezza del re anche a rischio della vita si dileguarono, credendo di non poter sostenere l’impeto di tanti nemici che assalivano l’accampamento. […] Quindi nella tenda vi era una grande desolazione, con pochi eunuchi che stavano intorno al re. Ma questi, allontanati i presenti, meditava a lungo nel suo animo ora l’una ora l’altra decisione. Quindi avendo in odio la solitudine che poco prima aveva invocato come sollievo, ordinò che fosse chiamato l’eunuco Bubace. Fissandolo disse: ” Andate (e) pensate a voi stessi, dopo aver dimostrato fino all’ultimo la fedeltà al vostro re”. Io attendo qui la legge del mio destino”. Dopo queste parole l’eunuco, meravigliato di che cosa il re aveva detto, prima si trattenne, poi fece risuonare il suo lamento non solo attraverso la tenda ma per tutto il campo. Accorsero poi gli altri che strappatisi gli abiti iniziarono a piangere il re con un lamento lugubre e barbarico. (Quinto Curzio Rufio, Storie di Alessandro Magno)

Alessandro fu molto scosso dalla morte di Dario, al quale concesse un funerale con tutti gli onori degni di un Gran Re; la sua salma fu trasportata nell’ormai distrutta Persepoli e lì sepolta accanto a quelle dei suoi predecessori. Besso invece fu inseguito e ucciso. Le fonti antiche sono contrastanti al riguardo: alcune affermano che fu torturato e crocifisso, altre che fu decapitato. Quel che è certo è che pagò a caro prezzo il suo gesto.

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