Mégas Aléxandros – VII – Gli eccessi e le congiure

di Gabriele Scarparo

Dopo esser giunto ad Ecbatana, Alessandro congedò gli alleati greci: la loro missione era terminata con la sconfitta di Dario. Autoproclamatosi legittimo successore di quest’ultimo, il giovane condottiero macedone aggiornò i suoi obiettivi: ottenuta la vendetta panellenica ora per Alessandro era giunto il momento di unificare quelle due civiltà, la greca e la persiana, in contrasto da così tanto tempo.

Nessuna missione sembrava impossibile per lui: a soli 26 anni dopotutto era Re di Macedonia, controllava tutta la Grecia, era Faraone d’Egitto ed ora anche Re dei Re, titolo degli imperatori persiani.

La sua inarrestabile ascesa si accompagnò ad una sempre più forte convinzione della natura divina del suo potere. Tutto ciò però cominciò anche ad alienargli le simpatie di alcuni Macedoni. Nel 330, in Drangiana (una regione oggi situata ai confini tra Iran, Afghanistan e Pakistan), lo strisciante malcontento prese le forme di una vera e propria congiura contro Alessandro. A farne le spese furono due tra i più vecchi e fidati generali del sovrano macedone: Filota e suo padre Parmenione.

Sembra che un certo Dimno rivelò al suo amante Nicomaco di un complotto per uccidere il re. Nicomaco lo disse al fratello Cebalino e i due si convinsero di avvisare Alessandro tramite Filota, amico d’infanzia del sovrano. Non è chiaro il motivo ma Filota non ragguagliò Alessandro; c’è chi pensa perché non avesse dato credito a quelle voci e chi sostiene invece che il generale fosse implicato nella congiura. Le fonti concordano comunque sul fatto che già da qualche tempo lo stesso Filota avesse cominciato a mettere in dubbio i meriti di Alessandro, che sosteneva fossero dovuti in buona parte anche a lui e a suo padre Parmenione. Nonostante il silenzio di Filota sulle voci di una congiura, la notizia della stessa arrivò comunque al re. La risposta di Alessandro fu implacabile. Si tenne un processo alla fine del quale Filota e i congiurati furono condannati a morte dopo un’atroce tortura. Per evitare una possibile rivolta di Parmenione, rimasto a Ecbatana con una buona parte dell’esercito, Alessandro inviò dei sicari ad uccidere anche lui.

Due anni dopo, nell’autunno del 328, ci fu un altro tragico episodio. A Samarcanda Alessandro uccise di sua mano un altro dei suoi più illustri generali: Clito il Nero, già uomo fidato di Filippo e colui che provvidenzialmente salvò la vita al giovane condottiero macedone nella battaglia del Granico pochi anni prima.

Arriano narra che durante un banchetto, in cui il vino scorreva a fiumi, alcuni dei presenti cominciarono ad adulare Alessandro dicendo che le imprese di Castore e Polluce, nonché quelle di Eracle, non erano paragonabili a quelle del loro re. Clito, già da tempo contrariato per le nuove abitudini di Alessandro, e in quel momento eccitato dal vino, si scagliò contro gli adulatori, affermando che le imprese di Alessandro non erano da paragonare con quelle delle divinità; il merito poi risiedeva in gran parte nei guerrieri Macedoni al seguito del re. Quando poi alcuni sminuirono le imprese di Filippo, Clito difese con ardore le gesta del defunto sovrano ridimensionando invece quelle di Alessandro, la cui vita, lui stesso aveva salvato nella battaglia sul fiume Granico.

Alessandro colmo di ira e annebbiato dal vino si lanciò contro di lui, ma fu inizialmente trattenuto dagli amici. Clito però continuò ad agitarsi e a sfidare il re fino a quando questi sottrattosi dalla presa dei suoi vicini, tolse una lancia a una delle guardie e colpì il vecchio amico. Clito si accasciò a terra moribondo mentre Alessandro, disperato per quel gesto impulsivo, pianse il compagno di tante battaglie.

Dopo la morte di Filota, Parmenione e Clito l’opposizione nei confronti di Alessandro continuò ad aumentare. Nel 327 il re macedone decise di prendere in moglie la figlia di un satrapo persiana, una giovane di nome Rossane.

