L’invasione italiana della Grecia: l’Armata S’agapò

L’invasion italienne de la Grèce : l’Armée S’agapò

di Gabriele Scarparo

Il 28 ottobre del 1940 Mussolini decise di attaccare la Grecia con l’ambizione di ampliare la sfera di influenza italiana nel Mediterraneo nell’ottica di una guerra parallela a quella dell’alleato tedesco. L’ultimatum inviato al dittatore greco Johannis Metaxas, ideologicamente molto vicino al fascismo, altro non era che un pretesto per invadere il territorio ellenico nel tentativo di controbilanciare gli inarrestabili successi di Hitler.

L’offensiva dell’apparato militare italiano però si rivelò fin da subito problematica e male organizzata. Le forze greche riuscirono infatti a contenere gli attacchi e successivamente anche a contrattaccare. Il 18 novembre, in un noto messaggio trasmesso alla radio, Mussolini ostentò comunque fiducia nel prosieguo delle operazioni affermando che come cinque anni prima era accaduto al Negus d’Etiopia «ora, con la stessa certezza assoluta, ripeto assoluta, vi dico che spezzeremo le reni alla Grecia in due o dodici mesi poco importa, la guerra è appena cominciata!».

Le convinzioni del Duce sbatterono ben presto contro l’impreparazione militare del proprio esercito e la fase di stallo durò fino a quando, nella primavera del 1941, i tedeschi arrivarono in aiuto dell’alleato in difficoltà. In pochi giorni l’esercito greco capitolò e si arrese. La penisola ellenica fu suddivisa in zone di occupazione tra le forze tedesche, bulgare e italiane: quest’ultime ottennero il quasi totale controllo della Grecia continentale oltre alle Isole Ionie, le Sporadi Meridionali e una parte di Creta.

Mussolini celebrò la conquista della Grecia con tono trionfalistico ma la realtà dei fatti fu ben diversa: l’apparato bellico italiano si dimostrò fin da quell’occasione assolutamente inferiore rispetto a quello tedesco. La “guerra parallela” che dominava i pensieri del dittatore italiano divenne quasi immediatamente una “guerra subordinata” all’alleato nazista.

Durante l’offensiva invernale i greci poterono comunque sperimentare sulla propria pelle la violenta condotta di guerra dell’apparato fascista. L’aviazione italiana colpì incessantemente le città greche più popolose con l’intento di seminare panico e morte tra la popolazione civile. Con la resa dell’esercito greco le violenze però non si arrestarono e gli italiani, ugualmente ai tedeschi e ai bulgari, repressero duramente ogni dimostrazione partigiana contro di essi. Domenikon, Tsaritsani, Domokos, Farsala, Oxinià sono tutte località ai più sconosciute ma nelle quali gli italiani mostrarono il lato peggiore di sé.

E pensare che la propaganda inglese chiamò ironicamente le truppe italiane con il nome di Armata «S’agapò», un termine che in greco significa ti amo. L’armata dell’amore fu descritta come molto più interessata alle donne che a combattere con valore. L’Armata S’agapò è anche il titolo di un film mancato, che avrebbe voluto raccontare la campagna di Grecia, mostrandone i suoi lati più oscuri. Il film, nato da un’idea di Renzo Renzi, critico cinematografico ed ex ufficiale di fanteria, non si fece mai. Il soggetto cinematografico, pubblicato nel febbraio del 1953 sulla rivista Cinema Nuovo, valse a Renzi e al direttore della stessa rivista, Guido Aristarco, una denuncia per vilipendio delle Forze Armate e quaranta giorni di carcere.

I tempi non erano ancora maturi per una riflessione su quella che era stata la partecipazione dell’Italia alla guerra, in Grecia come altrove. Le cose non cambiarono neanche negli anni seguenti quando l’opinione pubblica fece propria l’immagine del soldato italiano poco incline alla guerra ma allo stesso tempo umano e privo di malvagità.

