Mégas Aléxandros – IX – Ai confini del mondo e ritorno

di Gabriele Scarparo

Dopo la battaglia sull’Idaspe, Alessandro lasciò Cratero con una parte dell’esercito nei pressi del fiume mentre egli avanzò nella regione indiana. La sua intenzione era probabilmente quella di arrivare fino alla vallata del Gange e poi spingersi oltre, verso i confini del mondo. Giunto sul fiume Ifasi però, stanco delle lunghe piogge tropicali e delle interminabili battaglie, l’esercito si rifiutò di continuare oltre.

Curzio Rufo narra di come Alessandro si rivolse ai soldati quasi scongiurandoli di proseguire. Questa volta a nulla valsero le sue parole e il suo carisma. Per bocca del generale macedone Ceno, l’esercito chiese al re di evitargli nuove fatiche.

Io non costringo nessuno a seguirmi, dichiarò Alessandro. Il vostro re andrà avanti; troverà dei soldati fedeli. Quelli che lo desiderano che si ritirino, possono farlo: andate a dire ai Greci che avete abbandonato il vostro principe. (Arriano, Anabasi di Alessandro)

Sembra che l’irritazione di Alessandro fu tale da spingerlo a isolarsi nella sua tenda per tre giorni. Alla fine però cedette e abbandonò l’idea di avanzare ancora più a oriente.

Prima di partire il re diede l’ordine di costruire, sulla sponda sinistra dell’Ifasi, dodici altari monumentali agli Dei che lo avevano assistito nella sua impresa (326).

Il ritorno dell’armata verso ovest non seguì il percorso dell’andata. Alessandro pur dovendo rinunciare all’idea di attraversare l’Ifasi convinse infatti i suoi uomini a intraprendere una via diversa. Fu così che i soldati seguirono il percorso dell’Indo fino alla sua foce nel Mar Arabico, combattendo e sottomettendo le popolazioni locali.

Tra gli ultimi ad arrendersi ci furono i Malli, «i più bellicosi tra gli indiani», la cui città principale, l’odierna Multan, fu assediata e distrutta dopo feroci scontri (325). Lo stesso Alessandro rischiò di morire durante l’assedio, come riportato da Aristobulo di Cassansdrea, citato da Plutarco.

Tra i Malli un dardo scagliato da un arco mi trafisse il petto, conficcando in profondità il suo ferro, e fui ferito al collo da un colpo di clava; quando poi si ruppero le scale appoggiate alle mura, la Sorte chiuse me da solo, facendo dono di tale impresa non a illustri avversari ma a barbari sconosciuti. Se Tolomeo non avesse tenuto sollevato lo scudo, se Limneo non fosse caduto esponendosi al posto mio alla miriade di colpi, e se i Macedoni non avessero con coraggio e forza abbattuto il muro, quel villaggio barbaro e sconosciuto sarebbe diventato la tomba di Alessandro. (Plutarco, Vita di Alessandro)

Alcune fonti riportando di come i soldati, credendo il loro re morto, scatenarono la propria ira sulla popolazione locale, che fu completamente sterminata. Non furono risparmiati neppure donne e bambini.

Alessandro, gravemente ferito, riuscì comunque a salvarsi. Dopo qualche giorno di riposo, il condottiero macedone ebbe persino la forza di mostrarsi in piedi davanti al suo esercito, che attendeva con ansia di avere notizie riguardo al suo stato di salute.

L’armata continuò la sua marcia verso sud. Dopo aver fondato un’altra città, Alessandria sull’Indo (attuale Uch Sharif), ed aver occupato Pattala, situata all’imboccatura del delta dell’Indo, la sanguinosa campagna indiana poté definitivamente dirsi conclusa.

In prossimità dell’Oceano Indiano Alessandro mosse finalmente verso la Persia. L’armata seguì tre percorsi distinti: una parte, al comando di Cratero, attraversò la regione di confine tra gli attuali Pakistan e Afghanistan. La flotta, guidata dal generale Nearco, risalì la costa verso il Golfo Persico; il resto degli uomini infine marciò al fianco dello stesso re nel percorso più arduo, quello che attraversava il deserto della Gedrosia. Durante questa infausta marcia, a causa delle dure condizioni ambientali, Alessandro perse diverse migliaia di uomini.

Una gran parte dei soldati e delle bestie da soma morì di sete e a causa del calore, bloccati in montagne di sabbia bollente […]. Si nutrivano della carne dei cavalli e dei muli morti di fatica. Sul percorso furono abbandonati i malati e coloro che non sarebbero sopravvissuti. […] Quasi tutti morirono in questo mare di sabbia. (Arriano, Anabasi di Alessandro)

Circa 3/4 dell’armata agli ordini di Alessandro perse la vita in questa spedizione, che tra l’altro non era strategicamente essenziale. I sopravvissuti si ricongiunsero con il resto dell’esercito molti mesi dopo ad Hormuz (gennaio 324). Da qui, finalmente riuniti, fecero ritorno a Susa.

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