Alessandro giunse nella regione che governava il nobile satrapo Ossiarte che si affidò all’autorità ed alla buona fama del re. Subito, con opulenza da barbaro, si faceva carico di un banchetto nel quale accoglieva Alessandro. Mentre lo celebra con molta compagnia sono introdotte 30 nobili vergini tra le queli c’era sua figlia di nome Rossane di forme corporee avvenenti e di veste leggiadra, cosa rara tra i barbari. Ella, sebbene in compagnia di vergini eccellenti, attrasse a sé gli occhi di tutti, particolarmente del re Alessandro. Egli perciò, rapito d’amore, volle prenderla in moglie. Questo disse Alessandro davanti a tutti: «Con queste nozze Persiani e Macedoni si uniranno in alleanza. Persino Achille, dal quale io stesso discendo come stirpe, aveva preso in sposa una prigioniera». Con gioia inaspettata il felice padre Ossiarte ascoltò queste parole. Secondo il patrio costume fu portato del pane – la santa testimonianza del matrimonio – che, una volta tagliato con la spada, gli sposi offrivano (mangiavano) in libagione. In questo modo il re dell’Asia e dell’Europa unì a sé in matrimonio la vergine, per generare da ella il suo erede. (Quinto Curzio Rufio, Storie di Alessandro Magno)

La decisione destò scandalo tra i Macedoni, che deprecavano l’unione del loro re con una barbara. Le fonti riferiscono che i suoi amici provassero vergogna per questo gesto. Le nozze erano però in linea con il grande progetto cosmopolita di Alessandro, quello di unire la civiltà greca con quella persiana in un impero universale sotto la sua guida.

I contrasti interni e la crescente opposizione alle scelte del re si manifestarono poi con clamore quando Alessandro, sempre nel 327, tentò di imporre il cerimoniale della proskynesis, l’atto (proprio della corte persiana) di prostrarsi di fronte al sovrano, ai suoi sudditi occidentali. Tutto questo andava contro l’idea greca di libertà individuale. Si narra che lo storico Callistene intervenendo a riguardo, convinse il re a desistere da questa pratica che lo avrebbe reso impopolare tra i Greci e i Macedoni.

Neppure a Eracle i Greci tributarono onori divini, finché fu in vita; e anche dopo morto, non prima del responso del dio di Delfi che comandava di onorare Eracle come un dio. Se invece dobbiamo pensare come i barbari, perché stiamo parlando nella loro terra, allora io, o Alessandro, ti chiedo di pensare alla Grecia, per la quale hai intrapreso questa spedizione, con lo scopo di annettere l’Asia alla Grecia. Rifletti: giunto colà, costringerai i Greci – il popolo più libero della terra – alla proscinesi? O dispenserai i Greci e imporrai ai Macedoni questo disonore? Oppure ancora, ci sarà una netta distinzione negli onori, e dai Greci e dai Macedoni sarai onorato come un uomo e secondo il costume greco, e solo dai barbari al modo barbarico? Se Ciro, figlio di Cambise, ricevette per la prima volta la proscinesi e successivamente questa umiliazione rimase
in uso tra i Persiani e i Medi, bisogna riflettere sul fatto che quel Ciro fu ricondotto alla ragione dagli Sciti, popolo povero e indipendente, Dario da altri Sciti ancora, Serse dagli Ateniesi e dagli Spartani, Artaserse da Clearco e Senofonte e dai diecimila con loro, e il Dario di oggi da Alessandro, che non è solito ricevere la proscinesi.» Pronunciando queste parole, e altre simili, Callistene infastidì grandemente Alessandro, ma parlò secondo i desideri dei Macedoni. Accortosi di ciò, Alessandro mandò a dire che egli vietava d’ora in poi ai Macedoni di far menzione della proscinesi.
(Arriano, Anabasi di Alessandro)

Nonostante Alessandro avesse desistito dall’imporre l’atto della proskynesis ai macedoni, l’aria intorno a lui si fece sempre più tesa. Lo stesso Callistene trovò la morte poco dopo, accusato di aver preso parte ad una nuova congiura nei confronti del re, la cosiddetta congiura dei paggi. Le cause del complotto, in questo caso, furono di natura personale: sembra che uno dei giovani al servizio del re, Ermolao, fosse deciso a vendicarsi di Alessandro dopo un’umiliazione ricevuta da quest’ultimo. A seguito di una delazione, però, la congiura venne alla luce e i congiurati furono uccisi e ancor prima torturati. Tra i condannati ci fu appunto Callistene; difficile dire se fosse realmente colpevole delle accuse che Alessandro gli rivolse o seppure era semplicemente caduto in disgrazia agli occhi del re dopo il suo discorso. Curzio Rufo riporta comunque che “l’uccisione di nessun altro suscitò fra i Greci un odio più grande contro Alessandro“.

Alessandro comunque riprese le operazioni militari: l’India era ormai molto vicina…

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