La retorica autocelebrativa e vittimistica dell’Italia post-fascista riuscì ad imporsi in ogni aspetto della vita pubblica del paese e la contemporanea demonizzazione del tedesco riuscì ad allontanare l’idea che anche gli italiani avessero avuto un ruolo nelle stragi, nelle sevizie e nella sofferenze dei civili sulla strada delle forze dell’Asse. Gli effetti di questo assurdo mito sembrano durare nel tempo. Un chiaro esempio di ciò, come suggerisce lo storico Filippo Focardi, può essere individuato anche in una celebre pellicola di Gabriele Salvatores uscita nel 1991. Si tratta nientemeno che del film premio Oscar Mediterraneo, in cui sono narrate le vicende di otto soldati del Regio Esercito Italiano mandati a presidiare, nel 1941, un’isoletta greca nel Mare Egeo.

Nessun tratto ne rivela il ruolo di aggressori e di invasori. Al comando del tenente Montini, un insegnante di latino e greco con la passione della pittura, dimostrano scarsa dimestichezza alle armi, stringono presto amicizia con i greci, bevono ouzo e giocano a carte con gli anziani del posto, ballano il sirtaki, fanno partitelle di pallone con i ragazzini, flirtano con le donne. Soldati tedeschi non se ne vedono. Ma il «cattivo tedesco» compare – oseremmo dire immancabilmente – in una scena fondamentale del film, al momento dell’incontro degli italiani con il pope ortodosso, il primo greco in cui si imbattono. Alla domanda del perché non avessero trovato anima viva sull’isola, il sacerdote risponde con un largo sorriso: «Italiani, greci… una faccia, una razza. Qui prima di voi c’erano i tedschi. Hanno distrutto tutte le case, affondato le barche. Tutti gli uomini via, deportati! […] Non ci piacciono stranieri nella nostra patria. Ma fra due mali, meglio male minore».

L’aspetto più significativo da sottolineare è, oltre all’utilizzo dell’inveterato binomio «bravo italiano» e «cattivo tedesco», il fatto che questo mito si sia radicalizzato ormai nel nostro patrimonio culturale andando in questo specifico caso «al di là della volontà del regista e anche della consapevolezza stessa degli attori» come ribadisce Focardi. Cinquant’anni di rielaborazione storica e omissioni hanno causato, insomma, la trasformazione di una favola costruita con precisi fini politico-ideologici in una sorta di verità inconscia e generalmente accettata dall’opinione pubblica del Belpaese. 


L’invasion italienne de la Grèce : l’Armée S’agapò

Le 28 octobre 1940, Mussolini décida d’attaquer la Grèce avec l’ambition d’étendre la sphère d’influence italienne dans la Méditerranée en vue d’une guerre parallèle à celle de l’allié allemand. L’ultimatum envoyé au dictateur grec Johannis Metaxas, idéologiquement très proche du fascisme, n’était qu’un prétexte pour envahir le territoire grec afin de contrebalancer les succès imparables de Hitler.

L’offensive de l’appareil militaire italien se révéla toutefois problématique et mal organisée dès le début. En fait, les forces grecques réussirent à contenir les attaques et, plus tard, à contre-attaquer. Le 18 novembre, dans un message bien connu transmis à la radio, Mussolini se montra néanmoins confiant quant à la poursuite des opérations en déclarant que comme cinq ans auparavant cela était arrivé au Négus d’Éthiopie « maintenant, avec la même certitude absolue, je répète absolue, je vous dis que nous allons casser les reins à la Grèce dans deux ou douze mois ; peu importe, la guerre vient de commencer ! »

Les convictions du Duce se heurtèrent bientôt à l’impréparation militaire de son armée et l’impasse dura jusqu’à ce quand, au printemps 1941, les Allemands arrivèrent au secours de l’allié en détresse. En quelques jours, l’armée grecque a capitula et se rendit. La péninsule hellénique fut divisée en zones d’occupation entre les forces allemandes, bulgares et italiennes : ces dernières obtinrent le contrôle presque total de la Grèce continentale en plus des îles Ioniennes, les Sporades du Sud et d’une partie de la Crète.

Mussolini célébra la conquête de la Grèce avec un ton triomphaliste, mais la réalité des faits était bien différente : l’appareil de guerre italien s’était révélé absolument inférieur à celui de l’Allemagne. La “guerre parallèle” qui dominait les pensées du dictateur italien devint presque immédiatement une “guerre subordonnée” à l’allié nazi.

