Nel sangue di Lucrezia: la violenza dietro la nascita della Repubblica a Roma

di Gabriele Scarparo

La memoria storica delle origini di Roma e dei  suoi primi secoli di vita è spesso arricchita di miti e leggende. Una delle più importanti è quella che narra la nascita della Repubblica a seguito della tragica morte di una donna. Nell’anno 509 a.C., infatti, Tarquinio il Superbo, ultimo dei sette re, fu cacciato dalla città dopo un’insurrezione popolare che ebbe origine proprio dall’infelice sorte toccata a Lucrezia, nobildonna romana e moglie di Lucio Collatino.

Tito Livio nell’opera Ab Urbe condita (Libro I, 57-60), scritta circa sei secoli dopo gli eventi in questione, ci narra la sua storia. Seguendo il racconto dell’autore latino, mentre le truppe di Tarquinio il Superbo assediavano la città di Ardea, nell’accampamento romano, a causa del troppo bere, si accese una disputa tra i soldati. Oggetto della contesa erano le loro mogli. Ognuno esaltava con ardore la bellezza, l’onestà e le virtù della propria consorte a scapito di quelle altrui. A questa animata discussione parteciparono tra gli altri il figlio del re, Sesto Tarquinio, e il cugino di quest’ultimo, Lucio Collatino.

Fu proprio Collatino a proporre di verificare personalmente la fedeltà delle proprie consorti raggiungendole e spiandole a loro insaputa. Il gruppo si recò quindi di gran fretta a Roma per proseguire poi fino a Collazia, una delle più antiche città del Lazio. Qui videro Lucrezia «seduta in mezzo all’atrio, a tarda notte, intenta a filare la lana in compagnia delle ancelle» mentre le altre donne, tra cui la moglie di Sesto, furono «sorprese a ingannare l’attesa nel pieno di un festino e in compagnia di coetanei».

Lucrezia di Lucas Cranach il Vecchio, 1538

Collatino, vinta questa particolare scommessa, invitò i suoi amici, tra cui il principe, a fermarsi a cena. Tutti furono accolti gentilmente dalla matrona romana ma in quel momento Sesto, accecato dal desiderio per Lucrezia e «provocato» dalla sua bellezza e dalla sua «mirabile castità», cominciò a tessere un’oscura trama contro di lei.

Qualche giorno dopo, infatti, all’insaputa di Collatino, il principe tornò a Collazia. Lì fu accolto da Lucrezia con tutti gli onori. Nessuno era al corrente dei suoi progetti. Restò per la cena e dopo si andò a coricare nella camera degli ospiti. Invasato dalla passione, però, una volta che tutti gli altri ospiti si furono addormentati, Sesto entrò nella stanza della donna con la spada sguainata: «Lucrezia, chiudi la bocca! Sono Sesto Tarquinio e sono armato. Una sola parola e sei morta!».

Livio ci racconta che l’uomo a quel punto cominciò a dichiarare il suo «amore» per la donna, alternando suppliche e intimidazioni per farla cedere ai suoi desideri di lussuria. Lucrezia tuttavia si dimostrò irremovibile, anche di fronte alla minaccia di morte. Il figlio del re però non si arrese e paventò alla donna oltre le minacce anche il disonore. Le disse che se non avesse ceduto alla sua volontà, accanto a lei, una volta morta, avrebbe posto uno schiavo nudo sgozzato, affinché si dicesse che era stata uccisa durante un adulterio.

In questo modo la turpe libidine di Sesto ebbe la meglio su Lucrezia. Piuttosto che il disonore, dice Livio, la donna lasciò che l’uomo si prendesse ciò che voleva.

Tarquinio e Lucrezia di Tiziano, 1570

Dopo la violenza, il principe ripartì verso Roma senza immaginare cosa sarebbe accaduto il giorno seguente. Lucrezia, infatti, affranta da ciò che le era capitato, inviò un messaggio al padre a Roma e uno al marito ad Ardea pregandoli di venire da lei accompagnati ciascuno da un amico fidato.

Lucrezio, il padre della donna, e Collatino arrivarono insieme a Publio Valerio e Lucio Giunio Bruto. Trovarono Lucrezia nella sua stanza, immersa in una profonda tristezza. In lacrime la donna raccontò il suo trauma: «Nel tuo letto, Collatino, ci son le tracce di un altro uomo: solo il mio corpo è stato violato, il mio cuore è puro e te lo proverò con la mia morte. Ma giuratemi che l’adutero non rimarrà impunito. Si tratta di Sesto Tarquinio: è lui che ieri notte è venuto qui e, restituendo ostilità in cambio di ospitalità, armato e con la forza ha abusato di me. Se siete uomini veri, fate sì che quel rapporto non sia fatale solo a me ma anche a lui. […] Sta a voi stabilire quel che si merita. Quanto a me, anche se mi assolvo dalla colpa, non significa che non avrò una punizione. E da oggi in poi, più nessuna donna, dopo l’esempio di Lucrezia, vivrà nel disonore!» Afferrò quindi il coltello che teneva nascosto sotto la veste e se lo piantò nel cuore tra le urla disperate del marito e del padre.

