Mégas Aléxandros – X – La morte di un uomo, la nascita di un mito

di Gabriele Scarparo

Una volta rientrato in Persia, Alessandro constatò la cattiva amministrazione dei satrapi a cui aveva lasciato la gestione del potere locale; molti furono puniti e sostituiti con funzionari macedoni.

Il sogno di unire Greci e Persiani in un solo popolo non era comunque tramontato; nella primavera del 324 organizzò infatti delle celebrazioni di massa in cui migliaia di soldati greco-macedoni sposarono altrettante donne persiane. Circa 80 alti ufficiali presero in moglie altrettante nobili della dinastia achemenide. Alessandro stesso sposò la figlia maggiore di Dario, Statira, e poco dopo anche un’altra nobildonna persiana, Parisatide. Ad Efestione invece andò in sposa la seconda figlia di Dario, Dripetide. Tolomeo, Seleuco, Cratero e gli altri stretti compagni del re non furono da meno. A tutti fu regalata una dote e ai soldati ripagati tutti i debiti che avevano contratto.

Le nozze celebrate alla maniera dei “barbari” però, unite ad un esercito ormai pieno di non-greci e alle usanze dello stesso Alessandro, che sempre più spesso utilizzava le lunghe vesti decorate tipiche dei sovrani persiani, crearono un profondo solco tra il sovrano e i soldati più anziani. Questi gli rimproverarono di aver dimenticato le sue origini per sostituirle con delle usanze tipiche dei popoli barbari che essi stessi avevano conquistato.

Sembra comunque che Alessandro non si curasse molto di questi commenti. Quando però decise di congedare migliaia di veterani (peraltro generosamente ricompensati) per sostituirli con giovani persiani, molti macedoni protestarono e in segno di solidarietà verso i loro vecchi compagni chiesero, provocatoriamente, di essere tutti quanti mandati a casa: «Che sia il Dio da cui discende a combattere per lui!». Furioso per questo principio di ribellione, Alessandro mise a tacere ogni protesta facendo arrestare e uccidere per sedizione i malcapitati.

Sedutosi sul proprio trono, il re pronunciò quindi un celebre discorso ai suoi uomini.

Voi siete i satrapi, i capi, i primi. Quanto a me, che cosa mi resta di tutte queste conquiste? Lo scettro? Il diadema? Non possiedo nulla di mio. Quali sono i miei tesori? Il resto lo possedete voi o è tenuto in custodia per voi. Io non ho nulla titolo privato da conservare per me stesso. Mangio le stesse cose che mangiate voi. Dormo sotto una tenda come voi. Anzi, la tavola di qualche ufficiale è anche più ricca di quella del loro principe, e mentre voi vi riposate tranquillamente, sapete che io veglio su di voi. Sarebbe questo il frutto delle vostre fatiche, dei vostri pericoli e non dei mei? Chi di voi può vantarsi di averne affrontati più per me che io per lui? Che uno qualunque di voi si faccia avanti, si tolga i vestiti e mostri le proprie ferite; io mostrerò le mie. Il mio corpo è ricoperto di tantissime onorevoli cicatrici: sono stato ferito dalla spada negli scontri corpo a corpo, colpito dalle frecce e raggiunto dai colpi delle macchine da guerra, e venendo più volte colpito da pietre e mazze di legno, per il vostro bene, per la vostra gloria e per la vostra ricchezza vi guido vittoriosi per ogni terra e ogni mare, su tutti i fiumi, tutte le montagne e tutte le pianure.

Le nozze di molti tra voi hanno accompagnato le mie e i vostri figli saranno alleati dei miei figli. I debiti che avevate contratto io li ho ripagati senza chiedervi informazioni, anche quando avevate ricevuto considerevoli bottini. Alcuni tra di voi sono stati onorati di corone d’oro, di monumenti al loro coraggio e di generosità. Se molti sono morti nei combattimenti, poiché nessuno sotto i mei ordini si è dato alla fuga, io ho fatto esigere loro sul posto delle tombe rimarchevoli e in patria delle statue di bronzo. Ho accordato dei favori alle loro famiglie e delle esenzioni fiscali. Volevo far ritornare alle loro case coloro che sono sono troppo anziani per prestare servizio, ma colmi di onori e di ricchezze tali che i loro concittadini li avrebbero invidiati.

Voi tutti chiedete di partire? Ebbene partite! Andate ad annunciare che il vostro re, che Alessandro, dopo aver sottomesso i Persiani, i Medi, i Bactriani […], dopo aver oltrepassato il Caucaso, il Caspio, l’Oxus, l’Indo, che solo Dioniso aveva attraversato, l’Idaspe, l’Acesine, l’Iravati e che avrebbe superato l’Ifasi stesso, se voi non aveste rifiutato di seguirlo; lui che avanzò nel grande mare attraverso le foci dell’Indo, che si addentrò nel deserto della Gedrosia, da dove nessuno ne era mai uscito con un esercito al seguito; lui, che dopo aver sottomesso lungo il percorso la Carmania e i paesi dell’Oriente, fece risalire la sua flotta dall’Indo al centro della Persia; che Alessandro infine, abbandonato da tutti voi, si è rimesso alla fede dei barbari che aveva vinto. Annunciatelo a i vostri concittadini. Quale gloria per voi presso gli uomini! Quali meriti presso gli Dei! Rompete le righe! (Arriano, Anabasi di Alessandro)

Di fronte alla forza di un tale discorso i soldati rimasero muti. Le proteste però non si appianarono che qualche settimana dopo. Nel frattempo, alla fine dell’estate del 324, la corte si spostò a Ecbatana. Qui probabilmente cominciarono i preparativi per nuove conquiste, questa volta in Occidente. Nell’autunno successivo però Efestione si ammalò e Alessandro riuscì ad arrivare al capezzale del suo letto appena in tempo per vederlo spirare. Fu un colpo tremendo per il re. Le fonti riportano della disperazione di Alessandro che rimase diverse ore aggrappato al corpo esanime del suo più caro e fedele compagno. Per molto tempo furono vietati musiche e festeggiamenti. Si dice anche che in segno di lutto furono tagliati i crini a tutti i cavalli e che lo stesso Alessandro si fece tagliare i capelli. Seguendo l’esempio di Achille con Patroclo, lui stesso condusse un carro sul quale vennero deposte le spoglie di Efestione. Dopo dei funerali degni del più grande sovrano, ad Alessandro ci volle diverso tempo per risollevarsi. Nell’inverno del 324 fece infine ritorno a Babilonia.

Qui ricevette ambascerie da ogni dove, anche dai popoli che abitavano l’italia: Etruschi, Lucani, Bruzi e forse anche Romani. Nel frattempo puntò gli occhi sull’Arabia che sarebbe dovuta diventare la sua prossima conquista. Ma poco prima dell’inizio della spedizione Alessandro fu colto da una violenta febbre. Dopo dieci giorni le sue condizioni erano così gravi che costretto a letto non riusciva neppure più a parlare. I suoi più stretti compagni arrivarono al suo capezzale chiedendo al morente re chi avrebbe ereditato quel vasto impero che in pochi anni il suo genio aveva prima sognato e poi realizzato. Alcuni dicono che le ultime parole di Alessandro furono «al più degno».

Quel che è certo è che il 10 giugno del 323, all’età di soli 33 anni, spirò uno degli uomini e dei conquistatori più straordinari dell’intera Storia, ma non il suo mito reso immortale dalle gesta compiute in vita: Mégas Aléxandros.

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