Pendant l’offensive d’hiver, les Grecs purent toutefois vivre l’expérience de la guerre violente de l’appareil fasciste sur leur propre peau. L’aviation italienne frappa continuellement les villes grecques les plus peuplées avec l’intention de semer la panique et la mort parmi la population civile. Mais avec la reddition de l’armée grecque, la violence ne s’arrêta pas et les Italiens, ainsi que les Allemands et les Bulgares, réprimèrent durement toute manifestation partisane contre eux. Domenikon, Tsaritsani, Domokos, Farsala, Oxinia sont de lieux inconnus à la grande majorité des personnes mais où les Italiens montrèrent le pire d’eux-mêmes.

Et dire que la propagande anglaise appella ironiquement les troupes italiennes avec le nom d’armée “S’Agapò”, un terme qui en grec signifie “Je t’aime”. L’Armée de l’Amour était décrite comme étant beaucoup plus intéressée par les femmes que par la lutte pour le courage. L’Armée S’agapò est aussi le titre d’un film raté, qui aurait voulu raconté l’histoire de la campagne de Grèce, en montrant ses côtés les plus sombres. Le film, né d’une idée de Renzo Renzi, critique de cinéma et ancien officier d’infanterie, n’a jamais été réalisé. Le sujet du film, publié en février 1953 dans la revue Cinema Nuovo, valut à Renzi et au rédacteur en chef de cette même revue, Guido Aristarco, une plainte pour outrage aux forces armées et quarante jours de prison.

Le moment n’était pas encore venu de réfléchir à ce que fut la participation de l’Italie à la guerre, en Grèce comme ailleurs. Les choses ne changèrent pas, même dans les années suivantes, lorsque l’opinion publique adopta l’image du soldat italien qui n’était pas enclin à la guerre mais qui était en même temps humain et dépourvu de mal.

La rhétorique auto-célébrante et victorieuse de l’Italie post-fasciste parvint à s’imposer dans tous les aspects de la vie publique du pays et la diabolisation contemporaine de l’Allemand arriva à dissiper l’idée que les Italiens avaient également joué un rôle dans les massacres, les tortures et les souffrances des civils sur la route des forces de l’Axe. Les effets de ce mythe absurde semblent durer dans le temps. Un exemple clair de cela, comme le suggère l’historien Filippo Focardi, se trouve également dans un célèbre film de Gabriele Salvatores sorti en 1991. Ce n’est rien de moins que le film Mediterraneo, qui a remporté un Oscar et qui raconte l’histoire de huit soldats de l’Armée royale italienne envoyés pour garder une petite île grecque en mer Égée en 1941.

Aucun trait ne révèle leur rôle d’agresseur et d’envahisseur. Sous le commandement du lieutenant Montini, professeur de latin et de grec, passionné de peinture, ils montrent peu de familiarité avec les armes, se lient bientôt d’amitié avec les Grecs, boivent de l’ouzo et jouent aux cartes avec les anciens du coin, dansent le sirtaki, jouent à des jeux de balle avec les enfants, flirtent avec les femmes. On ne voit pas les soldats allemands. Mais le “mauvais Allemand” apparaît – on oserait dire immanquablement – dans une scène fondamentale du film, lorsque les Italiens rencontrent le pape orthodoxe, le premier Grec qu’ils rencontrent. Lorsqu’on lui demande pourquoi ils n’ont pas trouvé une âme vivante sur l’île, le prêtre répond avec un grand sourire : « Les Italiens, les Grecs… un visage, une race. Ici, avant, vous étiez les Tedschian. Ils ont détruit toutes les maisons, coulé les bateaux. Tous les hommes sont partis, déportés ! […] Nous n’aimons pas les étrangers dans notre pays. Mais entre deux maux, mieux le moindre mal ».

L’aspect le plus significatif à souligner est, outre l’utilisation du binôme invétéré “bon italien” et “mauvais allemand”, le fait que ce mythe s’est maintenant radicalisé dans notre patrimoine culturel allant dans ce cas précis « au-delà de la volonté du réalisateur et aussi au-delà de la conscience des mêmes acteurs » comme le rappelle Focardi. Cinquante ans de remaniements et d’omissions historiques ont provoqué, donc , la transformation d’une fable construite avec des visées politico-idéologiques précises en une sorte de vérité inconsciente généralement acceptée par l’opinion publique italienne.

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