Fu in quel momento che Giunio Bruto giurò di abbattere la monarchia dei Tarquini. Estratto il coltello dal corpo esanime di Lucrezia, lo impugnò e disse «Su questo sangue, purissimo prima del regio oltraggio, giuro, e vi chiamo come testimoni, che perseguiterò Lucio Tarquinio Superbo, la sua scellerata sposa e tutta la stirpe dei suoi figli con ferro, fuoco e con qualunque forza possibile, né a loro né ad altri consentirò di regnare a Roma». Si aggiunsero al giuramento Collatino, Lucrezio e Valerio, ricordati insieme a a Bruto come i “padri fondatori” della Repubblica.

La morte di Lucrezia di Gavin Hamilton, 1763

Il cadavere di Lucrezia venne trasportato al Foro di Collazia, dove cominciò a radunarsi il popolo, «attratto come di consueto dalla stranezza della cosa e in più dalla sua nefandezza». Tutti si scagliarono indignati contro la violenza criminale del principe. I più giovani si armarono e marciarono verso Roma al seguito di Bruto. La città, fomentata dalle parole di quest’ultimo, insorse contro i Tarquini.

Tito Livio conclude il suo racconto aggiungendo che quando il re, che ancora stava assediando Ardea, venne a sapere di questi avvenimenti, allarmato dal pericolo inatteso, partì per Roma con l’intento di reprimere la rivolta. Bruto invece si recò ad Ardea per sollevare contro Tarquinio il Superbo l’esercito lì accampato. Al suo arrivo egli fu accolto con entusiasmo da tutti i soldati. Insieme espulsero i figli del re, mentre a quest’ultimo venne interdetto l’ingresso a Roma e comunicato l’esilio.

A seguito di questi avvenimenti cadde la monarchia che fin dai tempi di Romolo amministrava la città. Dal sangue di Lucrezia nacque una nuova forma di governo: la Repubblica.

Ovviamente la storia narrata da Livio è intrisa di leggenda ed è il prodotto di un’elaborazione durata secoli. Non sappiamo come andò realmente; alcuni storici suggeriscono che il declino della monarchia sia stato un processo molto più lento di quello qui descritto. Certo è che nella tradizione romana Lucrezia divenne un exemplum altamente etico e positivo.

Paradossalmente però, nonostante la centralità della sua figura all’interno della narrazione, la donna non ne è la protagonista. Se è vero infatti che resta il perno su cui poggia il mito di fondazione della Res publica, l’iniziativa è (quasi) sempre prerogativa degli uomini. Sono loro a a condurre l’azione e a scandirne il ritmo: dall’inizio, con la scommessa sulle rispettive mogli, alla fine, con l’instaurazione della Repubblica per mano dei suoi “padri fondatori”.

Un’impostazione maschile permea insomma l’intero mito. Ciò è tanto più evidente dal modo in cui è utilizzato lo stupro di Lucrezia. Il suo fine (narrativo) è solamente quello di innescare gli eventi da cui la donna, una volta subita violenza, è esclusa; lo stupro altro non serve che a legittimare la nuova forma di governo di Roma. Il ruolo riservato a Lucrezia sembra perciò molto più vicino a quello di vittima sacrificale che di exemplum etico.

Il suicidio di Lucrezia di Giovanni Antonio Batti detto Sodoma (1515)

L’unica azione di cui Lucrezia si rende protagonista è quella in cui si toglie la vita. Forse però è proprio nell’atto del suicidio che la donna riscatta la propria condizione, mostrando tutta la sua modernità. Alcuni studi recenti infatti vedono in Lucrezia una sorta di protofemminista. In una società patriarcale come quella romana e in un mito dalla chiara impronta maschile come quello narrato da Livio, Lucrezia con la sua scelta evade dai confini ristretti in cui è stata relegata. La donna si arroga il diritto di decidere della propria vita, cosa che la tradizione romana non prevedeva. In quest’ottica Lucrezia è veramente un exemplum: non tanto di virtù e onestà quanto di autonomia e libertà.

Il ruolo di Lucrezia, se appare quindi ridimensionato dalla struttura stessa del suo racconto, è invece esaltato da una lettura più moderna del mito. Proprio questa ambiguità di fondo potrebbe essere la chiave per comprendere il fascino che, a partire dal XVI secolo, la donna romana ha emanato su pittori, letterati e artisti in generale.

Uno di questi è William Shakespeare. Il drammaturgo inglese nel 1594 compose infatti per il Duca di Southampton un poemetto dal titolo The rape of Lucrece. In questa breve opera Lucrezia è realmente protagonista della sua storia. La donna si riprende finalmente anche ciò che il mito le ha negato: la natura umana della sua sofferenza.

La voce, il dolore e le emozioni di Lucrezia acquistano infine sostanza squarciando il velo del tempo. Attraverso invettive, allegorie e soprattutto mediante una lucida e spietata introspezione, la donna riflette sulle conseguenze dello stupro vissuto sulla propria pelle: la brutalità dell’atto, la colpa, la vergogna, il suicidio…

L’onore mio lo lascio a quel coltello
che l’infamato corpo mi ferisca.
È onore spegner vita senza onore;
ché questo vive quando quella muore.
Nutran la fama mia ceneri d’onta,
ché col morire ammazzo la vergogna,
e morta lei, l’onore mio rinasce.

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